A parlare sono Anna Maria Restuccia e Matteo Trioni, gli avvocati che curano gli interessi della moglie e del figlio 12enne del benzinaio ucciso con tre colpi di pistola in via Garibaldi a Como. L'intervento dei legali arriva perentorio dopo le parole e i sospetti girati nei giorni successivi all'omicidio. Il discorso, tuttavia, parte da un'udienza fissata per il 17 febbraio, di fronte al Tribunale civile di Milano per l'inizio delle operazioni di accertamento tecnico preventivo di un credito presunto da parte della Shell nei confronti di Giacomo Brambilla e di cui la compagnia petrolifera aveva chiesto la verifica. Che tra le due parti ci fosse una vertenza è cosa nota, meno noto è che la cifra contestata dalla compagnia petrolifera all'uomo ucciso fosse all'incirca 4 milioni e 200 mila euro. Un saldo che Brambilla aveva confutato in modo perentorio: per questo l'appuntamento di domani sarebbe servito per fare luce sui .crediti e i debiti dell'imprenditore con la compagnia di benzina che gli forniva il carburante. Sembra tra l'altro che lo stesso Brambilla, poco prima di morire, avesse chiesto al proprio legale di citare a sua volta la Shell, contestata per il margine esiguo lasciato a chi gestiva le pompe di benzina con il marchio della multinazionale. Una battaglia contro un colosso portata avanti da un piccolo imprenditore che a questa vicenda stava dedicando tempo ed energie. Tanto, appunto, da far dire ai propri legali, che «la trattativa con Arrighi era in questo momento la sua ultima preoccupazione».
E sarebbe proprio da ricondurre a questo scontro tra Brambilla e Shell - e non certo a misteriosi rapporti con Arrighi l'approdo dei noti assegni circolari da 420mila euro nella cassaforte dell'armeria. Soldi incassati con le nove pompe di benzina di Brambilla e che quest'ultimo avrebbe chiesto di mutare in assegni circolari per non girare con un simile contante. Perché, però, non depositarli in banca? Perché -da quanto sarebbe stato accertato dai legali del benzinaio - ad ogni rifornimento di carburante partiva automaticamente, dai conti della vittima, il pagamento a favore della Shell per la benzina ricevuta. Procedura che Brambilla voleva interrompere proprio per i dissidi con la compagnia petrolifera. E l'unico modo sarebbe stato non depositare gli incassi sui conti. Uno stop ai pagamenti che però si sarebbe allargato fino alla cifra di oltre quattro milioni di euro contestati da Shell, "buco" a cui il Tribunale dovrebbe iniziare a dare le prime risposte, confermando o meno gli ammanchi. In realtà, invece, l'udienza di Milano potrebbe aprirsi per chiudersi immediatamente dopo l'aver preso atto del decesso del presunto debitore. «Brambilla non era uno stupido - dicono i suoi familiari - Se ha accettato questo scontro impossibile è perché il dare e l'avere dei conti, evidentemente, non era così chiaro. È nostro interesse, comunque, chiarire la vicenda anche per tutelare i nostri clienti.
La chiusura è perentoria: "Tra l'omicidio e questi presunti quattro milioni di euro non ci sono collegamenti. Arrighi, ribadiamo, era l'ultimo dei problemi del nostro assistito che comunque voleva continuare a gestire le pompe di benzina come attività primaria della sua vita". Un chiarimento che, dunque, dà una spiegazione al "giallo" degli assegni trovati nella cassaforte di via Garibaldi, ma che non scioglie il quesito principale: quello che riguarda i rapporti tra vittima e carnefice che hanno portato all'omicidio nell'armeria.
M.Pv.
Corriere di Como
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