Le organizzazioni dei commercianti hanno avviato una serie di iniziative contro le liberalizzazioni del commercio previste dalla manovra salva Italia, in particolare contro la liberalizzazione degli orari di vendita e l'apertura anche la domenica.
Nel weekend sia la Confeserecenti sia la Confcommercio hanno pubblicato pagine a pagamento sui principali quotidiani motivando le ragioni della protesta.
Nel suo manifesto Confcommercio chiede al presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti se per caso "non ha cambiato idea"? Ricordando che il sistema distributivo italiano è fatto "di piccole, medie e grandi imprese che si confrontano in un mercato pienamente competitivo, assicura oggi ai consumatori livello di servizio fra i più elevati in Europa": aperture giornaliere di 13 ore, mentre quelle nelle domeniche e festivi sono mediamente 22 l’anno, senza considerare le deroghe per i centri storici e le città d’arte. La Confcommercio afferma, inoltre, che i negozianti non ci stanno perché il "sempre aperti, ventiquattro ore al giorno e 365 giorni l’anno è una condizione insostenibile per le piccole imprese che saranno strette nella morsa tra la rinuncia al diritto al riposo e alla vita familiare da una parte, e la dolorosa rinuncia all’attività, dall’altra". E conclude "le liberalizzazioni se ci sono devono essere per tutti".
La Confesercenti, invece, si è spinta anche oltre criticando le scelte del Governo Monti con una conferenza stampa nel corso della quale il presidente, Marco Venturi, ha detto che l'effetto combinato della deregulation con la crisi, mette a rischio 76.119 negozi che entro il 2015 potrebbero chiudere con una perdita di 190.297 occupati. Secondo l'associazione dei commercianti "liberalizzare non risolve d'incanto il problema del lavoro e dei consumi. Al contrario con gli aumenti dell'Iva, la sfiducia dei consumatori e le chiusure di piccoli negozi gli effetti saranno pesanti". In particolare la Confesercenti stima che per la crisi fino al 2015 potrebbero chiudere quasi 50mila negozi nei beni alimentari, abbigliamento, librerie e cartolerie, fiorai e ferramenta. Il calo di occupati sarebbe di 125mila unità. Cifra che va a sommarsi alle imprese che tra il 2005 e il terzo trimestre del 2011, prima e dopo la crisi, hanno chiuso i battenti, pari a oltre 101mila. La liberalizzazione degli orari, a vantaggio dei grandi centri commerciali, potrebbe tradursi invce nella chiusura fino al 2015 di 25mila piccoli esercizi e una perdita di oltre 67mila posti di lavoro. Secondo Confesercenti lasciare aperti i negozi anche di domenica non aumenta i consumi ma sposta semplicemente gli acquisti a scapito del sabato. Resta la preoccupazione di vedere ulteriormente erose le quote di mercato dei piccoli esercizi con un danno - ha spiegato Venturi - "per il servizio di vicinato e un regalo alla grande distribuzione". Per la Confesercenti non si tratta di "un allarme corporativo". Il settore ha già dato tanto in termini di liberalizzazioni.
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