TRA CONSERVAZIONE DELL’ESISTENTE E TIMORE DEL NUOVO
SE LA PAURA DI CAMBIARE VI HA FATTO GIRARE IL MENTO
di Roberto Di Vincenzo
Non c’é niente di piú rassicurante che trovarsi all’interno di un “mondo conosciuto”; un mondo nel quale, come davanti ad un camino, ci si “raggomitola”, protetti dal nuovo. Una realtá, quella del nuovo, che costringerebbe ciascuno a fare i conti con l’ignoto, dovendo rinunciare a ruoli e certezze antiche, ma anche a ripensare la propria esperienza precedente, esercitando quel diritto/dovere di passare i comportamenti assunti al vaglio dell’autocritica. In altre parole, confrontarsi con la “novitá“ renderebbe necessario doversi adattare ad un mondo magmatico, in fermento, nel quale abbandonare quella comoda visione che divide nettamente ció che é percepito come culturalmente rassicurante, da quello che appare ostile solo perché non si adatta alla “morale comune”, ancorché abusata.
Il valore che ciascuno di noi attribuisce ai sostantivi “etica” e “morale” é ció che determina la “nostra” chiave di lettura degli accadimenti. Ma sarebbe bene ricordare che non c’é un valore universalmente attribuito a questi sostantivi: essi cambiano in funzione della cultura, dell’esperienza, delle latitudini e della storia di ciascun popolo e finanche di ciascun individuo.
Allora la questione diventa quella di giudicare i fenomeni non attraverso la cosiddetta “morale corrente”, quasi sempre sfocata, ma provando ad usare una lente che riesca a farci cogliere le mille sfumature e colori che compongono ogni realtá, anche quella che innova. Senza la curiositá e l’ambizione di guardare piú avanti della punta delle proprie scarpe, l’essere umano sarebbe ancora all’etá della pietra. La storia é piena di esempi in cui si sono confrontati la difesa arroccata del vecchio, dell’esistente, e la voglia di “scoprire”, di immaginare e di sognare un’altra possibile realtá, un altro mondo, un altro futuro. Senza Cristoforo Colombo, non ci sarebbe il continente americano; senza James Cook non si saprebbe dell’esistenza dell’Oceania; senza Galileo la Terra sarebbe ancora considerata piatta; senza Sabin ci sarebbero milioni di poliomielitici; senza Meucci, Marconi o senza Einstein ci scambieremmo informazioni e messaggi ancora con i tamburi di pelle e la fisica sarebbe rimasta ai primordi. Un tratto caratteristico li accomuna: nessuna paura del nuovo e di sfidare la “morale comune”. Tutto questo é valso per i “grandi” in passato, almeno tanto quanto per il quotidiano dei semplici abitanti del mondo che ci hanno preceduto. E continua a valere anche per le nostre “piccole vicende”. Anche nel nostro settore c’é una parte arroccata a difesa del vecchio, dei privilegi, dei rapporti di forza esistenti ad esclusivo vantaggio di piccole elíte; eppoi ce n’é un’altra, fatta di una moltitudine di individui, organizzate sotto forma di microscopiche imprese, che rivendicano, forse troppo sommessamente, uno spazio di autonomia e iniziativa con le quali dimostrare professionalitá e capacitá di svolgere con serietá e dignitá il proprio lavoro. Niente di sconvolgente, in apparenza, ma una rivoluzione coraggiosa nelle condizioni attuali.
Negli ultimi quarant’anni di esempi di coraggio ce ne sono stati e di novitá ne sono state introdotte. Ma, evidentemente, ció non é bastato a qualche piccolo petroliere, il quale, nella sua approssimativa rappresentazione dell’Universo, crede ancora che sia il Sole a girare intorno alla Terra.
E’ la superficialitá, l’insipienza e l’egoismo di chi pensa di essere il centro motore dell’Universo che sta lentamente sgretolando la grande ventata di novitá che la nostra Categoria ha saputo portare ad un settore che, oggi, praticamente ridotto all’asfissia.
Ed é stata proprio quella novitá -e non i sermoni sulla competizione di un mercato che non esiste se non come proiezione degli interessi di pochi speculatori- che hanno permesso al settore tutto di crescere, per un lungo periodo senza troppi patemi d’animo.
E’ una veritá incontrovertibile, cosí come é palesemente falso e grottesco quando si sostiene che sarebbero orari, turni e contratti rigidi ad impedire al mercato di fare il decisivo balzo in avanti.
E’ la vecchia “tattica” utilizzata ogni volta che si vuole impedire di mettere in discussione i propri privilegi.
La stessa che i conservatori dell’esistente adottano quando agitano l’”esproprio proletario”, come un vessillo stinto dal tempo, per evocare il timore del “male assoluto” ed impedire, cosí, che il nuovo, pure in “picciola parte” possa dispiegare le vele.
Che gli impianti siano di proprietá di compagnie e retisti non lo nega nessuno e altrettanto che la “proprietá” sia intoccabile.
Cosa diversa é sostenere che il “mercato” sia libero.
Un sistema in cui un dominus unico (compagnie petrolifere) controlla interamente la filiera (dalla ricerca alla distribuzione finale), detenendo non solo i flussi ma anche i “prezzi” in un tutte le fasi dello scambio, non puó essere spacciato per un mercato libero. Anzi.
Per questo il Gestore di un impianto “a marchio” paga un prezzo superiore tra i 12 ed i 16 eurocent al litro a quello con cui il medesimo marchio vende sul cosiddetto “mercato extrarete”.
In questo contesto si pretenderebbe che il Gestore faccia concorrenza con un “margine” fisso inferiore a 4 cent. Spesso nei confronti della stessa compagnia della quale espone il marchio che diventa -in una visione kafkiana anche il suo piú immediato competitore.
Quando, in passato, abbiamo definito questa sistema una “parodia del mercato”, abbiamo solo letto la realtá.
Chiunque pensi di poter continuare a perpetuare all’infinito una tale situazione nella quale i Gestori debbono solo subire questo stato di cose fino alla propria scomparsa, fa un’opzione solo sul presente dimenticando che la storia (anche quella economica) non si ferma all’oggi.
Con una rappresentazione un tantino immaginifica abbiamo spesso detto che l’industria petrolifera sta segando il ramo dell’albero sul quale l’intero settore é seduto perché questa situazione sta per esplodere e la stragrande maggioranza dei Gestori é arrivata al limite della sopportazione ed anche delle disponibilitá economiche. Meglio di tutti lo sanno i responsabili del “credito” delle compagnie petrolifere.
D’altra parte vedersi ridurre le vendite da un’improvvida politica commerciale delle aziende che dirottano i “litri” su altri canali e avere un “ricarico” inferiore al 2,5% del prezzo al pubblico pagando il denaro almeno l’8% sono elementi che, da soli, danno una rappresentazione della realtá drammatica e insostenibile.
Senza contare che con la partecipazione agli ipersconti il margine unitario del Gestore scende sotto l’1%.
Per ribaltare la situazione, certo, ci vuole coraggio. Coraggio e una capacitá di ascolto che vada al di lá del mero tornaconto immediato.
Per questo da quattro anni predichiamo la necessitá di un’autoriforma che le chiusure aziendali continuano immancabilmente ad allontanare.
Il dilemma fra esclusiva sí! ed esclusiva no! Trae la sua origine da un falso ideologico: in una condizioni contrattuale e di mercato che emargina il Gestore, il superamento dell’esclusiva (le cui modalitá sarebbero ovviamente contrattate) diventa indispensabil e; ma, se fosse garantita la possibilitá per i Gestori di competere, ad armi pari, sul loro mercato a condizioni contrattuali eque e non discriminatorie, non avrebbe ragione d’essere.
Arrendersi ad un fatale destino solo “perché cosí vanno le cose”, non ci piace e non lo possiamo condividere.
Non accetteremo mai che la Categoria sia vittima di un carnefice che allunga, manovrato da compagnie, retisti ed ignari ed ilari compagni di strada, il “letto di Procuste” fino alla disarticolazione degli arti di ogni singolo Gestore.
Se questo processo diabolico non dovesse invertirsi e noi fossimo chiamati a scegliere, staremmo dalla parte dei Gestori, anche in aperto conflitto con l’intero “potere costituito”.
Noi siamo convinti che sia possibile coniugare i differenti interessi con la capacitá di essere allo stesso tempo innovatori e custodi severi delle tradizioni.
Solo in una visione manichea é invalso il principio “con me o contro di me”. Noi immaginiamo che ci siano tante sfumature di grigio fra il bianco ed il nero e vorremmo provare a dimostrare che é possibile declinare diversamente il futuro della nostra Categoria e del settore.
In fondo quello che ci anima é quello “spirto guerrier ch’entro ci rugge” che ha consentito al nostro mondo di diventare moderno.
Se Machiavelli, che rappresenta il passaggio della concezione dello Stato dal “vecchio” (il medioevo) al “nuovo” (il rinascimento), ipotizza di affidare lo “scettro” ad un “Veltro” chiacchierato pur di fare di un arcipelago di staterelli una nazione, varrá bene per il nostro settore la sfida di provare a mettere da parte le differenze per guardare all’utilitá del settore (e del Paese)?
Su questo interrogativo auguriamo a tutti, ma proprio a tutti, al di lá di ogni diversitá o visione del mondo, un fervido augurio di Buon Natale e Miglior anno nuovo.
Ne abbiamo tutti un estremo bisogno.
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2011-12-27 19:15:36 | donato quaranta - precisazione
Una precisazione caro sig. Di Vincenzo lei dice che senza Cristoforo Colombo non ci sarebbe il continente americano. Il continente c'era è probabilmente senza Cristoforo Colombo ci sarebbero ancora i pellirossa i Maia gli "Indios amazzonici" quindi come lei vede la novità per quei popoli si può chiamare estinzione delle razze o meglio ancora globalizzazione risorgimentale e come dire che senza aquedotto non avremmo l'acqua ma DIO aveva creato le sorgenti ed i fiumi siamo stati noi ad inquinarli la liberalizzazione non farebbe altro che globalizzare il mercato non ci sarebbero più forme di distinzione sui piazzali non avrammo più divise il prezzo sarebbe uniformato al ribasso (sulla pelle dei gestori) io ero fiero di indossare la tuta con il marchio FINA poi ancora più fiero di fare parte della famiglia TOTAL oggi non vedo un futuro nel mio settore se si continua a parlare di liberalizzazione o meglio io direi globalizzazione perchè in Italia ci sarebbe un unico produttore ovvero ENI e un caos distributivo con la GDO a fare la parte del pesce grosso.
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2011-12-27 19:42:52 | Franco
Magari il sig. Donato ha anche ragione. O magari ci fossero stati ancora i pellerossa e gli indios il mondo cosi come lo conosciamo sarebbe stato diverso. Potrebbe non esserci l'europa ma il mondo nazista, diviso da quello Russo comunista.
E lo dice uno che non è mai stato orgoglioso di portare alcuna divisa, figuriamoci quella di una compagnia petrolifera. Ma forse occorre avere sempre un padrone per sentirsi utili....
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2011-12-27 21:20:22 | donato quaranta - A Franco
Caro collega il mio esser fiero di una divisa è dovuto al fatto di voler essere diverso tra colleghi e non uniformarmi a un semplice modo di vestire uguale per tutti, anche perchè io ho citato due compagnie che in Italia per vari motivi non esistono più per quanto riguarda l'Europa io mi sento ITALIANO e che il nazismo che i nostri padri hanno combattuto alcuni lasciandoci la vita non esiste più se lo consideriamo come idea predominante di un uomo chiamato Hitler ma il momento economico politico finanziario che stiamo vivendo adesso fa pensare ad un Europa comandata dalla Germania essendo l'unica nazione che può imporre agli altri stati la deposizione dei governanti sostituendoli con tecnocrati legati alle banche vedi Grecia e Italia per il resto anche io condivido alcuni aspetti dell'articolo di DI VINCENZO infatti non ho messo il dito giù e stimo anche te quando dici di non essere fiero di indossare delle divise soprattutto delle compagnie con quello che ce le fanno pagare.
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2011-12-27 21:56:42 | Franco
Caro Sig. Donato, è proprio questo il nostro più grande sbaglio quello di volerci diversificare la nostra appartenenza alla categoria vedendo il nostro collega come prima di tutto un avversario commerciale e non un collega con i nostri stessi problemi. Su questa strada le compagnie hanno negli ultimi anni dato corpo alla nostra totale dipendenza economica dissolvendo quei pochi diritti che tutti avevamo saputo con difficoltà conquistare.
Per quanto riguarda il nazismo (diverso dal nazionalismo rappresentato oggi dai Tedeschi, magari ne fossimo capaci noi ), di cui mi scuso per essermi spiegato male, intendevo quello che sarebbe diventato se il buon Colombo non avesse scoperto il Continente Americano. Ovvero se la storia ci avesse privato di quel contributo per sconfiggere quel male che sembrava avesse avuto la meglio.
Per quanto riguarda poi l'esigenza di non rimanere inermi di fronte alla situazione attuale, che poi mi pare essere il centro del discorso espresso nell'articolo dal Dott. Di Vincenzo, questo non può che essere, almeno dal punto di vista dei gestori, condivisibile. Non possiamo che adeguarci ad un mondo che ha deciso di deregolamentare e liberalizzare. D'altronde i risultati ottenuti fino ad oggi non sono proprio positivi e le nostre battaglie per cosi dire corporative hanno favorito solo i più furbi ovvero le compagnie petrolifere ed i retisti che hanno creato il mostro che tutti oggi conosciamo rappresentato dal doppio mercato, dai prezzi personalizzati e dai finti cartelli di sconti. Un mondo che è gravato solo sull'ultima ruota del carro. Noi non possiamo che provare a smontare tutto per fare in modo che venga ricostruito riequilibrando in maniera equa le forze. Non credo abbiamo scelta se non quello di rimanere inermi spettatori al destino che ci costruiranno gli altri.
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2011-12-28 11:01:20 | Moreno Parin - Di Vincenzo: Scambio di persona?
Mi sorge un dubbio atroce: ma il Di Vincenzo che ha scritto l'intervento è lo stesso che ha sottoscritto l'ultimo accordo della Esso, l'accordo Eni del 25 novembre 2010, i riconfermati accordi sul prezzo massimo e via dicendo? io penso proprio di no, non può essere assolutamente la stessa persona.
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Un bellissimo articolo che dedicherei a quanti, fra noi, temono "Il buio oltre la siepe" senza pensare che potrebbe esserci "Il giardino dell'eden".