Site icon GestoriCarburanti

DDL Carburanti: il contratto di affidamento non è il problema. Il problema è quello che c’è oggi

Negli ultimi giorni il dibattito sulla riforma del settore carburanti si è acceso attorno al nuovo contratto di affidamento, con commenti che, in molti casi, sembrano partire più da convinzioni personali che dalla lettura del testo.

Vale quindi la pena cercare di chiarire alcuni aspetti che probabilmente non sono stati ancora raccontati per quello che sono.

Oggi il problema non è il contratto di affidamento, perché quel contratto ancora non esiste. Esistono invece migliaia di gestori che, alla scadenza del secondo sessennio del comodato, si trovano di fronte a una scelta tanto semplice quanto brutale: firmare ciò che propone l’azienda oppure lasciare l’impianto.

Negli ultimi anni questa “proposta” ha assunto sempre più spesso la forma del contratto di appalto o di gestione diretta. Modelli contrattuali che numerose pronunce della magistratura hanno ritenuto incompatibili con la normativa speciale che disciplina il settore della distribuzione carburanti. Eppure il fenomeno non si è fermato. Anzi, si è esteso.

Il motivo è altrettanto semplice. Una sentenza può arrivare anche a distanza di anni e, nel frattempo, il gestore continua a lavorare in condizioni di evidente squilibrio. Solo alla fine del rapporto, in alcuni casi e sempre che si arrivi a sentenza, un giudice riconosce la natura parasubordinata del rapporto e condanna l’azienda al pagamento di TFR, ferie, permessi e delle altre spettanze tipiche del lavoro dipendente mascherato in lavoro subordinato. Una tutela importante, ma che spesso arriva quando il danno economico e professionale è ormai stato subito.

Nemmeno chi è rimasto con il tradizionale contratto di comodato può dirsi al riparo dalle criticità.

Basta guardare agli accordi economici. Alcune aziende, noonostante un obbligo di legge, non lo rinnovano da decenni. Nonostante le diverse richieste, incontri, pressioni istituzionali e iniziative sindacali senza che si arrivasse al rinnovo previsto dalla legge. Una legge che obbliga le parti a negoziare ma che, paradossalmente, non prevede alcuna sanzione per chi decide semplicemente di non farlo. 

È il classico obbligo senza conseguenze. Più che una norma cogente, sembra un invito alla buona volontà.

Di fronte a questa situazione qualcuno continua a chiedersi perché il sindacato non abbia “risolto il problema”.

La risposta è meno romantica di quanto qualcuno vorrebbe. Nessuna organizzazione sindacale dispone di poteri coercitivi nei confronti delle compagnie petrolifere. Può negoziare, contestare, promuovere azioni legali, coinvolgere la politica e mobilitare la categoria. Ma nessun sindacato può sostituirsi al legislatore o imporre unilateralmente la firma di un accordo.

A questo si aggiunge un altro elemento che raramente viene affrontato con sincerità: la difficoltà della categoria nel fare realmente fronte comune. Ogni tentativo di mobilitazione ha mostrato quanto sia complicato costruire una massa critica capace di incidere davvero. In molti casi prevale ancora la logica del “salvo il mio impianto e poi si vedrà”, dimenticando che i diritti collettivi si difendono solo collettivamente.

Nel frattempo il settore è profondamente cambiato. L’automazione degli impianti, l’espansione del self-service e la progressiva riduzione della presenza del gestore hanno inevitabilmente ridotto anche l’efficacia delle iniziative della categoria come strumento di pressione.

È proprio dentro questo scenario che si inserisce il DDL di riforma. 

Chi sostiene che il nuovo contratto di affidamento “legittimi gli appalti” probabilmente dimentica un particolare fondamentale: gli appalti esistono già. Da anni.

La riforma non nasce per autorizzare ciò che prima era vietato, ma per cercare di riportare regole in un settore dove, troppo spesso, ha prevalso la forza contrattuale del più forte rispetto all’assenza di strumenti efficaci di tutela.

Per anni molte compagnie hanno costruito modelli contrattuali che hanno progressivamente svuotato la figura del gestore tradizionale, trasformandolo in un semplice prestatore di manodopera e concentrando nelle mani dell’azienda ogni decisione economica e commerciale.

La vera novità del DDL è che il futuro contratto di affidamento non potrà più essere scritto unilateralmente dalla compagnia.

Dovrà invece essere definito attraverso la contrattazione collettiva, stabilendo diritti, obblighi, durata del rapporto, criteri economici e garanzie reciproche.

È questo il passaggio decisivo.

Naturalmente nessuno sostiene che la sola approvazione della legge risolverà automaticamente tutti i problemi del settore. La qualità del nuovo contratto dipenderà dalla qualità della contrattazione e dalla capacità delle organizzazioni sindacali di ottenere condizioni realmente equilibrate.

Ma c’è una differenza sostanziale rispetto a ciò che accade oggi.

Fino ad ora, nella maggior parte dei casi, era l’azienda a scrivere il contratto e il gestore poteva soltanto decidere se firmarlo oppure perdere il lavoro.

Domani, se la riforma verrà approvata, quelle regole non potranno più essere imposte unilateralmente, ma dovranno passare attraverso un confronto negoziale.

Ed è difficile sostenere che sostituire una decisione unilaterale con una trattativa rappresenti un passo indietro.

Perché il vero nodo non è difendere un sistema che ha dimostrato tutti i suoi limiti. Il vero obiettivo dovrebbe essere costruirne finalmente uno più equo, nel quale il rapporto tra azienda e gestore torni ad essere disciplinato da regole condivise e non esclusivamente dalla forza contrattuale di una delle parti.

 
 
Exit mobile version