L'area stampa di OIL&nonOIL, la più famosa fiera del settore che si svolgerà il 25-26 settembre alla mostra d'Oltremare di Napoli, ha fatto una serie di interviste ai protagonisti del settore della distribuzione dei carburanti. La prima che vi riportiamo è quella del presidente della Fegica Cisl, Roberto Di Vincenzo.
Per il presidente della Fegica con l’articolo 28 si fanno molti passi indietro e si mina il dialogo. I veri elementi di riforma sono nella proposta “Libera la benzina”. Gli eccessivi canoni di affitto causa prima del mancato sviluppo del non oil.
Al di là di singoli aspetti, non vi pare che, nel momento in cui sembrava che ci fosse un fiorire di ipotesi vicine a punti forti di “Libera la benzina”, il modo in cui si è messo mano alla riforma del settore, debba spingere anche voi a una riflessione?
La riflessione è già avviata: lo strumento dell’analisi degli accadimenti è proprio di un’organizzazione di categoria che abbia l’ambizione ad essere interprete delle esigenze della categoria e un modo proprio per esercitare la delega conferita dagli iscritti. Ma non dobbiamo confondere il sostantivo riflessione con quello di impotenza oppure di acquiescenza. Quelle che emerge da questa pseudo riforma, millantata da tre anni dal Governo e sponsorizzata dal sottosegretario Saglia e mai giunta in Parlamento. Un vestito logoro con qualche rattoppo -per giunta fatto male - che non riesce neppure a coprire la vergogna del metodo scelto per farla passare. Senza l’emergenza del “venerdì nero”, senza l’appello alla coesione del Presidente Napolitano non ci sarebbe stata approvazione della manovra economica zavorrata, all’ultimo momento, con un provvedimento che non aveva, in sé, la forza per emergere. Per vivere una vita propria. L’ennesimo regalo a petrolieri e retisti fatto da un Governo impazzito come la maionese che mischia provvedimenti economici con altri che economici non sono e, per giunta, invadono anche le competenze trasferite alle Regioni con la modifica del titolo V della Costituzione. In altre parole il federalismo solidale ha scelto la strada di un centralismo despota per esordire in “società”.
Quali sono nell’articolo 28 gli elementi che ritenete inaccettabili?
Se per un istante mettessimo da parte il metodo (che, però, diventa sostanza quando è utilizzato per comprimere il dibattito e il confronto), nel merito sono almeno cinque gli argomenti che suscitano perplessità:
- la cancellazione di un richiamo normativo forte come quello contenuto nelle Leggi 496/99 e 57/01, ottenute dalla categoria, al termine di una lunga azione sindacale, come garanzia dei livelli di contrattazione e di sviluppo di un’autonomia commerciale da sempre compressa;
- l’introduzione dell’obbligo di “presidiare” i self-service pre pay durante l’orario di svolgimento del servizio manuale. In buona sostanza, attraverso questo comma, che si insiste nel far passare come innocuo, si realizzano, diffusamente, gli impianti “ghost”. Di fatto il gestore dovrà limitarsi a badare alle attrezzature del proprietario dell’impianto che, se lo riterrà, sarà libero di vendere direttamente in pre pay, praticando un prezzo diverso -presumibilmente inferiore di 10 o 12 cent/lt.- da quello che sarà imposto al gestore per la sua attività. Come gli accadimenti di queste settimane stanno dimostrando, il gestore, per le vendite effettuate attraverso il pre pay, percepirà -guardianía compresa- quello che le compagnie decideranno di riservargli: intorno ad 1 cent/lt., se é vero che la partecipazione richiesta dal leader del mercato per partecipare agli sconti si aggira intorno ai 2,5 cent/lt ed altri si sono avviati a candidarsi rapidamente. In altre parole il gestore perderà, progressivamente il suo ruolo per assumere, al massimo, quello di preposto;
- la sostituzione, più volte sbandierata, delle autorizzazioni per i tabacchi presso i distributori (perché Tremonti, grande sponsor della FIT, non vuole) con i pastigliaggi: cioè gomme e caramelline che già, ai sensi della Legge Bersani (496/99) i gestori possono vendere insieme agli alimentari da asporto;
- L’esproprio, da parte di retisti e compagnie del diritto, concesso dalla Legge 57/01 ai soli titolari delle licenze UTF, di richiedere le autorizzazioni per la somministrazione;
- La mani libere lasciate ai titolari delle Società Concessionarie autostradali che si vedono riconosciuto -ope legis- il diritto a negare ai gestori qualsiasi attività diversa dalla distribuzione carburanti. Ciò in aperto dispregio di quanto sarebbe stato possibile applicando la precedente norma generale, di quanto alcune Regioni hanno normato con proprie leggi e di quanto sostenuto da Antitrust che ha chiarito come le attività poste nel sottopensilina e destinate al ristoro veloce possono essere affidate unitamente (nello stesso bando) alle attività oil.
Questa, quindi, più che una riforma è una restaurazione, un “Congresso di Vienna” per chi, al massimo, scimmiotta la politica intesa come servizio ai cittadini e poco sa di storia.
Quali sono i punti su cui si potrebbe continuare un dialogo?
Diciamo subito che noi non siamo mai stati chiusi al dialogo. Ma dialogare non vuol dire accettare passivamente e supinamente -per giunta trovando giustificazioni gradite- decisioni assunte da altri e, soprattutto, in sedi diverse da quelle istituzionali. Chiarito questo dobbiamo precisare che qualsiasi ripresa del dialogo non può che fondarsi sul rispetto delle nostre posizioni e delle istanze che abbiamo rappresentato e rappresentiamo. Fuori da questo schema è difficile immaginare che si determini quel clima di serenità e di fiducia, essenziale alla ripresa del confronto. Poi, certo, verranno i temi e noi cercheremo di far valere, senza chiusure “ideologiche” la nostra visione del settore. Ma questa è un’altra storia.
Ci sono aperture formali che ritenete inapplicabili nella sostanza?
Al momento non c’è alcuna apertura formale. Anzi dobbiamo registrare sostanziali passi indietro sul piano delle relazioni “sindacali”. Molte aziende ritengono che sottoscrivere accordi e raggiungere intese sia una “liturgia sorpassata” e, quindi, da consegnare all’archivio dei ricordi. In questo contesto non è inusuale che intese “liberamente” sottoscritte vengano sistematicamente violate da aziende e retisti. Ciò determina quello stato di fibrillazione che è alla base della radicalizzazione dei rapporti nel settore. Potremmo anche fare un elenco dei comportamenti “antisindacali” delle aziende ma riteniamo che ciò non aiuti a stemperare il clima. Il vero problema è che non ci si rende conto che questa “solitudine al comando” perseguita da aziende e retisti è foriera di ulteriore disgregazione e di impoverimento generale del settore. Francia (ma anche Inghilterra) docet.
Considerato che la materia dei carburanti per i profili prettamente commerciali è una competenza legislativa esclusiva delle Regioni, tenuto conto che le medesime dovranno introdurre nei propri provvedimenti normativi le prescrizioni contenute, sotto gli aspetti della concorrenza, nel decreto legge, ritenete di intervenire per cercare di modificare o attenuare a livello locale i contenuti del provvedimento statale?
Credo di aver già risposto a questa domanda: in nome di una concorrenza astratta si producono norme dirigistiche e “familistiche”. Peraltro ignorando che l’aumento dei self, piuttosto che la concessione dei “pastigliaggi” o la presenza di esercizi in autostrada, attengano a quella materia totalmente trasferita con la modifica del titolo V della Costituzione alle Regioni. Noi abbiamo già sollecitato un intervento e richiesto che venga sollevato, in sede di Corte Costituzionale, il conflitto di competenze. Staremo a vedere se le Regioni avranno curiosità e voglia di approfondire queste tematiche rivendicando la propria potestà legislativa.
Qualunque battaglia vogliate intraprendere, sarà necessario avere alleati. Chi pensate possa più facilmente condividere alcuni vostri obiettivi?
Dopo tre anni e mezzo di “moniti” al settore sui pericoli del futuro, di fronte alla sordità di compagnie petrolifere e retisti, abbiamo deciso di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e promuovere una vera, seria e concreta riforma del settore. Quella che va sotto il nome “Libera la Benzina”. Lungo il cammino abbiamo trovato molti (alcuni inaspettati) compagni di viaggio: oltre 100 fra Deputati e Senatori di tutti i gruppi che l’hanno depositata in Parlamento (a questo proposito parlare -come qualcuno fa - di ingenuità e superficialità dei Parlamentari mi sembra arrischiato); circa 600.000 cittadini comuni che hanno firmato a sostegno della Legge di riforma; la CISL e la Confesercenti che ne hanno fatto una priorità; quattro grandi associazioni dei consumatori che, per la prima volta, hanno abbandonato le riserve che avevano sempre avanzato nei confronti dei gestori; un “pezzo” della Gdo che preferisce il confronto sul mercato piuttosto che vivacchiarne ai margini incalzata dai no-logo; il Comitato 25 luglio che raccoglie -tranne una (un tantino organica al Governo) tutte le Associazioni dell’autotrasporto di merci e persone (tassiti e noleggiatori compresi); alcuni consigli regionali e comunali di entrambi gli schieramenti; alcune note personalità del mondo dell’economia e via aggiungendo (la lista sarebbe lunghissima). Quindi mi pare di poter dire che non siamo proprio “isolati” come qualcuno vorrebbe far credere forzando il concetto che “chi non è d’accordo con me allora è da solo”. Al contrario. Per usare una nota metafora, siamo come “il pesce che si muove nel mare amico della popolazione”. E, di questi tempi, non è poco.
Su quali obiettivi si potrebbe ricostruire l’unità di intenti con la Figisc?
L’unità è, certamente, un valore. Per la nostra come per altre categorie. Ma unità non vuol dire “accomodamento” sulle posizioni più arretrate o su quelle che meno disturbano il manovratore di turno. L’unità si raggiunge quando si raggiunge la sintesi di un processo dialettico nel quale ciascuno è pronto ad accedere senza “rigidità culturali o ideologiche” e a perdere un pezzo della propria identità, della propria analisi, delle proprie certezze.
Il percorso con i colleghi della Faib si è ispirato proprio a questo principio e, mi pare di poter dire, che i risultati si sono visti. Certo non è stato né facile né il processo è stato lineare: abbiamo discusso a lungo -confrontandoci anche duramente- ma alla fine, nell’interesse della categoria e nel rispetto della delega che i gestori ci hanno conferito, abbiamo trovato un punto di incontro avanzato. Sintesi che è sotto gli occhi di tutti e che mantiene inalterate leautonomie di ciascuna organizzazione con il limite della compatibilità rispetto all’equilibrio politico ed organizzativo che ci siamo dati.
Con la Figisc, invece, le strade si sono (temporaneamente?) separate per ragioni tutte di analisi e definizione di una strategia sugli assetti futuri della categoria e del settore.Sull’articolo 28 della manovra economica ma, ancor prima sulla “pretesa riforma” Saglia presentata in Consiglio dei Ministri l’8 febbraio scorso, abbiamo avuto un diverso approccio ai contenuti della proposta: la Figisc ha ritenuto che -sostanzialmente- la proposta Saglia accogliesse quanto avevamo convenuto con l’accordo del 14 settembre; la Fegica e la Faib hanno sostenuto che tale iniziativa sarebbe stata la definitiva spoliazione delle autonomie dei gestori. Cosa che è puntualmente avvenuta. Sensibilità diverse, quindi, che hanno acuito le distanze quando sono state calate nella realtà degli approcci (e dei contenuti) contrattuali con le aziende. Noi abbiamo il massimo rispetto delle posizioni espresse dalla Figisc con la quale abbiamo evitato qualsiasi “polemica pubblica” (nonostante ci siano stati rivolti durissimi attacchi) perché avrebbe potuto distorcere la realtà dei fatti e alimentare un clima di scontro del quale nessuno sente il bisogno. La nostra controparte non è la Figisc o i gestori che, legittimamente, si organizzano in questa Federazione: la nostra controparte è un’altra.Sono le aziende e i retisti privati; è il Governo quando si schiera con questi grandi gruppi di potere (e di pressione); è l’Antitrust quando ignora, volutamente, che la concorrenza nel nostro settore non c’è e agisce di supporto a compagnie petrolifere e retisti nella comunicazione ingannevole dei prezzi; ecc.. Insomma il “nemico” non è la Figisc o i Gestori che organizza: il “nemico” sta da un’altra parte. Per questi motivi siamo sempre disponibili al confronto -nel merito dei problemi e delle singole questioni- anche con la Figisc. Deve però essere altrettanto chiaro che qualsiasi confronto deve avvenire nella chiarezza di intenti, di obiettivi e di strategia: così come non accettiamo di essere eterodiretti non siamo neppure disponibili a qualsiasi avventura “tattica” di corto respiro. Ce lo impone -anche alla Figisc- la realtà del momento e non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità, per recriminare in futuro.
I gestori hanno una precisa identità, espressa anche in forme associative, da circa cinquanta anni. Quali sono state, in questo mezzo secolo, le grandi conquiste, quali le mancate vittorie, quali le sconfitte più dure?
Fare un elenco è quasi impossibile perché una parte delle “conquiste” sono state culturali e, quindi, non immediatamente traducibili in norme. Voglio dare solo un dato: quando il sindacato ha debuttato in questo settore gli impianti erano aperti almeno 16 ore al giorno (il Decreto del 20/4/74 –De Mita- ha normato il nuovo orario), 365 giorni l’anno. La Legge 1034 non c’era e i margini ancora non erano definiti dal Cip. I contratti duravano sei mesi ed i “margini” erano differenziati. Aziende e retisti erano i “padroni assoluti” del destino e del futuro di 44.600 Gestori. Per ottenere questi risultati alla base della trasformazione di una sommatoria di individualità in una categoria ci sono volute lunghe lotte e grandi sacrifici personali dei gestori che erano più o meno legati, come i servi della gleba, all’erogatore. Da allora molta strada è stata fatta anche se aziende petrolifere e retisti privati guardano con nostalgia a quei tempi: tempi che vorrebbero oggi riproporre nella loro infinita incapacità di leggere il futuro. Se anche nella progettazione dei “ponti” si prevedono “giunti di espansione” per evitare che una struttura rigida, sottoposta agli sbalzi di temperatura, finisca per collassare, vuol dire che, nonostante possibili sforzi di fantasia, altri metodi costruttivi non si possono seguire. A meno di distruggere l’opera. E ciò avviene, alla faccia dei tanti ingegneri che allignano nel nostro settore. Ma non è stata tutto rose e fiori. In Italia avevamo il sistema più avanzato per la definizione dei rapporti fra gestori e concessionari -la commissione interprofessionale- che venne impugnata, dopo due anni di ottimo lavoro, prima da una compagnia petrolifera e poi dai retisti privati che ottennero una sospensiva dal Tar. Quando vincemmo nel merito era ormai passato il clima. Analoga situazione, nel 2000 dopo la prima istruttoria dell’Antitrust: le organizzazioni di categoria sostennero la legittimità del sistema di definizione dei rapporti economici e consentirono l’annullamento delle multe comminate. Il giorno dopo, prendendo a pretesto la stessa istruttoria le compagnie non vollero più incontrare i gestori fino alla Legge 57/01 che il Ministro Enrico Letta, dopo uno sciopero molto duro, portò in parlamento per la sua approvazione. Oggi, infine, la “riforma Saglia” che prova a togliere l’ultimo mattone a quel muro difensivo che la categoria ha costruito nel corso degli ultimi trenta anni. Ma anche stavolta la categoria resisterà e invertirà la tendenza, anche se oggi c’è scarsa consapevolezza -soprattutto fra i nuovi gestori- di quali strade abbiamo percorso per arrivare alle condizioni attuali.
Col senno di poi, quali sono state le occasioni di rinnovamento che non sono state colte?
Dobbiamo rilevare che, mai, ci siamo opposti al rinnovamento. Certo abbiamo voluto condividere progetti e percorsi perché sappiamo di rappresentare una categoria che, singolarmente, fa difficoltà a resistere stante la disparità di mezzi a disposizione. Ad esempio, se siamo passati dai prezzi amministrati a quelli sorvegliati e, poi, liberalizzati senza una difficoltà, lo si deve alla nostra categoria; se dalla concessione siamo approdati all’autorizzazione ancora i gestori sono stati interpeti del cambiamento (anche se la norma contenuta nel 32/98 alcune aziende continuano ad ignorarla soprattutto quando parla di impossibilità di modifiche contrattuali), e così via. Ma ci siamo anche opposti ai contratti di commissione solo su una parte della rete, alle associazioni in partecipazione attraverso le quali governare, surrettiziamente, il prezzo per bacino di utenza (come sta avvenendo in questi mesi con i cluster). In sostanza ci siamo opposti a tutti quei tentativi che avevano come obiettivo l’emarginazione della nostra categoria. Ma nessuno può azzardarsi a dire che non abbiamo il coraggio della proposta. Anche innovativa. Anche dirompente. A gennaio del 2008, in previsione di quello che sarebbe accaduto, abbiamo proposto a un tavolo con i massimi vertici delle aziende la nostra visione del settore e le modalità per avviare un’autoriforma che non fosse punitiva per i gestori. Quel tavolo, dopo due riunioni, è stato chiuso dalle compagnie e dai retisti “preoccupati” da una comunicazione dell’Antitrust che si limitava a sostenere -come aveva sempre fatto in precedenza- che avrebbe valutato a posteriori eventuali risultati di intese (certamente non economiche). Comunicazione, dovuta, certo, ma strumentalizzata da quella parte di compagnie e retisti, insofferenti al nuovo e alla continuazione del confronto.
Il gestore che incontreremo nel 2021 sarà anche quello che nascerà dalle vostre scelte, quali caratteristiche avrà? Come saranno le stazioni di servizio tra dieci anni?
Poiché amo coltivare il dubbio ho poche certezze. Fra queste è che il gestore tra dieci anni sarà un soggetto radicalmente diverso. Almeno quello che sopravviverà (in senso metaforico) allo squasso che compagnie e retisti (con l’aiuto del sottosegretario Saglia) stanno determinando nel settore. E’ però presto per dire quale assetto avrà il settore all’interno del quale il gestore (o un suo succedaneo) opererà. Ci sono due diverse e opposte visioni del mondo che, purtroppo, sono entrate in conflitto per incapacità dell’industria petrolifera e dei retisti privati (alcuni veri e propri “rentiers”) di mettersi in discussione. Se prevarrà la visione di petrolieri e partner, il gestore tornerà agli anni 70, sostanzialmente prigioniero di un rigido schema aziendale che non lascerà alcuno spazio alle libertà commerciali e di impresa delle gestioni; se prevarrà la visione che noi sosteniamo, avremo una effettiva capacità del gestore di autodeterminarsi e le compagnie -ma soprattutto i retisti- dovranno fare i conti con la loro insipienza. Probabilmente c’è un’altra strada che è quella della consapevolezza e della ricerca della possibilità di contemperare le esigenze per trovare un equilibrio più avanzato. Ma, ogni giorno che passa, anche in virtù di comportamenti assunti dalle nostre controparti, questa possibilità si affievolisce perché abbiamo la netta percezione che petrolieri e retisti abbiano un’altra idea -non mediabile- sui futuri assetti. Una cosa è certa: noi continueremo a fare tutti gli sforzi possibili per evitare “scontri epocali” ma non resteremo neppure, inerti, a guardare. A tacere in attesa che il destino si compia. E, in questo momento, non mi sembra che il Governo abbia la credibilità politica necessaria (dopo aver stracciato almeno tre accordi sottoscritti in “pompa magna”) o l’autorevolezza per tentare una mediazione. Secondo me anche qualche esponente del Governo e del Mise, cerca lo sfascio. Tanto la legislatura è agli sgoccioli e domani si vedrà. Il problema, semmai, sarà di altri.
Non ritenete che una diversificazione delle attività nella stazione di servizio stimoli le capacità del gestore, lo leghi meno all’erogato e ne faccia un indispensabile manager dell’area e un valorizzatore delle potenzialità commerciali?
Mi dispiace che questa sia l’ultima domanda perché vorrei affrontare diffusamente il tema: sono d’accordo con lei che il gestore non ha alcun futuro se non acquisisce la possibilità di organizzare, autonomamente, l’attività sull’impianto che conduce. Le compagnie e i retisti, purtroppo, pretendono di imporre il tipo di attività (a seconda del trend del momento, tutti lavaggi, tutti gommisti, tutti bar) e, nello stesso tempo vogliono lucrare canoni di affitto di ramo d’azienda improponibili. Con gli stessi canoni -abbiamo fatto una verifica- si potrebbero gestire attività in Via Condotti a Roma o a Via della Spiga a Milano. Lo sviluppo del non oil è legato alla libertà del gestore, alla capacità di liberare il suo estro e la sua propensione a cogliere -meglio di tanti uffici marketing- le esigenze della “sua” clientela. Senza di questo il gestore diventa un “travet” -così come lo vuole l’azienda- che conduce, senza fantasia, un’attività di altri. Un semplice “preposto” un lavoratore a cottimo al quale non si deve chiedere altra capacità che quella di badare all’investimento dell’azienda. Come vede, torniamo daccapo: è un problema che attiene alla diversa percezione del futuro che abbiamo noi e le aziende (e i retisti). Per noi o il gestore si libera di questa cappa o il non oil rimarrà un sogno senza speranza. Almeno nell’accezione più nobile del termine.
Le faccio un ultimo esempio: oggi le aziende petrolifere e parte dei retisti, lamentano una perdita di quota di mercato. E mentre si lamentano dimenticano che la rete no-logo, da loro rifornita a prezzi stracciati (rispetto a quelli riservati ai gestori) è passata, in un quadriennio da meno dell1% ad oltre il 9%. In quel segmento sono finite le perdite e non se ne sono nemmeno accorti. Vede, questa è la volubilità e l’incapacità di analizzare i processi delle aziende e dei retisti sulla parte oil che -teoricamente- rappresenta il loro “core business”: immagini un po’ cosa può accadere sul non oil la cui realizzazione è subordinata a un rimborso compreso fra il 20 ed il 24% dell’investimento effettuato. Indipendentemente da ciò che accade “in mezzo alla strada”. Avere fiducia sull’incremento di queste attività è sfidare gli ignoti ridotti della mente umana.
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2011-09-06 15:51:50 | Franco
Non so se conosci la storia di questa categoria ma devi sapere che solo grazie alle diverse anime che la caratterizzano alcune volte siamo riusciti ad ottenere quei risultati di cui oggi godiamo. Proprio alcuni uomini coraggiosi hanno voluto fondare la Flerica prima Fegica oggi per riprendersi quella autonomia che non era più possibile avere all'interno di carrozzoni rappresentate dalle confederazioni dell'epoca. Mi piacerebbe capire oggi con un unico sindacato quale sarebbe la linea da scegliere, forse quella del pluridecorato( ovviamente dalle compagnie petrolifere) Squeri ??? In un tempo dove tutti parlano di autonomie valorizziamo quelle che sono adesso nel settore ed evitiamo di ritornare ad un passato che non avrebbe futuro.
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2011-09-06 15:45:56 | gestore ip
mario e mai ci sara' ....... non c'e futuro per noi e da una vita che non fanno un cazzo per la nostra categoria,anche perche troppe sigle sindacali da mettere d'accordo............
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2011-09-06 16:24:09 | Vito
Cari Amici o Colleghi........possiamo parlare da qui' a non so quando................fatto sta' che tanto noi gestori non contiamo piu' niente e alla fine loro faranno sempre cio' che vogliono.
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2011-09-06 17:06:22 | Franco
Scusa la franchezza, ma nella maggioranza delle volte forse è meglio che noi gestori non contiamo visto come siamo bravi a farci spazzolare quel poco di margine che con fatica altri hanno cercato di garantirci.
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2011-09-07 22:05:59 | alberto stevanin - O Roma, o morte !
O Roma , O morte !
Mia moglie ha 58 anni e ha maturato il minimo pensionabile, ma non potrà andare in pensione che a 65 anni nel 2014 e poi ci sarà la finestra Inps dei 18 mesi, quindi a 67 anni, se ancora sarà viva.
Aspetto sempre di marciare su Roma, e mia moglie di più !
Cosa si aspetta, che i ghost aziendali rubino anche l'ultimo litro dai vostri stessi piazzali ?
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tutte belle e condivisibili analisi ma fino a quando non vi sarà una unica organizzazione sindacale strutturata sul territorio,con i soldi delle rojalti del ciprieg,e forse sarà già tardi ,non vi è futuro per questa categoria