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Petrolieri italiani per la crisi sono a rischio 6 mila impianti

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Distributori e raffinerìe da chiudere.
La fine di un'epoca. La crisi del downstream sembra avere imboccato una strada senza ritorno destinata a rivedere il peso dell'industria petrolifera italiana e il ruolo delle principali aziende del settore a cui fanno capo le attività  di raffinazione del greggio e distribuzione di carburanti.
Qualche numero aiuta a capire che cosa è capitato nel corso dell'ultimo decennio.L'Italia nel 1999 era ancora, malgrado qualche scricchiolio, il sesto Paese al mondo per capacità di raffinare petrolio con un potenziale produttivo di 116 milioni di tonnellate all'anno. Una storica eccellenza consolidata nel dopoguerra grazie al boom economico e alle condizioni geopolitiche del Mediterraneo, A precederci erano pochi giganti come Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud e Russia. A distanza di due lustri tutto è cambiato: la capacità produttiva è rimasta uguale, ma nel frattempo le raffinerie italiane hanno prolungato i fermi lavorando ormai all'80% delle loro potenzialità e a farsi sotto sono arrivati i grandi impianti indiani, sauditi, brasiliani e quelli più efficienti dei tedeschi. Morale, oggi l'Italia è scesa, dopo la fiammata del 2007, all'ottavo posto nella classifica mondiale e nel prossimo biennio potrebbe vedere precipitare la lavorazione del greggio al di sotto di quota 70 milioni di tonnellate all'anno rispetto ai circa 87 milioni del 2009. Una previsione che ha spinto le compagnie a caldeggiare un intervento del governo. Sul tappeto balla l'eventualità più che concreta che delle 16 raffinerie esistenti ne sopravvìvano solo una dozzina. A ribadire che niente sarà più come prima è l'ottantenne Pasquale De Vita, inossidabile presidente dell'Unione Petrolifera e già presidente di Aglp. «Noi eravamo grandi raffinatori ed esportatori grazie a un mercato interno in forte crescita e una fiorente attività di export verso gli Stati Uniti Oggi la riduzione dei consumi si sta facendo sentire, con laggravante che in Estremo Oriente stanno venendo fuori impianti di raffinazione giganteschi che beneficiano sia di un costo dei lavoro minore sia di norme ambientali molto meno onerose». L'Unione Petrolifera non fa mistero del peso sostenuto per adeguamenti e interventi a carattere ecologico. Nell'ultimo bollettino mensile l'associazione dei petrolieri lamenta che nel periodo 1997-2008 sono stati spesi quasi 9 miliardi di euro per rispettare le norme sempre più stringenti a tutela dell'ambiente. Ma a preoccuparli sono soprattutto gli oltre 6 miliardi che dovranno essere investiti nel prossimo triennio in uno scenario in cui dovranno essere applicate le regole del 20-20-20. che entro i prossimi dieci anni impegnano i Paesi Uè a ridurre del 20% le emissioni gas serra elevando di un'analoga percentuale l'efficienza e la produzione di energia da fonti alternative, «Qui la concorrenza si è fatta durissima: nel Mediterraneo già arrivano prodotti raffinati in India e C a prezzi molto più convenienti. Tanto che alcune compagnie anziché raffinare nei propri impianti comprano il greggio già lavorato. È semplice, chiosa De Vita, «il prodotto di quattro o cinque raffinerie non serve più, la domanda non lo assorbe e quindi la conclusione mi sembra logica». Tradotte vuol dire, tra l'altro, circa 7-8 mila posti di lavoro a rischio. Gli ultimi dati sul bilancio 2009 di gruppi come Eni e Saras confermano che la fama di settore ricco va ormai rivista al ribasso. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni ha archiviato il 2009 con un utile rettificato di 5,21 miliardi dì euro in calo dei 48% rispetto all'anno precedente. Una delle aree dì attività in maggior sofferenza è stata proprio quella della raffinazione dove, non a caso, per il 2010 sono previste azioni di «recupero di efficienza per attenuare l'impatto dello scenario» e interventi per riportare in casa ì «contratti dì lavorazione presso raffinerie di terzi». L'obiettivo, per stessa ammissione di Angelo Candì, il numero uno della divisione refining e marketing del cane a sei zampe, è quello di fare lavorare il più possibile gli impianti. Lo stesso Caridi, in unaa recente intervista al Sole 24Ore, ha dovuto ammettere "non ha più senso investire in Italia nel settore della raffinazione. Il problema, del resto, nessuna compagnia ha ufficializzato di voler chiudere, sebbene il negoziato con il ministero dello Sviluppo economico sia avviato ormai da settimane nel tentativo di ottenere un quadro normativo meno pesante in materia ambientale e regole meno costose in fatto di bonifica dei siti (le stime indicano molte centinaia di milioni di euro per 1 opera di recupero di aree inquinate da anni) all'ìndomani delle chiusure. Intanto, però, le spie della crisi sono evidenti. La Saras dei Moratti, attiva esclusivamente nella raffinazione e non nella distribuzione, nel 2009 ha visto ridursi del 59% i ricavi (5,3 miliardi di euro) registrando una perdita netta adjusted di 54 milioni (-117% rispetto al 2008). A soffrire è anche il gruppo Api, che non a caso nell'impianto di Falconara Marittima ha avviato una ristrutturazione ricorrendo alla cassa integrazione di 92 dipendenti. E a poco serve il contributo della distribuzione e vendita di prodotti petroliferi in un quadro di consumi stagnanti. Anche la seconda gamba su cui sì regge iì down-stream zoppica tanto da richiedere un riassetto analogo alla raffinazione. La priorità è ridurre il numero dei punti vendita portandoli dagli attuali 24 mila a circa 18 mila. Un taglio di 5-6 mila impianti su cui, almeno in apparenza, concordano in molti. «L'intervento è giusto», sottolinea Ugo Brachetti Peretri, presidente di Api lp, «a condizione che non venga imposto, come inizialmente ipotizzato dal governo, di modificare l'organizzazione del down-stream separando la raffinazione dalla distribuzione. Una soluzione che porterebbe all'azzeramento di molte sinergie con conseguenze facilmente immaginabili». Sulla stessa lunghezza d'onda sembra essere Marco Brun, nominato da poco a capo delle attività dì Shell in Italia, che ritiene «utile intervenire sulla rete per renderla più efficiente a patto che si evitino gli errori del passato (negli anni '90 furono chiusi 2 mila impianti e poi subito riaperti, ndr) e si riesca a sviluppare il settore non oiì con la possibilità di vendere presso i distributori anche prodotti di monopolio come lotterie e tabacchi».

PER I 3 CENTESIMI DI SCAJOLA
Fare presto. A chiederlo è il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola che
punta a una riduzione di circa 3 centesimi al litro del costo della benzina. Per centrare l'obiettivo è necessaria una rivoluzione con la chiusura di 5-6 miia stazioni di servizio rendendo più efficiente la rete italiana (oggi sono 24 mila gli impianti contro i 12mila della Francia). L'altra priorità è fare salire la quota di pompe self service
all'80% rispetto all'attuale 40%. Una mossa, quest'ultima, che vale circa un centesimo al litro.

Piccole a secco
La raffinazione come sì dice in gergo è «lunga»; capace cioè di produrre molto più di quanto richieda il mercato, visto che a breve la lavorazione potrebbe attestarsi sotto ì 70 milioni di tonnellate annue. Un taglio che porterà alla chiusura di quattro o cinque raffinerie. A rischio sono le più piccole e le meno efficienti. I petrolieri in vista della ristrutturazione chiedono al governo norme ambientali certe e meno onerose per pianificare investimenti e dismissioni.

Da Pavia a Priolo

Le Principali raffinerie In Italia. Fonte: Unione Petrolifera

Compagnia Località

Capacità

di raffinazione

(Milioni Tonn/anno)

Eni Sannazzaro Pavia 8,5
Sarpont Trecate Trecate (Novara) 8,7
Tamoil Tamoil 4,5
Eni Porto Marghera (VE) 4,2
Ies Mantova 2,6
Eni Livorno 4,4
Iplom Busalla (GE) 1,7
Raffineria di Roma Pantano (RM) 4,3
Api Falconara M. (Ancona) 3,9
Alma Ravenna n.d.
Eni Taranto 5,5
Erg Raff. Mediterranee Priolo ( Siracusa) 16,0
Esso Augusta (Siracusa) 8,8
Raffineria Di Gela Gela (Caltanissetta) 5,0
Raffineria Di MIlazzo Milazzo (Messina) 9,8
Saras Sarroch (Cagliari) 15,0

 

Capacità inutilizzata 1990 1995 2000 Stima 2009
Capacità di raffinazione in Itlaia 107 99 100 106
Lavorazioni (Greggio+semilavorati) 89,7 87,5 94,2 86,8
Quota di utilizzo degli impianti 84% 88% 94% 82%

 

Andrea Dacci
Fonte:Il Mondo




Commenti
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valerio  - chiacchiere   |2010-03-05 15:21:42
fate solo riunioni e riunioni ma non arrivate mai a conclusione...e noi gestori
si muore di fame.ma evidentemente le sigle sindacali e le compagnie vanno
divise solo di facciata.basta vedere la FIT per notare le differenze, loro
uniti, voi bastone e carota.
bitocco  - CHE GENIO IL MINISTRO   |2010-03-05 16:23:00
PER I 3 CENTESIMI DI SCAJOLA
Fare presto. A chiederlo è il ministro dello
Sviluppo economico Claudio Scajola che
punta a una riduzione di circa 3
centesimi al litro del costo della benzina. Per centrare l'obiettivo è
necessaria una rivoluzione con la chiusura di 5-6 miia stazioni di servizio
rendendo più efficiente la rete italiana (oggi sono 24 mila gli impianti contro
i 12mila della Francia). L'altra priorità è fare salire la quota di pompe self
service
all'80% rispetto all'attuale 40%. Una mossa, quest'ultima, che vale
circa un centesimo al litro.
Maurizio   |2010-03-05 17:48:00
Prima fanno la legge 133/98 fatta per rispondere alla procedura di infrazione
avanzata dalla corte europea ed ora ci dicono che siamo in troppi???
MA che si
vergogni questa politica
ANGELO  - ELEIMINATE LA LIBERARIZZAZIONE DI BERSANI   |2010-03-05 18:18:38
BLOCCO DI NUOVI IMPIANTI PER CINQUE ANNI...E AMMODERNIAMO QUELLI CHE POSSONO
FARLO...MA DA ADESSO....E...SUBITO
hellman   |2010-03-07 11:54:22
...io sarei disposto a comprare l'impianto ad un prezzo politico....
savino  - gestore   |2010-03-08 08:15:11
le societa petrolifere si lamentano di perdite onerose su utili,calo di vendita
di carburante,eccc,ma non dicono del5% del bio carburante allo stesso prezzo del
petrolio raffinato, immaginate quanto costa(euro 0.50)altro che perdita, e'
tutto guadagno pulito,e fanno tante storie quando devono ascoltare le nostre
richieste ,i gestori li devono fare loro sul piazzale,
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 05 Marzo 2010 12:44 )  

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