MOLTI EQUIVOCI + ALCUNE SUGGESTIONI = UNA RIFORMA ?di Luca Squeri
In fin dei conti è un'equazione, ineccepibile sul piano astratto e perfettamente intercambiabile nei suoi componenti. Piuttosto discutibile, invece, sul piano della validità ed opportunità del suo risultato.

Stiamo parlando, si sa, della ennesima "riforma" del settore della distribuzione carburanti, che tiene banco da prima delle ultime festività . Le sue variabili sono date da equivoci (molti, invero) e suggestioni (qualcuna); la soluzione dell'equazione discende inevitabilmente dalle sue componenti, almeno come si può arguire non solo da quanto è stato scritto nel famoso emendamento alla Comunitaria (non diventato legge), ma anche da quanto è stato detto, e più ancora non detto, in occasione della “plenaria†convocazione dello scorso 19 gennaio.
Cominciamo dagli “equivociâ€, dal momento che il loro peso “ideologico†sulla vicenda è decisamente più pesante e di sicuro meno escusabile di quanto non possano esserlo le “suggestioniâ€.
Il primo equivoco è quello che connette l’indispensabilit‚ della riforma del settore con l’obiettivo del contenimento del prezzo, ed in questo equivoco ci sono diverse sfumature.
Da quando in qua – per cominciare con una questione astratta -, in epoca di libertà di mercato, si interviene con un provvedimento pubblico per “correggere†i prezzi, ossia l’elemento finale del mercato, dall’esterno? E perchè non lo si fa, ad esempio e per toccare due estremi, per ridurre il prezzo del caffè, piuttosto che dell’oro lavorato?
E ancora, davvero c’è proporzione tra l’intento di “sbaraccare†l’attuale sistema distributivo e l’obiettivo (dichiarato) di azzerare lo “stacco Italiaâ€? Posto che non c’è neppure chiarezza sulla sua entità e poste le sostanziali diversità dei sistemi distributivi nell’ambito comunitario, mediamente nel 2009 tale presunto stacco si sarebbe attestato su 0,0355 euro/litro, ossia pari ad 1/ 35 del prezzo totale della benzina ed ad 1/31 del prezzo totale del gasolio (media del 2009). Non è forse evidente che si sta “sovraesponendo†strumentalmente la questione dello stacco, piuttosto che considerare l’immutabilità di un prelievo fiscale che, pur non essendo tra i più alti in Europa, assorbe comunque il 62 o il 55 % del prezzo finale (a seconda del prodotto) e che nel prezzo finale – per ripristinare il senso delle proporzioni - vale (sempre a seconda del prodotto) da 17 a 22 volte l’ammontare del cosi detto “stacco Italiaâ€? “Pagliuzza o traveâ€, se vogliamo citare il Nuovo Testamento?
E poi, si vuole sbaraccare tutto davvero per ottenere proprio “questo†obiettivo (l’azzeramento dello “stacco Italiaâ€)? O, invece (lo abbiamo già detto in Figisc Anisa News n. 02/2010), si pensa al prezzo della grande distribuzione o della “pompa biancaâ€?
Il secondo equivoco è quello relativo all’altra faccia della moneta dei prezzi, ossia alla razionalizzazione dei costi, e quindi alla razionalizzazione della rete, piuttosto che al modello distributivo.
Intanto, ridurre il numero degli impianti significa senz’altro ridurre costi, ma un tanto semplicemente perchè si riducono contemporaneamente servizi! Per cui, ad esempio, se si potesse infine azzerare lo “stacco Italia†in virtù della chiusura di un considerevole numero di impianti – diciamo dagli attuali 24.739 (dato fornito dal Sottosegretario Saglia il 19 gennaio 2010) a 15. 000 (dato citato sempre da Saglia lo scorso novembre) -, il beneficio di quei benedetti 3,55 eurocent/ litro sarebbe a sua volta “azzerato†semplicemente dal fatto che servirebbe mediamente una distanza doppia di quella attuale per  raggiungere  l’impianto  cui  rifornirsi. "Tanto rumor per nulla" (W. Shakespeare)!
Il sisterma distributivo nazionale dei carburanti "pesa" per il 25 % di tutta la rete dei quindici Paesi "base" dell'Unione Europea (25.000 impianti su complessivi 100.000), ancorchè eroghi solamente un po' meno del 14 % dei consumi di benzina e gasolio effettuati sempre nei quindici Paesi (251 miliardi di litri), il che vuol dire almeno tre cose: a) tesi: la rete italiana ha costi del 45 % (dato 2009) più alti che nella media dei quindici; b) antitesi: la rete italiana ha un livello di capillarit‚ del 164 % più alto della media dei soliti quindici; c) sintesi: la rete italiana, insomma, gestisce un servizio due volte e mezzo più diffuso ad un costo di meno di una volta e mezza più caro.

Ed in ogni caso, come conciliare interventi di "programmazione" numerica (cioè, il risultato di diminuire qualcosa rispetto alla sua consistenza) con le virtù liberalizzatrici della legge 133/ 2008, l'adesione "a zerbino" all'infrazione comunitaria 2004/4365 in materia di disciplina nazionale e regionale della distribuzione dei carburanti, nonchè le occhiute competenze dell'Authority (parliamo intanto di quella per la concorrenza ed il mercato, in attesa che ne se aggiungano altre)?
E, ancora, di grazia, a "quale" rete si allude quando si parla di interventi di "razionalizzazione & riduzione"? Par di capire, infatti, che lo scenario venga immaginato cosi: da un lato è giocoforza che il sistema tradizionale (si legga: industria petrolifera e connessi) o provveda ad una autoriduzione/amputazione sua sponte di una parte di impianti, o venga "eteroridotto" (cioè, amputato d'imperio); dall'altro possa "germogliare" un sistema distributivo alternativo, costituito - plausibilmente - da impianti della grande distribuzione e dalle "pompe bianche", vocato a soppiantare (dove gli converrà , beninteso! e, d'altronde, non si posson porre limitazioni al "libero stabilimento"ò) il vecchio, inefficiente e costoso sistema, inaugurando, alfine, l'età dell'oro del "miglior prezzo".

Non a caso - ed ecco, tra i tanti, l'equivoco cruciale che, infine, taglia con splendida impudenza l'ultimo nodo dell'aspettativa che tiene banco da tre anni a questa parte - le proposte normative che "tagliano le unghie" all'industria petrolifera sono quelle che consegnano finalmente alla GDO assoluto campo di azione: se fino alla seconda liberalizzazione si trattava di avere pari opportunit‚, ora l'equilibrio sarebbe decisamente alterato in prospettiva ed a questi soggetti viene dato l'onore di costruire le basi per il futuro sistema distributivo.
Ovviamente una "mission" che spetta loro per aver "inventato" quel prezzo "più basso" che il vecchio sistema non ha (come nelle migliori tradizioni com-plottiste dei romanzi) mai voluto svelare.
Ma davvero c'è chi è convinto che i costi della distribuzione in Italia si possano generalizzare e stabilizzare in tutto il sistema (e non solo nelle nicchie di mercato) al livello di quello delle "pompe bianche" o degli ipermercati? C'è davvero chi crede che si possa considerare strategico un modello di rete "disaggregato" e "puro", con una polverizzazione di "micropetrolieri" da un lato e di aggregazioni di multinazionali della GDO dall'altro, comunque ed in entrambi i casi franchi da ogni contesto di integrazione con la raffinazione e neutri rispetto alla responsabilità del sistema verso l'economia, la mobilità , ecc. ecc., e che valga la pena di buttare a mare sull'altare di questa improbabile "rifondazione" investimenti, strutture e, per ultimo, ma non ultimo, svariate decine di migliaia di lavoratori (e non stiamo parlando, beninteso, solo dei gestori)?
Equivoci, appunto. Che non si possono assolvere solo come il risultato di una limitata sensibilit‚, di una sequela di fraintendimenti, di presupposti errati cresciuti per accumulazione, perchè invece sono, purtroppo, consapevole artificio di alterazione della realtà , di fabbricazione di teoremi, di scelte, in somma, ed avallo a nuovi e più potenti monopòli di quelli messi sotto scacco.
Che cosa dovrebbero pensare o fare i Gestori in questa fase?
In fin dei conti, essi sono sempre la parte più debole: da decenni sono abituati a contendere con l'industria petrolifera, ne conoscono tutti i vizi e le tentazioni, sono adùsi a strappare ogni cosa con fatica ed a vedersela continuamente mettere in discussione, a subire tutte le perturbazioni del settore, siano esse generate dall'interno piuttosto che, come da qualche anno succede, originate dagli scenari che cambiano all'esterno.
Anzi, proprio in questi ultimi anni ed in netta dipendenza di quel che è avvenuto "fuori" dal sistema, tutto è peggiorato: la guerra dei prezzi ha dapprima cambiato le modalit‚ dell'operare generando più modalit‚ di servizio, infine, tra lunghi travagli, ha reso intollerabili i vincoli commerciali rispetto non all'obiettivo (risibile davvero, visti i presupposti di partenza) della competizione con la GDO o le "pompe bianche", ma a quello (più naturale) della sopravvivenza; le condizioni si sono fatte più difficili, le relazioni "interne" sono state avvelenate dalla conflittualità , dalla rivalsa delle difficoltà dell'industria petrolifera sull'ultimo anello, dalla ricerca di scappatoie marginali (ma vitali per i Gestori) per comprimere le condizioni economiche, per dilatare la flessibilità , per riversare oneri e responsabilità .
Non stupisce, dunque, che la prima risposta che verrebbe in mente sarebbe di mandare al diavolo tutto, lasciare che il sistema si decomponga e che i nuovi carnivori ne addentino la carcassa.
In verità , da tempo, i tentativi della Categoria di razionalizzare delle risposte alla crisi del settore sono stati numerosi, anche se, come si addice ad una pluralit‚ di opinioni, non sempre e necessariamente univoche. Ad esempio, c'è stato il Workshop unitario di FAIB, FEGICA e FIGISC del gennaio 2008: una piattaforma assolutamente "aperta" ed a 360 gradi su strumenti contrattuali, relazioni commerciali, evoluzione della rete e chi più ne ha più ne metta. Del quale si può dire, con assoluta serenità , che si poneva in una logica costruttiva "interna" e non "antagonista" al settore.
Non cosi per tutti. C'è chi coltiva l'idea che non esistano più margini per salvare qualcosa di questo sistema; è la suggestione di chi suggerisce di "cambiare pelle", secondo la quale non c'è più posto per il Gestore, che deve, invece, cambiare mestiere e diventare "petroliere" per poter combattere ad armi pari con la GDO piuttosto che con le "pompe bianche". E ben venga, dunque, qualunque intervento che "tagli le unghie" all'industria petrolifera, l'unico vero ostacolo alla libertà di gestione e di mercato.

Può darsi che negli ultimi tempi si siano (comunque, a motivo dell'accentuarsi della conflittualità interna al settore e delle difficoltà della Categoria) agitati aspetti delicati e solleticati gangli nervosi (ci riferiamo a questioni quali il vincolo di esclusiva, la "separazione" della filiera, ecc.), che hanno finito per "coprire a sinistra" motivazioni di smembramento del sistema funzionali non già alla maggiore libertà dei Gestori (che siano tali o travestibili da "petrolieri"), ma, alla meno peggio, a qualche forma di vendetta politica nei rapporti Governo-industria petrolifera, piuttosto che alla definitiva spartizione/assegnazione del mercato a nuovi e più formidabili "poteri forti".
In ogni caso, siamo arrivati ad una domanda cruciale: i Gestori sono ancora parte di questo "sistema", messo cosi drasticamente sotto scacco, o non ne sono più parte e devono, pertanto, unirsi - visto il magico momento che sembra contrassegnare il versante istituzionale - alla squadra "multinteressi" che lo sta demolendo a picconate?
La suggestione della "libertà " potr‚ veramente identificarsi in una avventura che progetta una rete fatta da GDO e "pompe bianche", alle quali si vorrebbe aggiungere qualche superstite impianto "liberamente" gestito da ex gestori diventati "petrolieri", che ogni giorno si cimenteranno con l'emozione delle quotazioni del Platt's e con la concorrenza di "tutta una rete" a progressivo "prezzo più basso" e con formidabili competitori (GDO) che possono scendere più sotto quel tanto che basta per rubar loro la clientela? E, mentre tutto questo accade secondo i tempi di una "riforma" cosi lungimirante, che ne sar‚ dei "soliti" Gestori, dei loro diritti, delle loro situazioni, del loro lavoro?
Noi ci sentiamo ancora parte di questo settore, e ovvviamente non tanto per affezione o nostalgia di ciò che esso era, quanto perchè al di fuori di esso non c'è il Gestore, ma non solo quello cui siamo abituati a pensare, ma neppure, con tutto il rispetto, quello "emancipato" al punto da diventare un "petroliere". E ciò non perchè non abbiamo sufficiente fantasia o coraggio o voglia per pensare ad una simile evoluzione, ma perchè siamo assolutamente scettici sul fatto che la ricetta che si sta preparando oggi, con i presupposti da cui parte, con gli obiettivi che si prefigge e con gli strumenti che intende mettere in campo, possa essere un'opportunit‚ per i ventimila Gestori di questo Paese, per le loro famiglie ed i loro dipendenti. Non ci si aspetti che contribuiamo, con le nostre mani, ad abbattere a picconate qualcosa di cui ci sentiamo ancora parte.
Ed in ogni caso, il risultato di una equazione con molti equivoci (imperdonabili) e qualche suggestione (ancor-chè comprensibile) non è certamente una buona riforma. (Luca Squeri)

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