La protesta dei lavoratori della siderurgia tarantina si ripercuote sulla distribuzione dei carburanti e sull’intera catena logistica regionale. Lunghe code alle pompe ancora operative, difficoltà nei supermercati e allerta negli aeroporti di Bari e Brindisi.
La Puglia rischia di rimanere senza carburante. Una situazione che, secondo le segnalazioni del sindacato di categoria Fegica, sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza: sette distributori su dieci non avrebbero più benzina da erogare, mentre le poche stazioni di servizio ancora operative devono fare i conti con code sempre più lunghe e una domanda che non riescono a soddisfare.
All’origine della crisi c’è il blocco della raffineria Eni di Taranto, che sta impedendo il regolare approvvigionamento degli impianti di distribuzione non soltanto in Puglia, ma anche nelle altre regioni che dipendono dalle forniture dello stabilimento ionico.
Una situazione che, secondo le informazioni riportate, peggiora di ora in ora.
Eni: 150 impianti su 270 già senza carburante
I numeri descrivono la gravità dell’emergenza. Secondo quanto riferito da Eni, dei 270 impianti a proprio marchio presenti sul territorio pugliese, 150 risultavano già senza carburante nella mattinata presa in esame.
Una percentuale superiore al 55% della rete a marchio, destinata potenzialmente ad aumentare se il blocco delle forniture dovesse proseguire.
Dalla raffineria tarantina, infatti, riuscirebbero a uscire soltanto le autocisterne destinate a garantire i servizi essenziali, mentre il normale rifornimento delle stazioni di servizio risulta sostanzialmente compromesso.
Per i gestori significa trovarsi ancora una volta in prima linea, costretti a spiegare agli automobilisti perché le pompe sono ferme, senza avere alcuna possibilità di intervenire sulle cause del problema.
E quando il carburante non arriva, a fermarsi non sono soltanto gli erogatori: si fermano le vendite, vengono meno i ricavi e si incrina quel rapporto di fiducia con la clientela costruito quotidianamente da chi lavora sulla rete.
Rifornimenti alternativi difficili: anche le autostrade sono bloccate
La possibilità di compensare le mancate forniture attraverso depositi situati fuori regione appare particolarmente complicata.
Le alternative logistiche, come Napoli e Ortona, si scontrano infatti con un ulteriore ostacolo: i blocchi autostradali organizzati a singhiozzo dagli autotrasportatori, che denunciano condizioni di lavoro ormai insostenibili, a partire proprio dal costo del gasolio.
Si determina così un effetto a catena: la raffineria non riesce ad alimentare regolarmente la rete, i trasporti alternativi incontrano difficoltà e le scorte residue negli impianti si esauriscono rapidamente.
Una protesta che, secondo quanto riferiscono gli stessi benzinai, incontrerebbe per il momento anche la comprensione di molti automobilisti, consapevoli delle difficoltà economiche che stanno interessando il settore dell’autotrasporto.
L’emergenza arriva nei supermercati
Le conseguenze del blocco stanno andando ben oltre il settore carburanti.
Con i camion fermi e le difficoltà di approvvigionamento, cominciano a emergere criticità anche nella distribuzione alimentare. In alcuni supermercati si segnalano le prime carenze di prodotti freschi, in particolare frutta e verdura, che richiedono consegne frequenti e una catena logistica efficiente.
Il rischio è che una crisi inizialmente concentrata sulla disponibilità di carburanti finisca per coinvolgere progressivamente l’intero sistema distributivo regionale.
Perché senza carburante non si muovono soltanto meno automobili: si fermano i mezzi che trasportano merci, riforniscono negozi e supermercati e garantiscono il funzionamento di una parte essenziale dell’economia.
Allerta anche negli aeroporti di Bari e Brindisi
Particolarmente delicata anche la situazione del trasporto aereo.
Negli aeroporti di Bari e Brindisi sarebbe scattata l’allerta per la possibile indisponibilità di carburante per gli aeromobili.
Secondo le informazioni riportate, le compagnie aeree dovranno organizzare i propri voli prevedendo il rifornimento presso altri scali, prima dell’arrivo in Puglia.
Gli aeromobili dovranno quindi trasportare una quantità di carburante sufficiente a garantire non soltanto il volo di arrivo, ma anche la successiva tratta programmata, nel rispetto delle necessarie condizioni operative e di sicurezza.
Una misura che evidenzia quanto il blocco dello stabilimento tarantino possa incidere su attività e servizi ben lontani dalla distribuzione stradale dei carburanti.
Una crisi che nasce dalla siderurgia e investe un’intera regione
A innescare questa situazione è la protesta dei lavoratori della siderurgia tarantina, una vertenza che affonda le proprie radici nelle difficoltà industriali e occupazionali di uno dei territori più complessi del Paese.
La mobilitazione delle tute blu, nata da una condizione di profonda esasperazione, sta producendo conseguenze che si estendono progressivamente ad altri comparti economici.
È il segnale di quanto siano strettamente collegati il sistema industriale, quello energetico e la rete dei trasporti.
Una raffineria che si ferma, una rete distributiva che resta senza prodotto, autotrasportatori che non riescono a garantire le consegne e interi settori economici che iniziano a subirne le conseguenze.
E ancora una volta sono i gestori a trovarsi in mezzo
C’è infine un aspetto che merita particolare attenzione e che troppo spesso viene trascurato quando si parla di emergenze nella distribuzione dei carburanti.
Il gestore è l’ultimo anello di una filiera sulla quale non esercita alcun controllo, ma è il primo a dover rispondere delle sue disfunzioni davanti ai cittadini.
Non decide se una raffineria debba fermarsi, non organizza la logistica delle compagnie petrolifere e non può procurarsi liberamente carburante da altri fornitori quando è vincolato da un contratto di esclusiva.
Eppure è proprio lui a dover abbassare la saracinesca, affrontare le proteste della clientela e sopportare le conseguenze economiche delle mancate vendite.
Una contraddizione che dovrebbe indurre le compagnie petrolifere a considerare con maggiore attenzione anche le ripercussioni economiche che queste emergenze producono sulle singole gestioni.
Perché un impianto senza carburante non è soltanto un distributore che non può vendere. È un’attività economica che continua a sostenere costi, pur essendo privata della possibilità di produrre ricavi.
Senza una rapida soluzione della vertenza e il conseguente ripristino della regolarità dei rifornimenti, il rischio è che la Puglia si trovi ad affrontare una crisi sempre più estesa, con effetti sulla mobilità, sui consumi, sui trasporti e sull’approvvigionamento delle merci.
Una crisi che dimostra, ancora una volta, quanto sia fragile un sistema nel quale basta interrompere un nodo strategico della filiera per mettere in difficoltà un intero territorio.

