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Le colonnine in estinzione

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Milano - In città le stazioni di servizio sono sempre meno. Concorrenza dei grandi impianti e riduzione dei consumi i motivi che spingono gestori a chiudere, lasciando così spazio al degrado.

Fino a qualche decennio fa spuntavano come funghi, ora stanno diminuendo come una specie in estinzione. A Milano i distributori di carburante sono sempre meno. All'inizio degli anni 80 se ne contavano più di 1.000, alla fine dei 90 si erano ridotti a 600. Oggi ne resistono solo 237. Dai Bastioni di Porta Venezia a piazzale Aquileia, da viale Liguria a via Sardegna, aumentano le pompe serrate con i lucchetti. E le previsioni non sono rosee.

Secondo la Federazione italiana gestori impianti stradali carburanti, entro la fine di quest'anno altre 50 stazioni saranno costrette a chiudere i battenti. Un calo inarrestabile, alimentato anche dalla mancanza di liquidità da parte dei gestori. "Ogni carico che arriva a rimpinguare i serbatoi costa dai 15 ai 20 mila euro, che vanno anticipati", afferma Paolo Uniti, segretario nazionale della Figisc. "Se chi opera nell'impianto non è solido, è difficile portare avanti l'attività. E il rischio è di creare falle nel sistema distributivo".

Primo passo la sospensione. È finita l'epoca dei piccoli distributori, due pompe e un gabbiotto incastrati sul marciapiede. Ma anche le stazioni di servizio spaziose, complete di tutto (dall'autolavaggio al bar, fino all'officina) faticano ad andare avanti. Colpa dell'impennata dei prezzi dei carburanti e della crisi, ma anche della concorrenza degli impianti più grandi che, con volumi di vendite superiori, possono garantire prezzi più bassi.

Attualmente a Milano una ventina di impianti è autorizzata dal Comune alla sospensione temporanea dell'esercizio, di solito il primo passo verso la chiusura definitiva. In base all'articolo 95 della legge regionale 6/2010, l'attività degli impianti di distribuzione dei carburanti può essere sospesa per un anno, con un'eventuale proroga di un altro.

Oltre a interventi sulla struttura, le sospensioni temporanee e volontarie sono legate a motivi gestionali, spesso dovuti all'impossibilità di riuscire a fronteggiare le difficoltà economiche. In questo caso, il titolare della concessione spera che, entro un breve periodo, qualcuno si faccia avanti per rilevare il distributore e far ripartire l'attività. Qualora nessuno mostri interesse, si passa alla sospensione definitiva e alla rimozione delle infrastnitture. Negli ultimi due anni, sono state sette le procedure di questo tipo avviate da Palazzo Marino. Entro 30 giorni dal rilascio dell'autorizzazione per lo smantellamento, si devono riempire i serbatoi di sabbia (per evitare vapori nocivi) e togliere le strutture in superficie. Poi bisogna estrarre i serbatoi, rimuovere il terreno circostante impregnato di carburante e riempire la cavità con terra nuova. Prima di procedere, però, è necessario accertare l'eventuale intersecazione con tubi e cavi di servizi pubblici interrati. Le normative prevedono anche la bonifica dell'area (in collaborazione con l'Arpa, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente), con l'analisi del sottosuolo per rilevare possibili contaminazioni. Il ripristino, poi, è obbligatorio se il terreno è di proprietà comunale o demaniale, mentre se è privato spetta al proprietario stabilire quali opere eseguire [con l'esclusione della bonifica del suolo, sempre prevista dalla legge). I tempi che passano tra la chiusura del distributore e il suo smantellamento, dunque, sono piuttosto lunghi. E nel frattempo spesso si fa largo il degrado.

Quando un impianto abbassa la saracinesca, di solito, chiudono anche le attività commerciali a esso collegate, come l'officina, il bar e il lavaggio. Eppure ci sono strutture dal notevole impatto visivo, inattive da anni, che meriterebbero di essere recuperate, salvandole dallo stato di abbandono in cui si trovano. Un esempio è l'ex stazione di servizio Agip di piazzale Accursio. Un impianto ormai smantellato, che risale al 1953, progettato dall'architetto Mario Bacciocchi e caratterizzato da un'immensa tettoia a sbalzo dalle forme arrotondate. Dargli un'altra possibilità non sarebbe un'idea insensata, visto il pregevole stile archi tettonico.

Fonte: Quattroruote

Commenti (3)
  • Feddy

    Sempre più in basso! Parecchi c.c.z. piangeranno per non aver voluto aiutare i Gestori. Incominciassero a trovarsi un altro lavoro dove glielo faranno (gesto con due mani con pollici ed indici) così. Con la speranza di non ritrovarsi mai di fronte ad un ex loro Gestore!

  • Anonimo

    codivido pienamente ........

  • Donato

    Caro Feddy loro avranno diritto a un tfr noi con il cipreg ci puliamo il c..o, magari avranno anche loro problemi a reinserirsi nel mondo del lavoro ma non come noi, per loro ubbidire a ordini spregevoli è una cosa normale ogni giorno ogni ora ogni minuto distruggono la vita di un Gestore.

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