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Pompe bianche, il price cap accende la protesta: «Siamo fuori mercato». Ma la crisi viene da lontano

Lo sciopero della fame di Michele Finizio, titolare di una stazione di servizio sulla Statale 16, riporta al centro le difficoltà che ha interessato i distributori indipendenti. A pesare non è soltanto il tetto ai prezzi fissato da alcune compagnie, ma anche un mercato profondamente cambiato, nel quale le eccedenze di raffinazione che un tempo alimentavano la competitività delle pompe bianche sono diventate sempre meno disponibili. A rischio un’attività e dodici posti di lavoro.

«Il price cap ci mette fuori mercato». È una denuncia che arriva da Michele Finizio, 61 anni, originario di Apricena e titolare, insieme alla moglie, della stazione di servizio Freeway Snc, lungo la Statale 16, al chilometro 655, tra San Severo e Foggia. Per richiamare l’attenzione delle istituzioni sulle difficoltà della distribuzione indipendente, l’imprenditore ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza, chiedendo un confronto con i ministri Adolfo Urso e Matteo Salvini. Una protesta che nasce dalla preoccupazione per il futuro della sua attività e dei dodici lavoratori impiegati nell’impianto, ma che solleva una questione più ampia: quale spazio resta oggi alle pompe bianche in un mercato dei carburanti che ha cambiato profondamente le proprie regole economiche?

A raccontare la situazione è stata la figlia Vittoria, 25 anni, anche lei impegnata nell’attività di famiglia. «Mio papà non ce la fa più. Da 32 anni fa questo lavoro», ha dichiarato all’ANSA, spiegando che il rischio concreto è quello di dover ricorrere alla cassa integrazione. Una difficoltà che, secondo la famiglia, si è aggravata con l’introduzione del tetto ai prezzi praticati da alcune grandi compagnie petrolifere.

Il problema denunciato è semplice nella sua formulazione, ma complesso nelle conseguenze: se una compagnia riesce a ridurre il prezzo alla pompa facendo leva sulla propria struttura commerciale e sulle condizioni di approvvigionamento, un distributore indipendente che acquista il carburante a condizioni meno favorevoli può ritrovarsi nell’impossibilità di seguirla. «Le pompe bianche, acquistandolo a prezzo pieno dalle stesse grandi imprese petrolifere, non riescono a essere competitive», sostiene Vittoria. Il risultato è una pressione che rischia di trasformare la concorrenza sul prezzo in una corsa insostenibile per chi non dispone delle stesse risorse.

Ma per comprendere davvero la situazione occorre fare un passo indietro. Per anni le pompe bianche hanno potuto contare su un contesto di mercato diverso da quello attuale. La capacità di raffinazione disponibile in Europa era più ampia rispetto alla domanda e il canale extrarete svolgeva anche una funzione importante nel collocamento delle eccedenze produttive. Quando la produzione superava le esigenze dei canali tradizionali, una parte del prodotto doveva trovare altri sbocchi commerciali. Gli operatori indipendenti potevano così intercettare disponibilità a condizioni più convenienti e trasformare quel vantaggio in prezzi competitivi per gli automobilisti.

Era un equilibrio che contribuiva a sostenere il modello delle pompe bianche. Non significava che tutti gli indipendenti acquistassero sempre a prezzi inferiori, né che l’intero settore dipendesse esclusivamente dalle eccedenze della raffinazione. Significava, però, che una maggiore disponibilità di prodotto offriva opportunità commerciali che oggi non possono più essere date per scontate.

Negli ultimi anni, la chiusura e la riconversione di diversi impianti di raffinazione europei hanno ridimensionato significativamente quel quadro. La disponibilità di prodotto non presenta più gli stessi livelli che caratterizzavano il passato e il mercato si muove in condizioni differenti. Il canale extrarete non può quindi contare automaticamente su un’abbondanza di carburante da acquistare a condizioni particolarmente favorevoli. Quando l’offerta si restringe e gli equilibri di approvvigionamento cambiano, anche il vantaggio competitivo su cui molti distributori indipendenti hanno costruito la propria presenza commerciale rischia di assottigliarsi.

È in questo scenario che un tetto al prezzo come quello adottato da alcune compagnie petrolifere può diventare un ulteriore fattore di pressione. Se i prezzi delle reti delle grandi compagnie scendono mentre gli indipendenti continuano ad acquistare il prodotto a condizioni meno vantaggiose, il differenziale può diventare difficile da sostenere. E quando il prezzo di vendita si avvicina troppo al costo di acquisto, o addirittura scende al di sotto, il problema non è più soltanto perdere clienti: è vendere senza riuscire a recuperare il costo del carburante e le spese necessarie a mantenere aperto l’impianto.

La questione è capire se gli operatori stiano concorrendo in condizioni sufficientemente equilibrate e quanto a lungo un distributore indipendente possa resistere quando il prezzo esposto dai concorrenti non è compatibile con i propri costi di approvvigionamento. La libertà di fissare i prezzi è un elemento essenziale del mercato, ma la sua efficacia concreta dipende anche dalle condizioni alle quali ciascun operatore può procurarsi il prodotto da vendere.

La protesta di Finizio porta dunque alla luce due problemi distinti, che rischiano di sommarsi. Da una parte c’è l’impatto immediato di un price cap fatto su iniziativa di alcune compagnie petrolifere che inevitabilmente distorce il mercato le cui conseguenze ricadono sulle attività che non riescono a seguire i listini delle reti concorrenti. Dall’altra c’è una trasformazione strutturale del mercato europeo, che ha ridotto le opportunità di approvvigionamento legate alle eccedenze produttive e reso meno scontati i vantaggi di cui in passato beneficiava il canale extrarete.

Davanti alla propria stazione di servizio, Finizio ha lasciato una sedia vuota, invitando i rappresentanti delle istituzioni a sedersi per ascoltare le ragioni della sua protesta. L’appello è rivolto ai ministri Urso e Salvini, ma anche alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, al leader di Azione Carlo Calenda e al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. «È una battaglia di libertà e diritto», sostiene l’imprenditore, che contesta una misura che, a suo giudizio, lascia fuori dal gioco una parte consistente della rete indipendente.

Nel caso della Freeway, la posta in gioco è concreta: la continuità di un’impresa familiare e il lavoro di dodici persone. Ma la vicenda riguarda potenzialmente un numero molto più ampio di operatori e probabilmente non solo pompe bianche. Ed è per questo che il governo dovrebbe prendere in considerazione uno schema di decreto-legge  per il contenimento dei prezzi di benzina e gasolio. In altre parole l’inziativa di Faib e Fegica su un Price cap o tetto al prezzo istituito per legge e non da un anarchico comportamento di alcune aziende petrolifere. 

Perchè alla fine  la sedia vuota di Finizio diventa il simbolo di una questione che merita una risposta: non basta chiedere ai distributori indipendenti di essere competitivi. Bisogna fare in modo che, nelle condizioni attuali del mercato, tutti possano avere gli strumenti economici per riuscirci.

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