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La bollicina di Drake e il futuro del barile

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Pochi conoscono la storia della prima bolla del petrolio, non dissimile da quella di tulipani, delle dotcom e dei subprime. Una storia che vale la pena di esser raccontata, anche perchè nei prossimi giorni ricorrerà il suo «anniversario». Tutto ebbe inizio nel 1859, quando il colonnello Edwin Drake, in realtà un ex conducente di locomotive, compì la prima trivellazione della storia degli Stati Uniti a Titusville, nel nord della Pennsylvania. Dopo mesi di ricerche la Seneca Oil Company, che lo aveva finanziato, disperava dei risultati, ma improvvisamente la sera del 29 agosto, in un podere mezzo diroccato cominciò a sgorgare l'oro nero. Presto la regione fu ribattezzata Oil Creek (la valle del petrolio), mentre da ogni angolo del Paese accorrevano awenturieri in cerca di fortuna. L'anno seguente il prezzo del barile raggiunse la cifra impressionante di 20 dollari, salvo crollare bruscamente di lì a breve. Nel 1861 lo stesso barile veniva venduto a 10 cents (-99,5%), poi ancora più giù, fino a diventare meno caro dell'acqua. Altri tempi. Drake morì solitario e povero in canna, ma poco dopo sarebbe nata la Standard Oil, dall'intraprendenza di un giovane di 26 anni, il cui nome, John D. Rockefeller, è ancora oggi sinonimo di ricchezza spropositata. Un secolo dopo, perfino la Nasa ebbe una piccola euforia da oil. I suoi tecnici si misero in testa di produrre hamburger dal petrolio, farne cibo per gli astronauti, poi chissà. Probabilmente è soltanto una leggenda, ma rivela bene come all'epoca, in piena corsa verso lo spazio, l'idea di una improvvisa penuria di greggio non sfiorasse la mente di nessuno. Oggi, invece, la fine del petrolio è un tema fin troppo ricorrente. Da un lato i «catastrofisti», convinti che i sauditi mentano spudoratamente sulle riserve del megagiacimento di Ghawar (283 chilometri di lunghezza, 5-6 milioni di barili al giorno), vero ago della bilancia, nel bene e nel male, dell'offerta Opec; dall'altro lato, coloro che guardano con ottimismo alle nuove scoperte, dal mare brasiliano al delta del Niger, fino al polo Nord, e si dicono convinti che in ogni caso i bitumi del Canada e le scisti rocciose del Nevada basteranno per secoli. Inutile alambiccarsi su chi avrà ragione: a occhio e croce, e per approssimazione, l'attuale reverves/production ratio ci dice che c'è petrolio per almeno 40 anni, gas naturale per 60 e carbone per oltre 200. Andare a piedi o morire di freddo non è questione del domani. Ma intanto la cronaca quotidiana riserva altri scenari. In primis, lo stucchevole dibattito sui megabonus di Andrew Hall, il supertrader dell'energia di Citigroup che ha chiesto una modifica al suo contratto, affinché i 100 milioni di dollari «di spettanza» non finiscano nel tritacarne di Kenneth R. Feinberg, lo zar dei compensi, nominato dall'amministrazione Obama. Poi, la consapevolezza che la correlazione fra crescita economica e prezzo del barile non è mai stata così stretta. Si badi, un tempo non era così. Oggi invece la proxy, diciamo così, è quasi automatica. Piaccia o meno, in oltre un secolo e mezzo abbiamo consumato già circa la metà di tutto il petrolio che abbiamo scoperto. Dopo il picco di 147 dollari del luglio 2008, il costo del barile è precipitato a 30 e adesso traccheggia fra 65 e 74 dollari (+125-135%). Ma soprattutto varia, quasi all'unisono, a seconda del prevalere di ottimismo o pessimismo sulla ripresa che verrà. È ovvio, si dirà, ma non è scontato. Ed è bene saperlo. Si può infatti anche immaginare che a Ghawar si trucchino un po' le riserve, ma sono gli stessi sauditi ad ammonire (Financial Times del 26 maggio) che se non verrà "irrobustito" il ciclo degli investimenti e della raffinazione, tempo tre anni i 150 dollari al barile saranno riacchiappati. E non ci si illuda che tagliando le unghie agli speculatori alla Andrew Hall i problemi verranno risolti. La speculazione i trend li cavalca, li amplifica, ma non li crea dal nulla. Tuttalpiù, si darà la stura a qualche governante per poter salire nei sondaggi gridando agli untori. A ben vedere l'ultima grande corsa dell'oil è partita nel 2004 mentre, in contemporanea, spare capa city ed inventorìes toccavano il punto più basso. Insomma, quella innescata dal colonnello Drake, alla fine, fu soIo una bollicina. Ma domani?

CLAUDIO KAUFMANN

Bloomberg Borsa&Finanza



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Ultimo aggiornamento ( Sabato 22 Agosto 2009 12:09 )  

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