Pubblichiamo una lettera di un Gestore con contratto di associazione in partecipazione .Lo ringraziamo nella speranza che possa continuare a scriverci e a far leggere la sua ,seppur "sarcastica" ,situazione .
Buongiorno sono un diversamente gestore.
Gestisco di fatto un distributore di carburante, ma non mi posso chiamare gestore.
La compagnia petrolifera mi ha fatto firmare un contratto di associazione in partecipazione, e mi chiama associato.
Sembra che il contratto di gestione sia stato firmato da una società di proprietà della stessa compagnia petrolifera. Ma questo contratto non l’ho mai visto.
Il contratto di associazione in partecipazione prevede che il margine (che la società di gestione di proprietà della compagnia petrolifera ha concordato con la compagnia petrolifera stessa) venga suddiviso in parti uguali, dopo aver sottratto tutti i costi di gestione escluso il personale.
A mio carico rimangono i costi del personale.
Se raggiungo il budget che mi hanno fissato arrivo a guadagnare come uno dei miei operai, però se i litri scendono rischio anche di perderci.
Come garanzia la petrolifera vuole una fideiussione.
Per il fisco sono un “altre forme contrattuali di gestione” e non ho diritto al bonus fiscale.
Per le associazioni di categoria non esisto perché non sono gestore.
Il mio contratto non dura sei anni ma tre più tre.
Gli unici che mi considerano un vero gestore sono i clienti, da cui prendo gli insulti, i soldi fasulli e qualche volta una botta in testa.
Quando vogliono essere gentili mi danno del ladro approfittatore perché ho fatto andare il petrolio ad oltre 100 dollari al barile e poi partono sgommando a tutta velocità.
Sono un povero associato, un diversamente gestore.
Saluti
Giuseppe M.
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Caro Giuseppe, non sei il solo, anzi sei fortunato, io su un contratto 3 + 3 ci metterei la firma!!
Scusami e permetti a chi si trova in condizioni peggiori delle tue di scherzarci sopra. Ecco il testo dell'emai che da qualche giorno ho inviato alla Faib (Confesercenti):
Buongiorno, mi chiamo -----------------------------, insieme a mia moglie e tre nostri dipendenti gestiamo un distributore di carburanti e un piccolo bar.
L'impianto in questione appartiene ad un soggetto privato (in gergo si chiama convenzionato) che ha stipulato con noi un contratto di associazione in partecipazione, con durata sei mesi (tacitamente rinnovabile). Tengo a specificare che questo contratto ci è stato propinato in quanto il proprietario era forte del fatto che noi avevamo bisogno di lavorare. Nel contratto sono espresse tutte le volontà dell'associante e l'associato è totalmente subordinato e privo di qualsiasi autonomia (esempio obbligo di orario di lavoro molto più ampio dei normali orari sindacali), in sostanza noi non siamo ne gestori ne dipendenti. Oltre al distributore, gestiamo un piccolo bar sito all'interno del punto vendita, anch'esso affidato dal medesimo proprietario con contratto di affitto di azienda (durata un anno tacitamente rinnovabile).
Sapendo che il proprietario intende vendere l'impianto abbiamo manifestato la nostra preoccupazione e rinnovato (in concerto con la compagnia petrolifera sponsorizzante) la nostra intenzione di avere la gestione diretta dell'impianto e la possibilità di acquisto della licenza del bar, ma il proprietario non ne vuole sapere.
Adesso vengo al punto delle perplessità:
quando abbiamo iniziato, nel 1996, abbiamo formalizzato i contratti di lavoro con i dipendenti in modo identico a quello che avevamo con il proprietario (contratti di associazione in partecipazione), ma dopo un breve periodo il commercialista ci disse che in caso di controlli da parte di ispettori inps o altri, i contratti di associazione in partecipazione sarebbero stati messi in discussione e probabilmente revocati. Preoccupati di questi controlli ed anche per questione morale, gli abbiamo convertiti in normali contratti di lavoro cnnl.
Quando abbiamo manifestato questo problema al proprietario dell'impianto lui ha detto di fare dei contratti di sei mesi in sei mesi e nel caso in cui i dipendenti reclamassero di licenziarli. Il nostro commercialista ci ha detto di stare molto attenti e che i dipendenti (con contratto o di fatto) avrebbero potuto impugnare il licenziamento e fatto passare a noi dei guai.
Come possiamo garantire un normale contratto ai dipendenti se il proprietario non intende garantire a noi ciò che si spetta?
In attesa di riscontro le invio cordiali saluti.
Nota bene, preferisco per il momento nascondere il mio nome e cognome perché temo ripercussioni ma se dovesse essere necessario non esiterò a denunciare (anche tramite i media) quanto sopra.