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Associazione in partecipazione, una nuova sentenza della Cassazione conferma la natura dipendente del rapporto

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È stato confermato dalla Corte di Cassazione (sentenza del 21 febbraio 2012, n. 2496) il giudizio della Corte d’Appello dell’Aquila, che riconosceva la natura dipendente del rapporto di lavoro di alcuni commessi che erano impiegati presso un negozio con un contratto di associazione in partecipazione. La Corte, nel bocciare il ricorso della società, ha stabilito che i presunti associati non godevano di alcuna autonomia nell’organizzazione del lavoro, e che al contrario erano sottoposti al “controllo penetrante” dell’associante. 

Le ragioni della decisione dei giudici stanno nell’articolo 35 della Costituzione che tutela il lavoro “in tutte le sue forme e applicazioni”: quando la prestazione è inserita in modo stabile nel contesto dell’organizzazione aziendale senza la partecipazione al rischio d’impresa si ricade inevitabilmente nel rapporto di lavoro dipendente. Nella fattispecie, scrivono gli Ermellini nella sentenza, “le mansioni degli associati/lavoratori erano consistite essenzialmente nell’apertura e nella chiusura del negozio, nella pulizia e nella tenuta in perfetto ordine del negozio stesso, nella riscossione delle vendite e nella successiva rimessa a fine giornata dei ricavi a mezzo di cassa continua alla società. Si trattava pertanto di una prestazione lavorativa standardizzata.

Dalle risultanze di causa era altresì emersa l'osservanza dell'orario di lavoro ben determinato, non contraddetto da una certa autonomia degli associati dell'organizzazione del lavoro. Era altresì emerso un controllo penetrante costante sull'operato degli associati da parte dell'assodante; di qui una soggezione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro tanto che era rimesso alla facoltà insindacabile dell'assodante di non rinnovare il contratto alla scadenza dei sei mesi di validità. Era poi mancato un vero e proprio rendiconto periodico”.

Nel rigettare il ricorso, la Cassazione ha condannato la società al pagamento all’Inps dei contributi non versati per lavoro dipendente e al versamento delle spese processuali.

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 21 febbraio 2012, n.2496

Commenti (4)
  • Guido

    e ora tutti gli aico, con sentenza alla mano si facciano pagare dalla shell tutti i contributi......

  • Gigi

    8)

    Non è così purtroppo, in Italia, per quanto riguarda il lavoro ci sono due giustizie.

    Se sei lavoratore dipendente hai sempre ragione SEMPRE!

    Se sei autonomo hai sempre torto - purtroppo è così!

    Esempio una donna che rimane incinta:
    - se è lavoratrice dipendente per un paio di anni o sta a casa o lavora poco e niente;
    - se invece esercita la professione di Gestore di distributore deve lavorare fino al parto e riprendere subito dopo. Poi, con calma e, impazzendo con le scartoffie, riuscirà a recuperare parte dei contributi che si era dovuta versare.

    C A P I T O !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    I finti associati, senza partita iva, alle dipendenze di un Gestore hanno il coltello dalla parte del manico, io l'ho sempre detto

    I finti associati, con partita iva, alle dipendenze di una compagnia o di un retista ce l'hanno sempre infilato nel c**o.

    Fino a prova contraria.

  • Anonimo

    Questa sentenza è dedicata a tutti i colleghi che fanno concorrenza sleale tenendo i dipendenti come finti associati.
    Se un giorno vedete l'Ispettore dell'Inps, preparate i soldini perchè ve ne serviranno tanti, ma tanti.
    Così magari la smetterete di fare orari continuati, fdt servito e di lavare macchine a 15 euro.

  • Alex

    ANCHE I RICCHI PIANGONO,
    ....quando la giustizia funziona.

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