Lo sciopero dell'Eni di Marghera mette in crisi la raffineria. L'azienda: autonomia solo fino a martedì
Alla Ies cresce l'allarme per le ricadute dello sciopero di sei giorni all'Eni di Marghera, lo stabilimento che garantisce gli approvvigionamenti di strada Cipata: "Se le attività non riprenderanno il primo novembre con il ripristino della fornitura, la raffineria sarà costretta a fermare i propri impianti" fa sapere l'azienda.
Mentre sull'asse Roma-Venezia proseguono le trattative per far tornare tutti al lavoro nonostante l'annuncio di sei mesi di cassa integrazione, alla Ies gli impianti continuano a funzionare al minimo tecnico. Colpa della dipendenza da Marghera: l'azienda di strada Cipata non ha un pontile di proprietà e si appoggia a quello di Eni, dove il greggio viene pompato anche nelle pipeline che poi corrono fino a Mantova. Lo sciopero è stato proclamato fino a martedì e, a quanto si deduce dal comunicato della Ies, le ridotte scorte della raffineria dovrebbero bastare a coprire l'emergenza, ma da strada Cipata arriva chiaro il messaggio che oltre non si può andare. Quel contratto sottoscritto con Eni, che dovrebbe garantire le forniture, non viene vissuto come una tutela inviolabile. Insomma sei mesi di cassa integrazione con l'ombra di altre possibili agitazioni veneziane creano un vero allarme mantovano.
Nell'ambiente circola l'ipotesi di una possibile precettazione degli operai di Marghera. In questo senso s'è mossa anche la Ies, che ha cercato una sponda in prefettura trovando però pochi margini di manovra: difficile sospendere d'imperio uno sciopero proclamato in un'azienda privata e in assenza di un servizio pubblico da garantire. Dunque una via d'uscita andrà cercata altrove. La les deve sperare in un accordo sindacale a Venezia che interrompa lo stato di agitazione all'Eni o muoversi per il rispetto dell'accordo di fornitura siglato con il Cane a sei zampe. Ai timori sui prossimi sei mesi, si aggiungono quelli di lungo periodo sul futuro dello stabilimento che torna ad affacciarsi nell'ambiente. Nei giorni scorsi Pasquale De Vita, il presidente dell'Unione Petrolifera, ha ribadito che in Italia ci sono «quattro o cinque raffinerie di troppo» e che i criteri per individuarle sono "la dimensione e la localizzazione". La Ies è una delle più piccole del Paese e al nord esistono già altre strutture importanti (il petrolchimico di Venezia, Busalla nel Genovese e San Nazaro de' Burgondi, a Pavia). I dubbi sono legittimi, ma l'amministratore delegato Zsolt Szalay li spegne: "Sono completamente prive di fondamento le voci di un disimpegno del gruppo Mol (proprietario di les, ndr) con conseguente chiusura della raffineria di Mantova. Al contrario, negli ultimi anni abbiamo investito più di 200 milioni di euro per migliorare la competitività e le prestazioni ambientali".
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