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Carburanti, prezzi in corsa e filiera sotto pressione: tra accuse di speculazione e immobilismo del Governo

Mentre il prezzo dei carburanti continua a salire e gli effetti del caro-trasporti iniziano a scaricarsi su famiglie e imprese, il governo sembra muoversi con estrema lentezza, quando non addirittura con un atteggiamento di sostanziale inerzia. La riunione della Commissione di allerta rapida convocata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy dal ministro Adolfo Urso si è conclusa ancora una volta senza decisioni concrete, nonostante il pressing di associazioni di categoria, sindacati, consumatori e operatori economici.

Il paradosso è evidente: mentre tutti i soggetti della filiera economica chiedono un intervento immediato per calmierare i prezzi, dal governo arriva invece il messaggio opposto. Nel corso di un question time parlamentare, lo stesso Urso ha sostenuto che “in Italia gli aumenti del prezzo della benzina sono più bassi che in altri Paesi europei, che guardano all’Italia come un modello”, lasciando intendere che non vi sarebbe la necessità di misure straordinarie.

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Una posizione che ha lasciato insoddisfatte molte delle categorie presenti al tavolo. Intanto i numeri raccontano una realtà ben diversa. Dalla fine di febbraio la benzina è aumentata in media di oltre 15 centesimi al litro, mentre il gasolio ha registrato rincari superiori ai 30 centesimi. Con il petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile e le tensioni geopolitiche legate al conflitto in Medio Oriente, il rischio di una nuova spirale inflattiva è tutt’altro che remoto.

Gli effetti si vedono già nella filiera alimentare. Secondo i dati del Centro Agroalimentare di Roma, l’aumento dei costi di trasporto ha già spinto verso l’alto i prezzi di diversi prodotti ortofrutticoli: i pomodori a grappolo sono passati da 1,40 a 2,30 euro al chilo, i ciliegini hanno raggiunto i 2,40 euro, mentre peperoni e zucchine registrano rincari analoghi. Segnali chiari di un fenomeno destinato a trasferirsi rapidamente su tutta la catena dei prezzi al consumo.

In questo contesto appare ancora più incomprensibile la scelta del governo guidato da Giorgia Meloni di non intervenire con strumenti strutturali. Anzi, l’unico intervento concreto adottato negli ultimi mesi è stato l’aumento in un’unica soluzione delle accise sul gasolio, una decisione che ha ulteriormente aggravato il peso fiscale sui carburanti proprio mentre i prezzi internazionali tornavano a correre.

A rendere ancora più acceso il dibattito politico sono arrivate nelle ultime ore le dichiarazioni del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, che ha puntato il dito contro le compagnie petrolifere accusandole di possibili comportamenti speculativi.

Il diesel e la benzina che noi andiamo a fare domani nel nostro distributore o in autostrada sono figli dei prezzi del petrolio di mesi fa. Se quindi in dieci giorni le compagnie petrolifere, soprattutto quelle straniere, hanno aumentato di 40 centesimi al litro il gasolio approfittando del conflitto in Medio Oriente, non possono farlo impunemente. Se ci sarà bisogno di intervenire interverremo anche fiscalmente perché questa è speculazione sulla pelle dei lavoratori italiani, non ha un’altra parola”, ha dichiarato Salvini.

Il ministro ha inoltre annunciato un confronto diretto con le compagnie petrolifere. “Come promesso, ho convocato le principali compagnie petrolifere mercoledì a Milano. I prezzi sono aumentati in maniera inaccettabile, con il diesel che è salito di quasi 50 centesimi al litro in pochi giorni: non siamo disposti a tollerare nessuna speculazione sulla pelle di cittadini, autotrasportatori e imprese”.

Dichiarazioni che mostrano chiaramente come all’interno dello stesso governo convivano letture molto diverse della situazione: da un lato chi minimizza gli aumenti rispetto agli altri Paesi europei, dall’altro chi parla apertamente di possibili fenomeni speculativi nella parte alta della filiera.

Ma ciò che più sorprende operatori e osservatori è soprattutto l’assenza di una riforma complessiva del settore della distribuzione carburanti. Da oltre due anni si parla di un disegno di legge di riforma del comparto, un provvedimento che avrebbe potuto introdurre maggiore trasparenza nella filiera, riequilibrare i rapporti tra compagnie e gestori e rafforzare gli strumenti di controllo contro possibili distorsioni del mercato.

Un intervento che oggi rappresenterebbe anche un importante argine contro fenomeni speculativi e che potrebbe contribuire a rendere più efficiente la formazione dei prezzi alla pompa. Eppure quella riforma è rimasta bloccata nei cassetti del ministero, trasformandosi nell’ennesimo dossier rimasto impantanato.

Le organizzazioni dei gestori, tra cui FAIB e FEGICA, hanno lanciato un appello diretto alla presidente del Consiglio affinché il governo sblocchi finalmente la riforma del settore. Secondo i gestori, si tratta di uno strumento ormai indispensabile per riportare equilibrio nella filiera e per evitare che, ancora una volta, il malcontento dell’opinione pubblica venga scaricato sull’ultimo anello della catena distributiva: i gestori degli impianti.

Critiche molto dure sono arrivate anche dall’opposizione. La deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino ha parlato apertamente di una situazione paradossale: secondo Appendino, infatti, “industriali, autotrasportatori, artigiani, agricoltori, pescatori, commercianti, unioni dei consumatori, sindacati ed economisti chiedono tutti un intervento immediato per calmare i prezzi dei carburanti. Ma per il ministro Urso non c’è bisogno di alcun intervento”.

Per la parlamentare si tratterebbe ormai di “una situazione oltre la farsa”, con un ministro che continua a sostenere che nessun grande Paese europeo sia intervenuto sulle accise dimenticando, però, che proprio il governo italiano ha deciso di aumentarle appena due mesi fa. Appendino ha inoltre sottolineato come la riforma del settore carburanti, ferma da due anni, rappresenti uno degli esempi più evidenti della paralisi decisionale del ministero.

Nel frattempo si moltiplicano le iniziative politiche e istituzionali, ma il tempo stringe. Senza una strategia chiara e senza strumenti strutturali, il rischio è che l’inerzia delle istituzioni finisca per aggravare ulteriormente una situazione già molto delicata.

Per il settore della distribuzione carburanti – e per i gestori che ogni giorno garantiscono un servizio essenziale ai cittadini – resta quindi aperta una domanda cruciale: se la crisi dei prezzi è ormai sotto gli occhi di tutti, quando arriveranno davvero le decisioni necessarie per affrontarla?

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