Staffetta Quotidiana – La transizione energetica vista dai Brics e il Piano Mattei per l’Africa

Le riflessioni controcorrente di Salvatore Carollo

Staffetta Quotidiana – In questa riflessione controcorrente, Salvatore Carollo si concentra sul significato politico dell’allargamento dei paesi Brics e sulle conseguenze di questo fatto in relazione alla transizione energetica, in generale, e più nello specifico al Piano Mattei per l’Africa. Di fondo, il problema è uguale per tutti: i costi da sostenere per una transizione energetica giusta ed efficace sono altissimi e la domanda cui nessuno sa rispondere (e che qualcuno teme persino di porre) è sempre la stessa: “chi paga?”.

Il 31 agosto il direttore della Staffetta ha scritto un bel post su Twitter: “Perché Eni non fa come Orsted, basta oil&gas e solo rinnovabili?” Sembra una piccola innocente e scherzosa provocazione di fine estate, appena rientrati dalle vacanze, ma in realtà spalanca domande gigantesche sul futuro energetico e produttivo del nostro paese. La prima domanda che viene spontanea è: e chi pagherebbe il conto di questa svolta?

La situazione dei paesi del Nord Europa è completamente diversa da quella italiana ed ogni confronto è quasi impossibile, a meno di non considerare territorio, densità abitativa, struttura produttiva ed industriale, disponibilità di fonti energetiche nazionali (incluso il vento che lì esiste veramente e fa muovere le pale per oltre il 50% del tempo). Le stesse considerazioni valgono per la Norvegia, modello spesso sbandierato dai verdi nostrani che non conoscono la realtà di quel paese, dove la compagnia nazionale può sdoppiare la sua identità (come una sorta di Giano bifronte), da un lato, sviluppando e propagandando ad alta voce gli investimenti nelle fonti alternative, dall’altro, continuando, molto silenziosamente ma anche attivamente, ad investire massicciamente e fare tanti soldi con la ricerca e la produzione di petrolio e gas, che esporta verso l’Europa e gli Usa. Contemporaneamente, la Norvegia, con le sue 6.000 dighe, dispone di energia idroelettrica che non solo copre il 100% del suo fabbisogno domestico, ma può esportare in Svezia, Danimarca e Regno Unito (sempre incassando soldi). E che dire del picco di arricchimento proveniente dalla speculazione del prezzo del gas nella borsa di Amsterdam, a danno dei paesi del Sud Europa, prima fra tutte, l’Italia? Purtroppo, i dibattiti che si sviluppano in Italia sull’energia prescindono sia dalla complessità della realtà nazionale e sia, soprattutto, da quella internazionale in cui, necessariamente ci muoviamo.

Si chiacchera tanto del cosiddetto “Piano Mattei per l’Africa”, un oggetto misterioso dai connotati salvifici che però nessuno conosce nemmeno in grandi linee. Eppure, il quadro storico è molto chiaro. Mattei, a suo tempo, intraprese delle alleanze con i vari paesi produttori di idrocarburi, ai quali ha consentito di raddoppiare la loro quota di profitti e revenues finanziarie dalla produzione e vendita degli idrocarburi. Ha aperto alla Russia, nei momenti più drammatici della guerra fredda, la via all’esportazione di gas verso l’Europa. In tal modo, non solo ha portato in Italia energia a basso costo, ma ha fatto in modo che le opere e le infrastrutture nei vari paesi fossero realizzate dalle aziende italiane, che lui stesso si impegnò a far nascere e crescere. Il tutto girava intorno allo sviluppo in Italia di una robusta industria della raffinazione, che consentiva non solo di portare a casa il greggio prodotto nei vari paesi, ma di esportare benzina e gasolio verso i mercati più remunerativi del Nord America e del Nord Europa. Fra esportazioni e profitti delle aziende coinvolte nelle attività produttive nei paesi produttori, alla fine il saldo energetico risultava essere positivo per l’Italia. Oggi, stiamo vivendo un momento di profonda trasformazione nel mondo dell’energia. Equilibri consolidati da oltre 30 anni rischiano di essere messi in discussione, aprendo a processi di cui è difficile prevedere gli sviluppi. Le recenti decisioni dei Brics riaprono il confronto con i paesi del Nord Atlantico sul controllo del prezzo del petrolio e dei suoi flussi nei mercati petroliferi mondiali.

È una marcia lenta ma che si va sviluppando da quasi un decennio. Prima la creazione dell’OpecPlus, poi lo sconvolgimento delle rotte petrolifere e del gas liquefatto (Gnl) a seguito delle sanzioni su greggio e prodotti raffinati russi, l’utilizzo di benchmark diversi dal Brent, il sorpasso della borsa di Parigi su quella di Londra (per la prima volta dopo la svolta di Margareth Thatcher). Ed infine l’allargamento dei Brics a Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (oltre a Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). E non scordiamo che molti altri paesi sono in lista di attesa per entrare.

Come non notare che, dopo 30 anni, si ripropone la guerra di Yamani, ma in una forma nuovo di confronto geopolitico a tutto campo, ma soprattutto su finanza ed energia. In questo contesto, l’Europa appare sempre più fragile perché non ha una strategia energetica che possa consentirle di avere un ruolo da protagonista in questo scontro geopolitico. Non solo non si sta opponendo a questa offensiva, ma la sta facilitando con le sue scelte concrete sulla transizione energetica e sulla gestione delle sanzioni alla Russia. Sta abbandonando al proprio destino l’industria della raffinazione e pensa di affrontare la cosiddetta “transizione energetica” aumentando la dipendenza dalle importazioni di prodotti petroliferi da non si sa bene quali altre aree del mondo. La vicenda ucraina ha poi dato un colpo pesante a questa strategia. La decisione di bloccare i flussi di approvvigionamento dalla Russia si è risolta in un danno pesante solo ed esclusivamente per l’Europa.

L’Italia è il paese europeo che più pagherà le conseguenze di questa crisi, perché non solo non sta cercando una soluzione ma ha reso praticamente impossibile persino il parlare della continuità degli approvvigionamenti petroliferi nazionali. Non solo le istituzioni ed il governo, ma i vertici delle aziende energetiche e la comunità energetica tutta si girano dall’altra parte. Ci si comporta come se il petrolio fosse una fonte del passato di cui non abbiamo più bisogno e di cui possiamo fare a meno a partire da domattina.

Eppure, l’Italia continua a consumare almeno 60 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno e quindi continua ad aver bisogno di almeno 70 milioni di tonnellate di petrolio greggio da raffinare. Di questi, 7-8 milioni sono di benzine, 5 milioni di jet fuel per gli aerei, 24 milioni di gasolio, più i feedstock per l’industria chimica. E sarà così almeno nei prossimi 10-20 anni. Nel frattempo, non si investe più un centesimo nel settore della raffinazione e siamo costretti ad importare prodotti giù raffinati in modo precario ed a prezzi crescenti. Qualcuno si preoccupa che questi approvvigionamenti siano garantiti, almeno fino a quando ne avremo bisogno? Semplicemente, no. Non se ne parla e basta. Forse qualcuno pensa, numeri alla mano, che, entro il 2035-2050, disporremo di soluzioni rivoluzionarie che ci renderanno uguali alla Norvegia e potremo sostituire totalmente gli approvvigionamenti di idrocarburi con produzioni elettriche da fonti rinnovabili? Non ci sono risposte, da parte di nessuno, che riguardano la dimensione del problema nella sua globalità. Si preferisce parlare d’altro.

C’è una intesa di fondo fra i soggetti coinvolti: governo, vertici di aziende energetiche ed intellettuali del settore. Tutti uniti nella ragnatela di piccoli e grandi interessi che girano intorno alla massa di denaro pubblico da distribuire alla giornata, senza un vero piano strategico. Lo tsunami della speculazione del prezzo del gas originato dalla nostra scelta di appoggiarci al Ttf ci ha obbligato a svegliarci e capire che ci muoviamo in una situazione fragilissima. Diciamolo chiaro. Non abbiamo finora trovato una alternativa affidabile e stabile al sistema di approvvigionamento del passato. Il GNL (gas liquido) non garantisce la stessa continuità, lo stesso prezzo e lo stesso impatto ambientale. Occorre una riflessione condivisa sulle politiche di approvvigionamento e sulla politica estera che oggi non sembra all’ordine del giorno. Un piano Mattei dovrebbe partire da qui. Non aspettiamo che sia la nuova svolta imposta da OpecPlus e Brics a farci capire che stiamo distruggendo un patrimonio che, fortunatamente, ancora esiste e che potrebbe diventare un punto essenziale per la transizione energetica e per una politica essenziale del nostro futuro energetico.

Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana 

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Sal
Sal
7 mesi fa

Altro che colonnine e stazioni di servizio del futuro…sostituire il petrolio in pochi anni sarà impossibile!