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Fatture carburante di fine anno: un problema che penalizza i gestori

Con l’avvicinarsi della chiusura dell’esercizio, il tema delle fatture a cavallo tra la fine e l’inizio del nuovo anno torna a creare forti criticità per i gestori di impianti carburanti. La disciplina IVA vigente, irrigidita dall’introduzione della fatturazione elettronica, produce effetti distorsivi particolarmente gravi in un settore caratterizzato da volumi elevatissimi e margini estremamente ridotti.

La regola è ormai nota: l’IVA è detraibile solo nell’anno in cui la fattura viene effettivamente ricevuta tramite SdI. A fine esercizio, però, questa impostazione genera un problema strutturale per il carburante. Le forniture sono quotidiane, la fatturazione no e il gestore non ha alcun potere sui tempi di emissione e recapito del documento. Basta che una fattura di dicembre arrivi nei primi giorni di gennaio per spostare fuori esercizio importi importanti.

Le conseguenze sono pesanti. L’IVA non detratta resta da anticipare, il costo non entra nel conto economico dell’anno corretto e il reddito dell’anno precedente risulta artificialmente più alto. Questo comporta il pagamento di imposte su utili che, di fatto, non esistono. In un settore a bassissima redditività, l’effetto non è solo fiscale ma soprattutto finanziario, con tensioni di liquidità che possono diventare critiche.

Non si tratta di elusione né di cattiva gestione, ma di un problema tecnico che colpisce in modo sproporzionato i gestori carburanti rispetto ad altri comparti. Proprio per questo sarebbe ragionevole prevedere una norma specifica per il settore, ad esempio consentendo la detrazione per competenza delle fatture di dicembre emesse entro fine anno anche se ricevute a gennaio, o introducendo una finestra temporale più ampia esclusivamente per il carburante. I dati sono già pienamente tracciabili e non vi sarebbero reali rischi di abuso. Sarebbe una eccezione di buon senso. 

Perché allora questa correzione non arriva? Le ragioni – a quanto ne sappiamo – sono principalmente amministrative e politiche. L’Amministrazione finanziaria teme che una deroga settoriale apra la strada a richieste analoghe da altri ambiti e preferisce mantenere una regola uniforme, anche quando produce effetti palesemente iniqui. A questo si aggiunge la scelta di privilegiare la semplicità dei controlli rispetto al principio di neutralità dell’IVA.

Il risultato è un sistema che, pur formalmente corretto, scarica interamente sui gestori il costo di ritardi che non dipendono da loro. Un problema noto, concreto e ripetuto ogni anno, che meriterebbe un intervento normativo mirato. Senza una correzione, il rischio è continuare a mettere in difficoltà economica un settore già fragile, per una rigidità che nulla ha a che fare con l’evasione e molto con una fiscalità poco aderente alla realtà operativa che grava ancora una volta sui gestori. 

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