Confcommercio: in 10 anni chiusi 64mila negozi, allarme centri storici

Negli ultimi 10 anni sono quasi 63mila i negozi che hanno abbassato per sempre la serranda, con il numero degli esercizi commerciali in calo del 11,1% rispetto al 2008. Un dato preoccupante contenuto nel rapporto “Demografia d’impresa nei centri storici italiani” realizzato da Confcommercio.

Il rapporto di Confcommercio ha analizzato 120 città italiane, mettendo in evidenza come dal 2015 ad oggi il trend delle chiusure sia rallentato e addirittura invertito per alcune categorie di negozi.

Secondo l’analisi gli esercizi commerciali che stanno accusando di più la crisi sono librerie, negozi di giocattoli, abbigliamento e scarpe, che spesso vengono dirottati nei centri commerciali. Inverso invece l’andamento per i negozi di tecnologia, per le farmacie e per la ristorazione.

Inoltre lo studio pone l’accento sulla preoccupante condizione dei centri storici, che si stanno svuotando sempre di più anche a causa dell’aumento dei canoni di locazione che costringono i commercianti a spostarsi verso le periferie, alla ricerca di un affitto più basso.

I centri storici perdono il 13% dei negozi in sede fissa, -14% al sud con divario di 4 punti percentuali rispetto al centro-nord. Rispetto alle periferie il divario è di circa il 3%.

Per il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, la riduzione dell’offerta commerciale e una disordinata evoluzione delle strutture di ristorazione e alloggio “stanno impoverendo le nostre città che, ora più che mai, devono essere rilanciate”.

“C’è, continua Sangalli, bisogno di un piano nazionale per la rigenerazione urbana, fondato sul riconoscimento del rapporto strettissimo tra commercio e vivibilità delle nostre città, e di misure dedicate all’innovazione delle piccole superfici di vendita”.

Per il direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella, “c’è un evidente effetto composizione dei consumi. Crescono negozi di tecnologia e farmacie, cade il numero di negozi tradizionali, che escono dai centri storici. Il calo dei consumi reali pro capite ha comportato una perdita di negozi in sede fissa. Quando salgono i consumi il numero di negozi resta stabile”.

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Ahahahaha, mettono le farmacie fra i commercianti…regime di semi-monopolio, nessuna concorrenza sui prezzi e merce indispensabile che si è obbligati ad acquistare da loro. ci mancherebbe solo che parlassero di crisi.