Petrolio. Il balzo del greggio (ieri a 121 il Brent) spinge gli utili delle majors a 164 miliardi di dollari
60,70,80,85... E con incredulità, più ancora che con spavento, che l'automobilista guarda scattare il contatore della pompa di benzina che gli segnala un esborso sempre più vicino ai 100 euro per un solo pieno. Così finisce per guardare storto il benzinaio, come fosse un estorsore, tanto più pensando che si oppone ai tentativi di liberalizzazione che dovrebbero in prospettiva calmierare un po' i prezzi.
Una considerazione che attutisce la voglia di inveire contro il "Governo ladro" che ha aumentato l'imposizione fiscale sui carburanti. Mentre gli autotrasportatori hanno imbracciato i forconi e i pescatori escono in mare sapendo dì gettare le reti in perdita, c'è chi ha motivi per sorridere, anche se finisce pure per lamentarsi: Big OiL
Le sette principali compagnie petrolifere occidentali (Exxon Mobil, Bp, Shell, Chevron, Total, ConocoPhillips ed Eni) hanno chiuso il 2011 con un boom di profitti netti, vicini o superiori al record del 2008: un totale di quasi 164 miliardi di dollari Fanno 13,6 miliardi al mese, guidati dai 3,4 miliardi di dollari che ogni 30 giorni hanno riempito le casse di Exxon Mobil per un cumulativo annuale di oltre 41 miliardi. Se il gruppo francese Total ha reso noto di aver realizzato un guadagno netto di più di un miliardo dì euro al mese, anche l'Eni - sia pure ultimo nella classifica dei grandi - è riuscito a incrementare l'utile netto "adjusted", che nel 2011 ha sfiorato Ì7 miliardi di euro. E ieri la principale società di trading petrolifero,Vitol, ha annunciato un record dì giro d'affari (297 miliardi di dollari) e di volumi (457 milioni di tonnellate, contro Ì399 del 2010): mistero totale sui profitti, visto che essendo un'azienda non quotata che fa capo ai suoi traders non deve rilasciare simili dettagli. La ragione della bonanza fin troppo ovvia: i prezzi mec del greggio di riferimento Brent nel 2011 sono risultati de 40% superiori a quelli del 2010 ossia a 113 dollari al barile. Le tensioni sul fronte dell'offerta hanno finito per annullare gli effetti del tendenziale rallentamento economico. Se l'ann scorso ci fu il fattore Libia quest'anno è il caso Iran e non solo promette di sostenere le quotazioni, ma minaccia di farle esplodere. E ieri il Brent è schizzato sopra i 121 dollari. A medio-lungo termine, poi, l'incidente di Fukushima ha garantito che il principale concorrente dei combustibili fossili nel prendersi una fetta crescente del mix energetico globale - l'energìa nucleare - si espanderà molto meno delle precedenti previsioni. Eppure le majors continuano a avanzare motivi dì cautela e lamentela "Il contesto è stato favorevole per l'Upstream ma difficile per il Downstream, specialmente in Europa", ha sintetizzato il ceo di Total Christophe de Margerie, sottolineando che i rincari del greggio hanno compresso i margini sulla raffinazione. Sulla stessa lunghezza d'onda l'Eni, ì cui risultati sono stati frenati dalle perdite nella raffinazione e nella petrolchimica, oltre che dalla debolezza della domanda di gas. Più in generale, poi, tutte le majors evidenziano come siano necessari maggiori investimenti per progetti sempre più rischiosi nell'esplorazione e produzione, indispensabili anche solo per mantenere output e riserve attuali. Rilievi seri e non nuovi, che però non convincono varie associazioni di consumatori o gruppi di opinione tradizionalmente avversi ai Big Oil.
La convinzione ideologica che le compagnie peschino troppo nelle tasche dì tutti trova una sponda negli economisti che avvertono sui rischi per la ripresa economica derivanti dai rincari della bolletta energetica per le imprese e dalla diminuzione del reddito disponibile delle famiglie. Non stupisce che dagli Usa stia ripartendo una campagna anti-Bìg Oil con risonanze nella depressa Europa. Il progressista Center for American Progress di Washington ha buon gioco nel premere perché, quantomeno, le principali compagnie rinuncino alle agevolazioni fiscali che gravano sui contribuenti, stimate in circa 2 miliardi di dollari annui per le 5 majors anglosassoni.
Dopotutto, sottolinea il Cap, "invece di utilizzare i profitti addizionali per aumentare la produzione (che è diminuita) o investire in energie alternative hanno speso l'anno scorso 38 miliardi dì dollari nel riacquisto di azioni proprie" e per di più "tengono 58 miliardi in riserve cash". Ma, continua il Cap, gli sforzi parlamentari per ridurre i taxbreaks sono stati vanificati da una attività di lobbying per cui le 5 majors hanno speso 65,7 milioni di dollari, oltre a 1,6 milioni in contributi elettorali. È un dubbio che è tornato a diffondersi: la crescente montagna di soldi su cui siedono le compagnie ne rafforza la manomorta politica, mentre solo una parte relativamente modesta viene dirottata sugli investimenti di capitale. Che pure tutte le compagnie hanno promesso quest'anno di aumentare.
| Compagnia |
Profitti netti in miliardi di dollari nel 2011 |
Variazione percentuale 2010 |
|
EXXON MOBIL
|
41,1 | +35 |
|
ROYAL DUTCH/SHELL
|
30,9 | +54 |
|
BP
|
25,7* | ------- |
|
CHEVRON
|
26,9 | +41 |
|
TOTAL
|
17 | +23 |
|
ENI
|
9,7 | +7 |
Fonte: Il Sole24Ore
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