Una società al centro della truffa la L.M. Petroli
Grosseto, 14 febbraio 2009 - Nei serbatoi lasciavano meno gasolio, in alcuni casi poco più della metà della quantità che si facevano pagare dagli enti pubblici che servivano. Per una frode che si aggirerebbe, secondo l’ipotesi accusatoria, intorno al milione e mezzo di euro. Tra gli oltre mille enti truffati nell’Italia centro-meridionale dalla società 'L.M. Petroli', ce ne sono ben undici della provincia di Grosseto. Prevalentemente amministrazioni comunali, a partire dal Comune di Grosseto e Monte Argentario. Ma anche centri minori come Roccalbegna, Montepescali e Tirli.Una truffa che sarebbe andata avanti per almeno tre anni e che è stata scoperta a seguito di una segnalazione ai carabinieri del Nucleo antisofisticazioni, i quali poi hanno condotto le indagini in collaborazione con i militari della Guardia di finanza. L’ufficio Gup del Tribunale di Avezzano ha di recente fissato l’udienza preliminare per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio, presentata dal pubblico ministero Guido Cocco, nei confronti dell’amministratore unico della società, di alcuni familiari che facevano parte della composizione societaria. Pare che tra gli imputati ci sia anche qualche autista di camion con cui veniva trasportato il carburante. L’udienza preliminare è stata fissata per il 3 marzo davanti al giudice Elisabetta Pierazzi. Udienza che servirà anche per la costituzione delle parti civili.
Il sistema utilizzato, secondo gli inquirenti, per «fare la cresta» sul totale del carburante era quello di manomettere le cifre dell’erogatore di carburante, in modo tale da far appararire di avere consegnato il totale dei litri richiesti e pagati dall’ente, mentre in realtà il gasolio che rimaneva nei serbatoi era spesso un 40 per cento in meno, in alcuni casi addirittura la metà. Frode che probabilmente è stata «aiutata» pure dagli scarsi controlli dei rifornimenti effettuati dagli enti. Pare, infine, che i litri non consegnati venissero rivenduti «in nero» e le quantità comunicate telefonicamente dagli autisti ai ragionieri della società abruzzese. L’indagine è cominciata nel 2002 a seguito della segnalazione fatta ai Nas dal preside di un istituto superiore di Taranto, che si era accorto che la scorta di carburante fatta alcune settimane prima fosse già finita.
Da qui la comunicazione ai carabinieri e le indagini che hanno impegnato i militari per circa quattro anni. Per trovare la prova della frode, gli investigatori hanno compiuto misurazioni nei serbatoi che venivano riempiti, ripetendola poi una volta che il rifornimento era finito. Nel 2004, dopo due anni di indagini, furono emesse anche alcune ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei responsabili della società. Le accuse sono di truffa ai danni di un ente pubblico e di frode nelle pubbliche forniture
Cristina Rufini
Fonte: La Nazione
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