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E-MONEY CHE COSA CAMBIA DOPO LA LIBERALIZZAZIONE EUROPEA DEI SISTEMI DI PAGAMENTO ELETTRONICI

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Carta o Bancomat? Telefonino, grazie. Prima o poi potrebbe suonare così la risposta alla consueta domanda che scatta alla cassa di negozi e supermercati. Una mezza rivoluzione di usi e costumi, visto che ancora oggi nove volte su dieci i pagamenti vengono effettuati in contanti. Una modalità, quest'ultima, che il mondo bancario considera alla stregua di una sciagura. I numeri aiutano, del resto, a capire i costi del fenomeno: nella sola Italia la gestione, il conteggio e il trasporto delle banconote pesano ogni anno per circa 10 miliardi di euro. Di questi almeno il 30% sono a carico delle banche. Non a caso, l'approvazione al Parlamento Uè del regolamento che liberalizza i sistemi di pagamento elettronici è stata seguita con grande attenzione dagli istituti finanziari . L'obiettivo è coglierne sia i benefici in termini di risparmi, sia le conseguenze a medio termine sul business della moneta elettronica. A Strasburgo sono state infatti predisposte le nuove regole che permetteranno anche agli operatori non appartenenti al settore del credito di competere nel business della moneta elettronica. Tradotto, vuol dire che compagnie telefoniche, assicurazioni, grande distribuzione o big petroliferi, se autorizzati, potranno battere moneta utilizzando le nuove tecnologie senza, tra l'altro, l'obbligo di ancorarle a un conto corrente o a una carta di credito di riferimento. In pratica, la deregulation per il mercato dei pagamenti elettronici con carte prepagate, che oggi vale meno di 1 miliardo rispetto agli oltre 630 miliardi di euro di contante in circolazione. I margini per crescere, insomma, ci sono tutti. Ma i veri effetti del nuovo regolamento potranno essere quantificati solo a partire dal 2011 quando i Paesi Uè avranno l'obbligo di adeguarsi. «Intanto, dopo un lungo lavoro avviato nell'ottobre scorso, è stata rivista la precedente direttiva sulla moneta elettronica che finora, a dire il vero, ne aveva ostacolato lo sviluppo», spiega Alessandro Zollo, che in Abi (Associazione bancaria italiana) segue il settore sistemi e servizi di pagamento. Per facilitarne la diffusione e armonizzare il meccanismo dell'e-money con quello dei sistemi di pagamento (altra direttiva Uè che verrà recepita il prossimo autunno) si è quindi aggiustato il tiro e apportata una serie di modifiche per dare impulso alla concorrenza e allo stesso tempo assicurare un elevaro livello di protezione per i consumatori. Novità che la recente indagine conoscitiva sulle carte prepagate elaborata dall'Antitrust di Antonio Catricalà ha riassunto in otto punti. I più importanti sono, oltre alla fine della riserva di caccia per i soli istituti di credito, la definizione di «un chiaro regime di rimborsabilità del valore monetario contenuto nelle carte», e l'abbattimento di «una barriera all'ingresso definita dal requisito del capitale iniziale per ottenere l'autorizzazione a operare». Insomma, più garanzie per gli utenti e apertura del mercaro eliminando ostacoli e costi. Su quest'ultimo aspetto a Strasburgo hanno discusso a lungo e, dopo avere abbattuto da 1 milione a 125 mila euro il capitale iniziale dei nuovi operatori, è stato deciso di ritoccarlo all'insù a 350 mila euro. «Una soglia di sicurezza più adeguata e che garantisca più stabilità a questo nuovo sistema», sottolinea l'euro deputato Gianni Pittella (Pd), che ha seguito il provvedimeto in veste di relatore. Lo schema discusso e approvato al Parlamento Uè ha, come prevedibile, ricevuto il plauso del Garante della concorrenza, che nell'indagine conoscitiva sul settore ha rimarcato i benefici di un mercato destinato ad aprirsi. I più avvantaggiati saranno secondo il documento elaborato dall'Antitrust i big della telefonia, «in questo quadro prospettico, non vi è dubbio che il ruolo maggiore nel nuovo mercato dovrebbe essere quello dei gestori mobili, in quanto soggetti con maggiore possibilidi ingresso immediato, in ragione della elevata base clienti posseduta e del controllo delle nuove tecnologie di pagamento da terminale mobile». A cimentarsi sulle potenzialità legate al nuovo quadro regolatorio è stata anche la Gsma (l'associazione mondiale del Gsm) che a livello mondiale nel mercato integrato dei servizi di telefonia e servizi finanziari prevede 1,4 miliardi di f clienti entro il 2015. Una crescita astronomica (oltre il 14.000%) rispetto ai 10 milioni di clienti registrati all'inizio del 2008. Cifre e numeri che rischiano di essere però fuorvianti visto che le compagnie telefoniche già in occasione del boom della new economy si attrezzarono per cogliere il business dei pagamenti via telefonino. Salvo poi accorgersi che il mercato non era maturo. A fare il tentativo è stata a suo tempo Omnitel (ora Vodafone) creando una società ad hoc denominata Omnifin, e lo stesso percorso hanno battuto anche Tim e Wind (ai tempi di Enel venne costituita la finanziaria Mobilmat, a cui partecipava con una quota del 15% Banca Sella). Ma i risultati sono stati deludenti. La nuova deregulation si accompagna, inoltre, con l'auspicio dell'Antitrust di vedere ridotti i costi di ricarica delle carte prepagate, ossia del principale strumento utilizzato per l'e-money (gli altri sono buoni acquisto elettronici, borsellino elettronico, conto telefonico e prepagato on line). Un'indicazione che suonerebbe stonata. «La liberalizzazione potrebbe essere meno dirompente del previsto», avverte un top banker che ha seguito l'evolversi della direttiva per un grande gruppo bancario, «bisogna fare attenzione a non confondere le ricariche telefoniche con le carte prepagate bancarie: mentre sulle prime è stato possibile eliminare i costi di ricarica, nel secondo caso l'eliminazione o la forte riduzione del prezzo di ricarica rischiano di uccidere il prodotto. Che, va ricordato, non essendo legato a un conto corrente ha un modello dei ricavi agganciato esclusivamente alla vendita della moneta elettronica». I margini per chi deciderà di investire in questo nuovo mercato saranno, dunque, piuttosto bassi. «Se gestisci 1 miliardo di transazioni puoi registrare buoni risultati, ma se ne hai 10 milioni rischia di essere una preoc¬cupazione». Anche perché il business dei pagamenti elettronici richiede forti investi¬menti e un elevato valore tecnologico, tutte condizioni che finiscono per comprimere i guadagni. Basti leggere i numeri dell'unico servizio di money transfer via telefono lanciato finora su vasta scala, quello di PosteMobile. A un anno e mezzo di distanza dall'avvio il valore complessivo delle transazioni effettuate è di soli 40 milioni di euro a fronte di oltre 3 milioni di operazioni.

E-PAYMENT PER TUTTI
Dati che confermano la frammentazione dei pagamenti. Una dinamica ormai chiara a chi come gli istituti di moneta elettronica (Imel) si è mosso per conquistarsi una fetta della torta finora esclusiva di banche (soprattutto Intesa San Paolo e Unicredit) e Poste. Bankitalia che vigila e autorizza queste attività (che possono esclusivamente emettere moneta elettronica senza incardinarla su un sistema di pagamento) ha già rilasciato una ventina di nulla osta. I primi operatori a presidiare il mercato sono Cartalis, una controllata di Lottomatica , e Imel controllata da Index Holding.

Fonte: Il Mondo del 29/05/2009

Si ringrazia Franco P.

Commenti
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antaina  - SarĂ ....................................   |2009-06-04 17:02:22
.........ma io preferisco sempre i soldi VERI ! Senza far arricchire banche
e compagnie telefoniche.
W i soldi, ma quelli VERI !
Gianko  - Costi.   |2009-06-05 08:05:24
Costa 10 mld il movimento di contante? E l'aggravio sui prezzi di vendita che
comportano le commissioni che succhiano banche e affini, cosa costano ai
consumatori?
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