Sono 4-5 le raffinerie che in Italia rischiano la chiusura sui 16 impianti oggi operanti, dopo quello di Cremona. L'Unione petrolifera, tramite il suo presidente Pasquale De Vita, lancia l'allarme: in ballo ci sono 1.500 posti di lavoro, più altri 3 mila dell'indotto. Martedì prossimo ci sarà un primo incontro con il governo.
Presidente, cosa sta succedendo al settore deDa raffinazione?
«Quello che andiamo dicendo da due anni: la crisi della raffinazione non era da considerarsi congiunturale. Il settore nel biennio ha perso due miliardi. Solo che tutte le volte che noi del settore petrolifero poniamo un problema la replica è sempre: "Voi petrolieri non ne avete"».
Be' ammetterà che ci sono settori che stanno peggio...
«I bilanci in equilibrio riescono a tenerli solo le grandi multinazionali che guadagnano dall'upstre-am (estrazione), perché i margini del downstream (raffinazione e distribuzione) si sono molto ridotti. In Italia i risultati sono tutti negativi».
Quali sono le cause della crisi della raffineria?
«C'è un forte abbattimento dei consumi petroliferi in Italia e in Europa. Solo nell'ultimo triennio in Italia si è registrata una diminuzione di circa l'8% (oltre 6,6 milioni di tonnellate in meno). Nel 2011 siamo a meno 3% nei primi nove mesi».
C'è solo un calo dei consumi?
«No, c'è anche una contrazione delle esportazioni negli Usa, so-
prattutto di benzina. E poi subiamo la concorrenza di Paesi emergenti, le cui nuove raffinerie, in India e Medio Oriente, godono di una situazione di vantaggio competitivo con vincoli normativi ed ambientali molto meno severi».
Insomma, c'è crisi come in tutti gli altri settori?
«No, il problema è di lungo periodo e attiene alla riduzione ormai consolidata nei consumi di prodotti petroliferi a vantaggio di altre fonti, come i biocarburanti».
E' un fatto di salvaguardia ambientale.
«Sì, ma ha delle conseguenze che vorremmo fossero finalmente prese in considerazione».
Dal governo? State chiedendo aiuti?
«Non vogliamo soldi. Facciamo presente che l'eventuale disimpegno dalle attività industriali della raffinazione implica uno spostamento della dipendenza energetica del Paese sempre di più verso i prodotti finiti, riducendo la sicurezza in un caso come il blocco avvenuto in Libia, per esempio».
Insomma è interesse anche del Paese che la raffinazione in Italia non chiuda. Ma il governo che può fare?
«Ci piacerebbe che facesse quello che sta pensando di fare la Francia: difendere la propria industria con barriere sui prodotti importati dai Paesi emergenti. Ma intanto chiediamo due cose importanti».
La prima?
«Bisognerà chiudere 4-5 impianti...».
Quali?
«Dipenderà dalle dimensioni e
dalla localizzazione. Sul piano occupazione in tutto riguarderà 4.500 lavoratori. E' una situazione che va gestita, questo diremo martedì al governo al primo tavolo sul tema. Poi potremo concentrarci sugli impianti che restano».
In che modo?
«Servono degli investimenti per migliorarne l'efficienza. I petrolieri sono pronti ma servono condizioni di certezza normativa. Insomma manovre come quella della Robin Tax che abbiamo subito, non aiutano. E nemmeno le distorsioni in peggio delle direttive europee o la duplicazione degli adempimenti a livello locale. In ballo ci sono 6 miliardi d'investimenti: facciamo presto».
Antonella Baccaro
Fonte: Il Corriere della Sera
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Oèèè Gestori.
Forza facciamo una coletta per aiutarli che fra un po saranno costretti a chiedere l' elemosina ai semafori.
POVERINI ! ! !