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LA GALASSIA ENI, DISSEMINATA DALL'OLANDA ALLE ANTILLE

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UNA GRANDE INCHIESTA DI CLAUDIA APEL PUBBLICATA DALLA RIVISTA " VALORI" . ( PRIMA PARTE)
La più grande impresa italiana, in mano allo Stato, ha la sede di molte attività strategiche nei paradisi fiscali. Il ministro delle Finanze Giulio Tremonti tuona proprio contro quei Paesi, ma non guarda in casa propria.

LE IMPRESE NON PAGANO LE TASSE CHE DOVREBBERO. È questa la conclusione a cui è giunto il quotidiano The Guardian. Dal gennaio 2009 un team di giornalisti e ricercatori della testata britannica ha cominciato a prendere di mira le società con sede legale in Gran Bretagna, ma con attività registrate soprattutto in altri Paesi, per evitare l’alta tassazione inglese (dal 21% al 28%). “È un grave problema di finanza aziendale - ha scritto The Guardian -. Questo sistema ha aiutato le imprese a derubare il fisco britannico e quindi tutti i cittadini che pagano le tasse onestamente di una cifra enorme, che può variare, a seconda delle stime, dai tre ai dodici miliardi di sterline all’anno”.

I tentacoli dell’Eni

Per arrivare a queste conclusioni non serve andare tanto lontano. Basta guardare sotto il tappeto di casa nostra. Prendiamo ad esempio l’Eni, la più grande società italiana, saldamente controllata dallo Stato (con più del 30% del capitale). Il Rapporto annuale 2007 contiene la lista di tutte le società che Eni consolida a bilancio, in ogni parte del mondo.

Basta fare due conti e si capisce subito che almeno l’80% delle controllate di Eni sono registrate – e quindi presumibilmente pagano le tasse – in Paesi diversi dall’Italia. Ma vediamo di cogliere qualche dettaglio in più. Il cane a sei zampe, si sa, ha sede a Roma. In Italia ha 52 società: Eni Angola, Eni East Africa, ma anche Agenzia Giornalistica Italia (Agi), Padana Assicurazioni e molte altre. A un secondo sguardo si scopre che oltre 40 controllate hanno sede nei Paesi Bassi, 43 in Gran Bretagna, mentre altre 122 sono sparse strategicamente in una trentina di Paesi, come Stati Uniti, Norvegia, Portogallo, Belgio, Francia, ma anche Svizzera, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Isole del Canale, giusto per nominarne alcune.

In Olanda la società principale si chiama Eni International Bv, controlla più del 75% di tutte le consociate olandesi e ha un capitale di 1,25 miliardi di euro. Subito dopo Eni International viene la Eni Oil Holdings Bv Amsterdam, la cui struttura proprietaria rimbalza a Londra, nella Eni Ulx Ltd, che, a sua volta, ha un capitale di 200 milioni di sterline ed è controllata interamente da Eni Ult, sempre registrata a Londra.

I nomi che compaiono nei consigli di amministrazione di queste società sono quasi sempre gli stessi e sono quasi tutti italiani. Nomi di manager, responsabili di settori e dipartimenti. Come Luigino Lusuriello, presente in una trentina di CdA, noto alle cronache per essere stato arrestato nel 2004 dal pubblico ministero Woodcock, con l’accusa di aver pagato tangenti per conto dell’Eni ai Vigili del Fuoco di Potenza.

La porta per il paradiso

Se si può spiegare la presenza in Gran Bretagna con la maggiore vicinanza alla piazza finanziaria londinese, o comunque in un Paese che un po’ di petrolio ancora lo estrae, le oltre 40 società olandesi, tra cui Eni Angola Production Bv, Eni Algeria Exploration Bv o Eni Congo Holding Bv, a prima vista sono un mistero. Una chiacchierata con la fondazione olandese Somo (Stichting Onderzoek Multinationale Ondernemingen – Fondazione per la ricerca sulle imprese multinazionali), ci aiuta a fare un po’ di luce sulla questione.

«I Paesi Bassi hanno un sistema economico diversificato e un sistema di tassazione normale – spiega Ronald Gijsberten, direttore della Fondazione – ma per alcune attività aziendali sono riconosciute particolari eccezioni e molte imprese multinazionali le usano per abbattere in modo sostanziale il loro carico fiscale. Inoltre, l’Olanda è una delle porte privilegiate per paradisi fiscali in senso stretto, come le Antille Olandesi, il Lussemburgo o le isole Cayman».

Manco a dirlo, con un po’ di ricerca troviamo subito un’impresa di Eni nelle Antille, la Agip Nv, che non è indicata in bilancio. Fondata nel luglio del 2005, ha sede a Curaçao e ha un capitale di 1 euro. Una vera e propria scatola vuota, che ha come scopo “l’investimento in risorse e titoli, come azioni e altri certificati di partecipazione, l’emissione di obbligazioni e il prestito di denaro per il bene dell’impresa o di terzi”.

Così almeno recita lo Statuto depositato presso la Camera di Commercio dell’isola caraibica. Senza cercare dall’altra parte dell’oceano, sono almeno altre quattro le strade che, dalle società dell’Eni nei Paesi Bassi portano nel vicino Lussemburgo. Eni Oil Holding Bv di Amsterdam, per esempio, controlla al 100% Eni Algeria Ltd Sarl e Eni Pakistan (M) Ltd Sarl, registrate nel Granducato. Entrambe le imprese, come si legge nei rispettivi bilanci, sono solo “registrate” in Lussemburgo, mentre “la sede effettiva da cui viene condotto il business è Amsterdam”. Quindi, per esempio, gli oltre 28 milioni di dollari di profitti che Eni Pakistan ha prodotto nel 2007 derivano da attività gestite da Amsterdam, ma che pagano le (poche) tasse in Lussemburgo.

Can che abbaia non morde

Per chi avesse a noia la piattezza del Granducato, il bilancio di Eni riporta anche nomi di Paesi più esotici, come le Isole Vergini Britanniche, dove ha sede la Frigstad Discoverer Invest Ltd (consolidata al 43,3%), che fa perforazioni subacque al largo della Cina, le Bermuda, dove è registrata la Lasmo Sanga Sanga Ltd (100% Eni), per l’estrazione del petrolio in Indonesia, oppure le Bahamas, dove si trastullano gli impiegati della Eni International Bank Ltd.

Mentre non sono riportate in bilancio Saipem Sa Trinidad Tobago, Eni Oil Company Ltd Bahamas, Lasmo Resources Ltd Tortola, Lasmo Ltd Bermuda e Saipem Capital Limited Cipro – giusto per nominarne un paio. E se ancora non vi bastasse, provate a verificare dove hanno la sede le imprese che Eni mette in bilancio sotto “Usa”. Tutte tranne una sono registrate nel Delaware, il paradiso fiscale interno agli Stati Uniti. «Sui paradisi fiscali cambierà tutto», ha tuonato il ministro delle finanze Giulio Tremonti all’Ecofin nel novembre del 2008.

«Gli aiuti a chi opera nei paradisi fiscali sono immorali», ha rincarato la dose al G7 finanziario di febbraio. La proposta che gli facciamo è di iniziare a far pulizia a casa propria. ( Fine I Puntata – Continua)

Fonte: Rivista " Valori"

Autore: Claudia Apel
Commenti (3)
  • LUIGI  - QUALCUNO DOVREBBE INDAGARE

    qualcuno dovrebbe indagare su come una azienda di stato si permetta di fare quello che fa. Caro Berlusconi attento quello che non hanno potuto farti le veline potrebbe fartelo Scaroni.

  • Anonimo

    e dopo ci fanno gli studi di settore a noi poveracci che lavoriamo 12 ore al giorno. una sola parola: VERGOGNA!!!!!!!!

  • renzo

    la giornalista si e' dimenticata o non apeva che la rappresentanza legale di eni international bank ltd bahamas e' nel principato di montecarlo bld d'italie 74

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