
Ecco un esempio di come si comportano i fautori del libero mercato e della vandita a basso costo. La loro politica commerciale è semplice: uccidere il mercato per conquistarlo in un oligopolio che permette margini che arrivano anche al 300 percento.
I signori dei prezzi, quelli cioé che con le loro decisioni influenzano sia il costo del prodotto all’origine, sia il prezzo di vendita al consumo sono in tutto sette. Esattamente come le centrali d’acquisto della grande distribuzione che nel complesso intermediano oramai più del 70 per cento (in valore) dei prodotti freschi venduti nel nostro Paese. Una torta ricchissima che vale oltre 80 miliardi di euro. Il dato emerge dal rapporto 2008 della Federdistribuzione l’organismo cui aderiscono praticamente tutte le grandi catene operanti in Italia.Ma c’è di più. Di questi 80 miliardi i due terzi si generano all’interno della componente distributiva della filiera che va dal campo alla tavola. E vi rimangono. Non lo sosteniamo noi, lo certifica uno studio dell’Antitrust che lo scorso anno ha fatto il punto sui margini di ricarico attribuibili agli intermediari e alle centrali di acquisto della Gdo, la sigla che identifica la grande distribuzione organizzata. In pratica le catene dei supermercati che troviamno oramai ad ogni angolo di strada. Quasi come le banche.
Dunque almeno 50 miliardi di euro, solo per gli alimentari, si generano nell’anello distributivo della filiera agroalimentare. E questo è possibile perché di fatto il contesto di mercato in cui operano è una specie di oligopolio rovesciato: i venditori dei prodotti freschi sono numerosissimi, mentre i grandi acquirenti sono in sostanza sette in tutt’Italia. Un cartello che opera con un meccanismo inverso rispetto a quello del petrolio ma altrettanto efficace. Lo dimostra l’andamento dei prezzi nel 2009, come documentato da Libero nei giorni scorsi. La domanda al consumo di ortofrutta è sostanzialmente rimasta stabile, ma i prezzi al bancone di pere, mele, zucchine e ortaggi in genere è cresciuto dell’1%. Le quotazioni al campo di quegli stessi prodotti, però, sono calate del 30%.
La forbice, dunque, tende al allargarsi, segno che le sette centrali d’acquisto stanno comprimendo ulteriormente il costo del prodotto all’origine per aumentare ancora di più il loro margine, quel che nel gergo degli addetti ai lavori si definisce “markup”.
Il meccanismo con cui i signori dei prezzi tagliano le quotazioni all’origine è molto semplice: le vendite sotto costo. Come ce lo racconta Stefano Masini, responsabile consumatori della Coldiretti, l’organizzazione più rappresentativa dei produttori. «Il prezzo viene fatto dai contratti delle centrali di acquisto che mettono in difficoltà l’intera filiera con le vendite sottocosto», spiega Masini a Libero, «lo riscontriamo nei periodi di punta dei prodotti agricoli. A inizio giugno si trovano sugli scaffali le pesche a un prezzo inferiore rispetto a quello pagato ai produttori italiani, a luglio accade lo stesso con angurie, meloni e susine. Si tratta quasi sempre di prodotti che arrivano dall’estero: messi in vendita sugli scaffali a cifre scandalosamente basse. Queste operazioni di fatto alterano il mercato e scompensano la formazione del prezzo».
Una volta che la forbice delle offerte ha tagliato il prezzo all’origine, finita la promozione, la Gdo torna ad offrire frutta e verdura con cartellini ben superiori a quelli dell’offerta sottocosto. Ma all’origine il prezzo resta quello della vendita promozionale. Un meccanismo perverso che ha consentito però, solo nell’ultimo anno, di comprimere le quotazioni al campo di un 30%.
Un’altra modalità di vendita che contribuisce all’alterazione dei prezzi è l’assortimento: fragole e meloni tutto l’anno.. «Vendere ananas, ciliege, pomodori e fagiolini per dodici mesi, importandoli da paesi lontanissimi », spiega ancora Masini, «ha un costo che viene spalmato sul resto dei prodotti. Non è un caso se i farmer market, i mercati organizzati direttamente dai produttori, vendono soltanto frutta e verdura di stagione».
Naturalmente tutto questo è possibile perché la forza di cartello dei “signori dei prezzi” è tale da dettare di fatto le quotazioni all’origine e il prezzo finale. Tant’è che la Coldiretti si spinge a chiedere l’intervento dell’autorità Antitrust per verificare se la grande distribuzione organizzata - attraverso le sette centrali d’acquisto - operi in abuso di condizione dominante. Un sospetto che il rapporto 2008 dell’Authority autorizza a ritenere più che fondato.
Il grimaldello per scoprire le operazioni sui prezzi delle grandi catene è l’indicazione d’origine delle materie prime da scrivere sull’etichetta, come è accaduto per l’olio extravergine d’oliva. In attesa che la Commissione europea superi i veti delle potenti lobby dei gruppi alimentari nordeuropei registriamo la risoluzione approvata dal Parlamento di Strasburgo che stigmatizza «il comportamento commerciale degli operatori lungo la catena di approvvigionamento, che determina un enorme divario» fra costi al campo e alla tavola.
C’è da chiedersi però se effettivamente ci sia spazio per intervenire a fondo sull’intera filiera, vista la sorte che è toccata ai distributori automatici di latte. Accolti con entusiasmo dai consumatori sono stati oggetto di una vera «offensiva parlamentare», dice Masini, «ispirata chiaramente dalla Gdo, col risultato che dopo il boom dei primi mesi in cui erano comparsi nelle piazze italiane, la scorsa estate, sono stati relegati a un ruolo marginale. Gli italiani erano attratti dalla possibilità di acquistare latte fresco appena munto nelle nostre stalle a un euro al litro. Il fuoco di sbarramento di cui sono state vittima le macchinette del latte ha impedito la loro diffusione. Su quelle rimaste deve comparire obbligatoriamente un adesivo che invita i consumatori a bollire il prodotto che erogano».
La battaglia però non è ancora perduta. Se l’obiettivo è quello di accorciare la filiera che va dal campo alla tavola c’è da sperare che abbia successo il progetto lanciato dal presidente della Coldiretti Sergio Marini che sta impegnando la maggiore organizzazione agricola italiana con un obiettivo preciso: realizzare una filiera tutta italiana, capace di tagliare le intermediazioni e offrire attraverso la rete di Consorzi agrari, cooperative, farmer market, agriturismi e imprese agricole prodotti alimentari al cento per cento italiani. Al giusto prezzo. Una filiera in cui il margine per la distribuzione non superi il 70% sul prezzo finale. E non il 300% a cui ci hanno abituati i signori dei prezzi.
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