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Home Documentazione Sindacale Comunicati Sindacali Controdistribuzione edizione FLASH N. 31 - 22 SETTEMBRE 2009

Controdistribuzione edizione FLASH N. 31 - 22 SETTEMBRE 2009

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cd280ANALISI, SCENARI E PROSPETTIVE NELLA VISIONE DEL SEGRETARIO DELLA FEGICA

OMBRE LUNGHE SUL SETTORE

Che il nostro settore stia attraversando un momento di una complessa difficoltá é un fatto che non puó essere negato e la immanenza dei problemi é tale da lasciare spazio allo sconforto ed al pessimismo sui destini del settore. In altre parole appare sempre più problematico poter mettere a punto soluzioni condivise, che facciano compiere al settore un deciso passo in avanti, una ripresa di ruolo, una strategia che serva a traguardare il futuro.

A soffrire non c'é soltanto la distribuzione carburanti schiacciata fra uno strapotere debordante dell'Eni, che impone le sue politiche -non solo ai Gestori- senza alcun ostacolo, e le cautele del resto del mondo petrolifero operante in Italia che si dimostra, giorno dopo giorno, troppo arrendevole e senza quel pizzico di fantasia che potrebbe differenziarlo dal "pensiero dominante".

A ció si deve aggiungere la crisi manifesta dell'apparato di raffinazione (e logistico) stretto fra necessitá di mantenere in piedi investimenti industriali e rispondere alla economicitá dell'impresa, in un quadro caratterizzato da un eccesso di "offerta", a fronte di una "domanda" in contrazione.

La raffinazione nel nostro Paese é sempre stata, nel tempo, gioia e delizia del settore: una volta si sosteneva che quando la raffinazione lavorava in perdita era la "rete" a guadagnare o viceversa. Oggi le cose, anche come conseguenza della crisi mondiale, sono cambiate e i cicli non sono piú cosí prevedibili.

Siamo di fronte ad un momento congiunturale lungo e dall'esito incerto, nel quale la raffinazione perde e la rete non guadagna o guadagna poco.

Ció ha, come primo effetto, quello di ribaltare le ristrettezze del comparto soprattutto sul segmento della distribuzione cui viene impedito di ricevere i necessari investimenti di mantenimento ordinario e di adeguare correttamente i "margini dei gestori", lasciati in balìa del mercato ad arrangiarsi per poter sopravvivere.

Solo l'upstream e la perforazione guadagnano. Soprattutto se si guarda ad una realtà consolidata nella quale il costo di estrazione non supera i 2,5 dollari a barile. Lo stesso barile che, di converso, é arrivato a superare anche i 150 $ nei "mercati maturi".

Il problema nel nostro Paese -ma non solo- é che nessuna impresa petrolifera intende trasferire nemmeno quota parte degli utili consolidati in quel segmento o nel mercato monopolistico del gas, sulle attivitá di downstream e, cioé, sul mercato della raffinazione e distribuzione.

L'inutile caccia alle streghe aperta ancora una volta con le convocazioni agostane, lascia intendere come i Governi continuino a rispondere piú ad una logica di effetto comunicazionale spot, che a quella dei consumatori nel cui nome tutti parlano.

I bilanci in forte utile delle case-madri, delle cosiddette "corporate", non corrispondono a quelli in affanno delle consociate e delle "divisioni operative" che gestiscono le reti distributive e che devono fare i conti con il mercato, con le quotazioni internazioni, con i costi "fissi" di lavorazione e stoccaggio e persino con i "futures" che ingrassano, oltre ai petrolieri, anche la speculazione finanziaria e le banche d'affari.

E se il mercato italiano non fosse disponibile a pagare il prezzo internazionale, quel petrolio e quei prodotti finiti troverebbero certo altri acquirenti. A guidare le scelte sono esclusivamente gli utili.

Solo avendo ben chiaro questo quadro si possono comprendere anche le scelte di Eni che, dopo il flop della cessione "virtuale" della chimica (Marghera e Porto Torres), continua nel suo riassetto: raffinazione e rete sono nel mirino dell'azienda diretta, almeno fino alla primavera del 2011, da Paolo Scaroni.

Il Sindacato, che in questi ultimi dieci anni é stato forse un po' troppo timido sulle vicende legate al riassetto complessivo Eni, ha proclamato 11 giorni di sciopero (ritirati dopo l'incontro al MISE e le promesse di Eni e Klesch) contro la cessione di una raffineria "vecchia" come quella di Livorno, per la quale l'ultimo intervento -un decennio fa'- ha riguardato la produzione di lubrificanti, ad un fondo d'investimento "estero" che non ha ancora presentato un piano industriale degno di questo nome. E, oggi intervenire sul sistema di "distillazione" per recuperare competitivitá, non costerebbe meno di 150/200 milioni di €uro.

Eppure Eni continua a "macinare" utili e dividendi, grazie al monopolio sul gas difeso direttamente da Scajola contro i "rimbrotti" dell'autoritá per l'energia elettrica, e mantiene opportunamente celata la sua politica di disinvestimenti industriali, attivata in modo almeno disinvolto.

Lo stesso dibattito appena riaperto sulla necessitá di cedere un'altra parte del capitale Eni per mettere fine all'anomalia di questa azienda, ha tutto il sapore di una tirata per favorire operazioni finanziarie destinate a ridimensionare la presenza dello Stato in un settore strategico per il Paese (e magari pagare qualche commissione all'estero).

Una sostanziale smentita, nei fatti, delle posizioni di principio espresse nel corso dell'ultimo anno dalla politica che é dovuta intervenire pesantemente nell'economia per evitare il tracollo, e invertire la tendenza di tre lustri di corsa sfrenata al mercato globale come elemento di crescita e sviluppo. Un obiettivo miseramente fallito, ma che é servito ad ingrassare i grandi speculatori: gli stessi che oggi continuano a candidarsi per governare l'uscita dalla crisi e la definizione delle nuove regole per il mercato.

E' questo il contesto malato che rende possibile ad Eni di lanciare, da una parte, una maxi emissione di "bond", forte del suo ruolo sui mercati ma anche del fatto che il Tesoro governa un terzo del suo pacchetto azionario, e, dall'altra, di procedere ad una "razionalizzazione" che ha come obiettivo solo quello di "fare cassa".

Tutto questo nel silenzio di molti che avrebbero titolo -anche istituzionale- a parlare e ad intervenire, ma che preferiscono dirottare le attenzioni sui "prezzi al pubblico" piuttosto che richiamare alle proprie "responsabilità" una societá nella quale lo Stato é fortemente presente. Cominciando, per esempio, a chiedere conto di quanti anni di "riserve" di greggio dispone.

Se volessimo mantenere una visione che consenta al nostro Paese di poter contare su un ragionevole progresso e conseguente sviluppo, nel nostro settore ci vorrebbe una massiccia dose di investimenti industriali per adeguare il sistema di raffinazione italiano alla richiesta dei mercati: piú distillati leggeri -vale a dire gasolio e benzine- meno olio combustibile.

Ma quali garanzie in un mercato come quello italiano si possono offrire, perché questo torni ad investire piuttosto che concentrarsi sulle dismissioni?

"Il pesce puzza dalla testa", dicevano i vecchi. Se la prima a rinunciare ad investire é proprio l'azienda market e price leader, che, nel caso specifico, non dovrebbe potersi sottrarre alle esigenze della collettività, é difficile chiedere ad altri operatori di operare scelte differenti.

Anche perché, mentre il Governo si arrovella con le comunicazioni sui prezzi praticati, i continui interventi normativi spingono il settore all'inaridimento. I vincoli ambientali sempre piú stringenti, gli oneri per le "emission trading", la "robin tax", l'obbligo di introdurre "carburanti vegetali", lo stillicidio quotidiano di leggi varate in funzione dell'ultima critica, suggeriscono ai petrolieri operanti in Italia di scegliersi altri e piú remunerativi mercati.

Basterebbe avere la curiositá di soffermarsi, ad esempio, su quanto hanno già fatto Esso e Shell nel resto d'Europa, per avere qualche ulteriore preoccupazione sul futuro dell'industria nel nostro Paese.

O qualcuno é davvero così ingenuo da pensare che sia sufficiente l'arrivo dei russi per riequilibrare il mercato domestico?

Il settore sa perfettamente che il ragionamento sulla raffinazione -e non solo- non si esaurirá con Livorno: il conto alla rovescia per l'avvio di nuove dismissioni e chiusure é giá cominciato.

E al Ministero fanno orecchie da mercante e cercano di tirare avanti, nella speranza che le prossime "patate bollenti" capitino nelle mani di qualcun'altro.

Ma i tempi stringono e i problemi non si risolvono ficcando la testa sotto la sabbia oppure assecondando le posizioni più retrograde delle presunte associazioni di consumatori che continuano a gridare sui prezzi, per offrire una sponda politica a quella GDO che nel Sud del Paese sta già disinvestendo.

Al contrario, come tutti dovrebbero sapere, i prezzi non potranno che aumentare, vista la dissennata politica delle liberalizzazioni senza regole che ha finito per gonfiare il numero dei punti di vendita ed il peso dei costi fissi, riducendo l'erogato e l'efficienza del singolo distributore.

A questo si sommano le conseguenze di scelte ottuse. Il tentativo di utilizzare i "lunghi di raffinazione" e svuotare i "serbatoi", immettendo quelle quantitá sul mercato domestico, dimostra come l'industria petrolifera sia senza memoria. In Italia sta accadendo quello che si é giá verificato, per lo stesso motivo e con le stesse modalità, in Francia.

Da tre anni i volumi distribuiti in Italia sono in calo e i mercati internazionali (a cominciare dagli Stati Uniti) non possono assorbire i "surplus" di raffinazione italiani, soprattutto di benzine.

Cosí quei surplus di raffinazione prendono la strada del "mercato extrarete domestico" con sconti da capogiro dal quale sono esclusi, peró, i Gestori contro ogni regola di mercato e principio di concorrenza.

In questo modo, i "carburanti a saldo" -ma solo per un piccolo pezzo della distribuzione- distruggono il valore degli investimenti ed il lavoro di decine di migliaia di persone, stringendo ulteriormente i margini industriali complessivi, che dovrebbero favorire gli investimenti.

Il ché ci riporta al punto di partenza, con la raffinazione sempre piú obsoleta e con operatori fatalmente indirizzati a scegliere di non lavorare più prodotto nel nostro Paese, limitandosi ad importarlo (a quale prezzo?) da Paesi che, invece, hanno scelto di mantenere un apparato industriale funzionante.

Occorre un ripensamento profondo delle strategie e del riposizionamento del settore, superando rendite di posizione (che certo non sono quelle dei Gestori, come qualcuno dice) per poter affrontare sistematicamente le problematiche emergenti da un quadro che appare poco rassicurante per il futuro.

In tutto questo, il Ministero dello Sviluppo Economico ed il Governo nel suo complesso sembrano più distratti spettatori che motore del cambiamento.

E' emblematico osservare come il nuovo "Mister Prezzi" abbia deciso di trattare questo settore: convoca le compagnie -una ad una, seguendo la linea guida tracciata da Eni con le organizzazioni dei Gestori- e ad ognuno chiede di dare un segnale di "buona volontá". Magari accompagnando gli incontri -anche quelli giá previsti per il prossimo 5 ottobre- con tabelle e diagrammi che dimostrano come, in Italia, si potrebbe abbassare il prezzo di 2 centesimi.

Ma, abbassare, rispetto a che cosa? Si é accorto Mister Prezzi che giá oggi ci sono differenze nel prezzo alla pompa superiori ai 6/8 centesimi al litro, in parte pagati dai Gestori che devono tagliare i loro giá esigui margini? Non gli é venuto in mente che, forse, bisognerebbe rivedere il metodo di rilevazione ed il campione statistico?

Oppure immagina che mettendo i "segnalatori di prezzo" direttamente nelle testate elettroniche degli erogatori si possano risolvere i problemi?

Ma poi, perché i Gestori, i cui impianti sono realizzati con un'autorizzazione di commercio come tante altre attivitá, dovrebbero inviare una comunicazione al Ministero ogni volta che cambiamo il prezzo, mentre i rivenditori di pane, zucchero, farina, zucchine, abiti, gioielli, dovrebbero rimanere esclusi da questa caricatura di Comitato Interministeriale Prezzi? Se si ha il coraggio, si attivi quella norma contenuta in una delibera CIPE che autorizza a tornare alla presentazione dei listini per una valutazione ex ante piuttosto che ex post.

La liberalizzazione dei prezzi non puó essere a singhiozzo.

Se questa idea malsana della comunicazione dei prezzi (circa 400.000 comunicazioni al giorno dai Gestori al Ministero) dovesse andare avanti, la Fegica ha tutta l'intenzione di rivolgersi all'Unione Europea affinché verifichi l'onere improprio gravante su una singola categoria di operatori commerciali, in aperto dispregio della libertá di mercato.

In questo scenario, l'accordicchio sottoscritto da Faib-Figisc su testo Eni, che priva i Gestori della speranza di futuro, per piccoli e miserevoli interessi di bottega, deve essere considerato come un "incidente di percorso", nel quale i firmatari sono incappati spinti dall'ansia di "passare alla storia" e poter dire ai posteri: io c'ero. Il problema, semmai, é quello di evitare tutti (Fegica compresa), con un pizzico di umiltà, di essere marionette manovrate da un "puparo" che alza la voce e dà persino lezione di etica, ma che persegue suoi obiettivi, anche se ció dovesse significare la fine della categoria. Le parole pronunciate nel corso della conferenza stampa del 29 luglio da Scaroni in Confcommercio, dovrebbero essere illuminanti.
Bisognerebbe  avere  il  coraggio  di  guardare  oltre  il contingente e il piccolo interesse quotidiano: i campioni della demagogia d'impresa passano ed i problemi per i Gestori -ma anche per i dipendenti e dirigenti di Eni e di tutte le altre aziende- rimangono.
Lasciando per un attimo da parte le piccole beghe da cortile, sarebbe veramente giunto il tempo che il settore tutto si ritrovasse per guardare in faccia la realtà ed immaginare come restituirgli un futuro, in alternativa alla distruzione avanzante.
Occorre che si ritrovi un luogo fisico, magari confermando quel "via libera" che l'Antitrust ha anticipato al nostro Congresso della scorsa primavera, dove ciascuno possa
portare  -mettendosi   in   discussione  con   coraggio-   il proprio contributo per cercare di prevenire la dissoluzione del settore.
La nostra preoccupazione é. prima di tutto, rivolta ai Gestori. Coloro i quali sono, in definitiva, destinatari delle scelte compiute da tutto il sistema, ma che non sono chiamati -se non per interposta persona, attraverso il conferimento  della   "delega"-  a  partecipare alla  loro
definizione.
Anche per questo chi assume il compito di "decidere" dovrebbe sforzarsi di elevarsi, anche oltre la propria statura.
Come diceva  un  antico proverbio  in  uso fra  i  nativi americani: "quando piccoli uomini fanno ombre lunghe, vuol dire che il sole é basso all'orizzonte".
Noi intendiamo continuare a lavorare contro il declino.
In    questo   contesto, nessuno -cittadini, lavoratori, imprese- può dire di sentirsi "al sicuro".
Roberto Di Vincenzo








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Ultimo aggiornamento ( Martedì 22 Settembre 2009 13:58 )  

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