Storia di uno di noi

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Pubblichiamo di seguito una lettera racconto che abbiamo ricevuto nei giorni scorsi da un nostro amico collega. E', ancora una volta, la triste storia che racconta la vita lavorativa di un Gestore Agip/Eni, abilmente costretto a diventare un associato a cui gettare sulle spalle tutta l'incompetenza e l'assurdità di questo sistema. 

Vittima due volte; del sistema e delle persone di cui si nutre, questuanti aziendali e cialtroni arrivisti della peggior specie. Senza morale ma pronti ad insegnarla. Senza competenza ma pronti a pretenderla. Celati da amici ma dei veri e propri Giuda del nostro tempo.

Al nostro collega hanno certamente tolto molto ma non gli hanno tolto la capacità di lottare. Il suo coraggio la sua voglia di trovare giustizia è l'esempio vivo a cui tutti dovremmo guardare.

ILL/ma Redazione Gestori Carburanti

Mirto Crosia (cs) li 13/02/2013

La storia del rapporto professionale tra la mia famiglia e l’Agip ha origini molto lontane ed è sempre stato caratterizzata da correttezza ed irreprensibilità  da entrambe le parti.

Tutto  ha inizio nel  lontano 1955 quando mio nonno prima e mio padre poi hanno dato inizio alla attività di collaborazione con i vertici di una azienda che allora si distingueva per autorevolezza,   affidabilità, impegno e professionalità, portando  avanti , con serietà ed abnegazione,  la gestione di un impianto di carburanti in un piccolo paese della provincia di Cosenza.

Questa attività ha portato nel tempo la mia famiglia ad assumere una posizione di rilievo nel tessuto produttivo del territorio e ad essere rispettata ed apprezzata  anche per aver dato lavoro a non poca gente.

Noi lavoravamo per l’azienda con impegno e fedeltà e l’azienda ci era riconoscente ed apprezzava tutti i nostri sforzi per portare avanti con successo il marchio rappresentato dal cane a sei zampe.

E così si è andati avanti per tanti lunghi anni durante i quali l’attività passava di padre in figlio, con le stesse condizioni e presupposti  di collaborazione e di intesa professionale.

Da non trascurare che mio padre si è gravemente ammalato sul posto di lavoro e che non ha mai voluto approfittare delle sue condizioni ricorrendo a riconoscimenti derivanti da causa di servizio.

A seguito della malattia di mio padre, le redini dell’attività sono state assunte  da mia madre che aveva la responsabilità di portare avanti una famiglia con cinque figli ed un padre invalido.

Già a partire da quegli anni, nonostante io avessi solo 16 anni, cominciai a seguire mia madre e ad entrare in quel meccanismo lavorativo che  si basava su un contratto di comodato d’uso che già ci vedeva come parte debole rispetto all’azienda che ovviamente pretendeva risultati e traguardi sempre migliori e che sono sempre arrivati grazie ai sacrifici di mia madre che, comunque, non aveva una formazione adeguata a quel tipo di lavoro. In ogni caso, con sacrificio e abnegazione, le cose sono andate bene, secondo i parametri di vendita imposti dall’azienda.

La crepa ha cominciato a dilagare e a creare attriti, dissensi e dissapori quando nel 2002  l’impianto, dopo anni di intensa produttività e forte di una fedelissima e vasta clientela,  è stato sottoposto a restauro e ad un riammodernamento che prevedeva anche l’apertura di un bar e di un punto ristoro, necessari e di sicura riuscita, considerata l’ubicazione della stazione di servizio posta in un punto nevralgico di passaggio e di traffico.

Dopo due anni di lavori che hanno comportato il fermo dell’attività con non poche conseguenze economiche per la  mia famiglia che, comunque, ha aspettato fiduciosa in una pronta  ripresa considerati i buoni auspici di funzionalità dell’impianto riammodernato e reso più efficiente, è arrivata una nuova e indecifrabile e alquanto equivoca  proposta di rinnovo del contratto sotto forma non più di comodato d’uso, ma di associazione in partecipazione.

Ricordo che non pochi esperti si sono preoccupati di raggiungerci in loco per darci spiegazioni sulla necessità di passare a tale tipo di contratto per noi oscuro per molti versi, ma alla fine necessario poiché ci venne detto che tutti gli impianti sarebbero entrati a far parte della rete, a maggior ragione il nuovo impianto di Mirto Crosia, moderno e produttivo e affidato ad una famiglia che storicamente aveva dimostrato la sua validità e fedeltà all’azienda. Questi personaggi decantavano la funzionalità del sistema, sottolineavano i sicuri guadagni per l’associato e precisavano che tutto era sottoposto a controlli continui, sia attraverso un meccanismo elettronico a distanza, sia con continue verifiche da parte dei cosiddetti procuratori.

A proposito di questi ultimi, non molto tempo dopo abbiamo capito che rappresentavano le losche pedine attraverso cui si compivano i piani organizzati dalla cabina di regia che operava attraverso ambigui personaggi che dalla sede di Roma macchinavano e realizzavano i loro infidi progetti.

In ogni caso, con molto scetticismo, ma sempre fiduciosi, abbiamo intrapreso questa nuova avventura ed i primi anni sono trascorsi con una situazione altalenante, con bilanci chiusi in pareggio ed altri con situazioni che ci vedevano debitori nei confronti della rete di cifre considerevoli, ma sempre puntualmente restituite.

La famiglia Campana, ancora una volta dimostrava all’azienda di lavorare con entusiasmo e professionalità, tanto che a me veniva offerta la possibilità di andare a gestire un altro impianto a Perugia, sempre appartenente alla rete. La caratteristica più saliente dei miei anni trascorsi a Perugia è stata quella di essere continuamente inviato dai dirigenti dell’azienda presso altri impianti per fare formazione a nuovi associati.

Ero completamente entrato in un sistema di gestione molto complesso e macchinoso, che l’azienda mi utilizzava per rendere più agevole l’inserimento di nuovi arrivati.

Con il trascorrere del tempo l’impianto affidatomi a Perugia cominciava ad evidenziare non poche falle strutturali che mi nuocevano notevolmente a livello di produttività. Nonostante continue e reiterate richieste di intervento, continuavo a non essere ascoltato, deliberatamente ignorato e, spesso maltrattato; era chiaro che stavo diventando un disturbo per personaggi che sempre di più evidenziavano un comportamento equivoco e truffaldino.

Dopo lamentele insistenti la soluzione propostami dai dirigenti di quella zona fu di cambiare impianto. Infatti mi veniva proposto di lasciare l’impianto di Perugia per andare a gestirne uno nuovissimo, ancora in costruzione a Santa Croce sull’Arno.

Accettai convinto dai dirigenti che si trattava di un notevole miglioramento e caricato dall’entusiasmo con cui ho sempre affrontato il mio lavoro, ho lasciato Perugia per recarmi nella nuova destinazione. Prima ancora che l’impianto fosse pronto e funzionante, da solo, mi sono fatto carico del trasporto e dell’organizzazione di ogni fase della nuova attività, anticipando tutti i costi che ciò ha comportato.

L’entusiasmo ha cominciato a scemare quando mi sono reso conto che ero caduto in una turpe  trappola, organizzata allo scopo di farmi lasciare il lavoro poiché ormai non facevo mistero con nessuno dei miei referenti della consapevolezza che avevo che quel sistema era stato creato solo per sfruttare la povera gente e che ai vertici c’era qualcuno che operava per il perseguimento dei propri interessi personali barando, derubando ed estorcendo consensi facendosi forte di rappresentare un’azienda dalla forza economica indiscutibile.

In sostanza, mi era stato affidato un impianto che, a differenza di quello di Perugia, ubicato nel centro della città e già forte di una consolidata clientela, si trovava in una landa sperduta diventata zona industriale, caratterizzata dalla presenza di numerosi impianti di rifornimento e da altrettante industrie, ciascuna fornita di proprie cisterne per il rifornimento dei propri mezzi.

L’impianto, sebbene nuovissimo, aveva numerose falle ed in quella situazione ho cominciato a sperimentare una triste situazione di solitudine. Tutte le mie comunicazioni rimanevano inascoltate, le mie mail di richieste di soccorso non venivano prese in considerazione ed il dirigente di quell’area si dimostrava insofferente, infastidito, intrattabile  e pronto  ad ostacolarmi in ogni modo, quasi come se avesse deciso per me una sorta di punizione. Forse perché avevo capito come realmente funzionavano le cose e chi erano i personaggi che da Roma decidevano il bello e il cattivo tempo?

Durante tutta questa fase mantenevo continui contatti con la mia famiglia che in Calabria si occupava della gestione dell’impianto di Crosia, attraverso una società di cui io ero l’amministratore unico e  dove tutto sembrava procedere come sempre.

L’attrito con i responsabili dell’azienda cominciava a diventare insostenibile perché intanto si pretendeva da me la chiusura di documenti contabili con grossolani errori di calcoli, relativi agli anni di gestione dell’impianto di Perugia, evidenziati dal mio commercialista e dal mio avvocato e che io mi rifiutavo di firmare, proprio perché erano la prova di quello che sostenevo e cioè che tutto era il risultato di un enorme raggiro.

Intanto i dirigenti ENI, dopo qualche visita in loco,  prendevano coscienza della inefficienza dell’impianto di Santa Croce sull’Arno che non mi consentiva di affrontare alcun tipo di spesa, tanto che in quei lunghi mesi di permanenza in quel posto sperduto, non ho provato la fame solo grazie al soccorso della mia famiglia dalla Calabria. Dopo 8 mesi trascorsi in quell’inferno fui trasferito a Reggio Emilia con l’impegno di chiudere la questione del bilancio dell’anno precedente apponendo su quei documenti la tanto sospirata firma. Solo dopo ho compreso che l’impianto di Reggio Emilia mi è stato promesso esclusivamente per estorcermi proprio quella firma che chiudeva una questione per loro troppo compromettente.

Da non trascurare che in tutto questo lasso di tempo ho avuto numerosi contatti ed incontri con i dirigenti di zona  dell’azienda e che mai si è fatto cenno a situazioni problematiche relative all’impianto in Calabria dove tutto sembrava procedere per il meglio.

Per intercessione di un funzionario dell’Agip a cui mi legavano radicati rapporti di amicizia e che se avesse messo a tacere l’associato ribelle avrebbe avuto una promozione che di fatto ha avuto, ho firmato  quei documenti e ho cominciato la mia attività lavorativa a Reggio Emilia nella convinzione che le cose sarebbero riprese per il giusto verso.

Dopo poco tempo arrivava una terribile doccia fredda.

Dall’attento amico funzionario che tanto aveva insistito affinchè chiudessi  la questione di Perugia firmando i documenti di cui sopra, venivo  informato di una grave situazione finanziaria relativa all’impianto della Calabria dove si registrava un ammanco di circa 300.000 mila euro, situazione paradossale della quale non ero mai stato informato  prima, pur essendo l’unico amministratore, ed inverosimile in quanto riferita agli anni 2008, 2009 , durante i quali non solo i conti economici erano stati chiusi senza problemi, ma si erano sempre e puntualmente effettuate le periodiche visite di controllo degli ispettori che dovevano verificare quello che già verificava un sistema di controllo elettronico di cui si avvale Agip Rete, cioè il Simp…..

Mi sono quindi precipitato a verificare personalmente quello che stava succedendo a Crosia, dove  nell’imminenza della scadenza del contratto si registrava una  situazione  gravissima.

L’Eni Rete chiedeva l’immediata restituzione di cifre impossibili di cui noi chiedevamo spiegazioni e contezza, considerato che le richieste dell’azienda facevano riferimento a conteggi  sempre diversi ,  mai chiari e unilaterali di cui non si dava nessuna spiegazione.  Venivo, inoltre a conoscenza che uno dei membri della società, a mia completa insaputa,  era stato invitato,  con fare vessatorio da parte dei dirigenti dell’area Sud  a Napoli, munito del timbro della società per firmare a mio nome un impossibile piano di rientro, con la minaccia che altrimenti non si sarebbe rinnovato il contratto e che a me avrebbero tolto anche l’impianto di Reggio Emilia, sarebbero state bloccate le forniture e l’invio degli utili che ci spettavano.

Da non trascurare che esiste una mail del procuratore di quel tempo che alla data del 31 Dicembre 2009 informava  di aver rivisto i conteggi e che la cifra da restituire non era più quella di circa 300.000 euro, ma di soli 2064 euro, poiché i versamenti mancanti erano stati rinvenuti  per errore sul conto bancario di un altro impianto gestito dallo stesso procuratore a Reggio Calabria

Pochi giorni dopo la cifra tornava ad essere quella da capogiro senza alcuna spiegazione e rendicontazione, mentre l’impianto comincia ad andare in sofferenza perché intanto l’Eni non ci forniva già da 4 mesi gli utili che ci spettavano per le vendite, attuando quella solita politica vessatoria che porta gli associati con l’acqua alla gola a piegarsi a qualsiasi richiesta gli venga prospettata. Il personale andava pagato, senza contare l’assoluta mancanza di guadagno per la mia famiglia. Quindi, consigliati dai nostri legali, si procedeva a trattenere dai versamenti dovuti ad Eni la cifra relativa ai nostri utili negati dall’azienda, pari a circa 21000 euro, dandone tempestiva comunicazione all’Eni. Seguiva l’immediata risposta dell’Eni che comunicava il blocco delle forniture per l’impianto, mettendoci definitivamente in ginocchio.

L’impianto ha continuato a lavorare finchè nei serbatoi è durata l’ultima goccia di carburante, quindi, si è proceduto alla chiusura, con il licenziamento di tre famiglie a cui si è dovuto provvedere a retribuire il TFR con fondi derivanti da prestiti personali che ciascun membro della mia famiglia ha dovuto effettuare, per non parlare del danno all’immagine subito da una famiglia che, in un territorio piccolo e pieno di difficoltà come è quello del mio paese, ha sempre lavorato con serietà e rispetto da parte di tutta la comunità.

Nel frattempo io ricevevo  la disdetta del contratto relativo all’impianto di Reggio Emilia, senza alcuna valida motivazione. Era chiaro a questo punto che la linea intrapresa era quella di opprimere, perseguitare e  martoriare con deliberata e riprovevole perfidia.

Distrutti economicamente e nello spirito, abbiamo cominciato a prendere coscienza di non essere le sole vittime di una situazione Kafkiana, ma che numerosi altri associati impegnati nella gestione di impianti della Rete diffusi in tutta Italia, stavano vivendo la stessa situazione e che in difesa dei diritti degli associati era sorto un sindacato collegato ad un avvocato che da tempo combatte contro i soprusi dell’Eni Rete.

Ovviamente abbiamo preso contatti con queste persone ed appreso che la Rete creata dall’Eni è nata studiata a tavolino per trarre maggiori profitti attraverso lo sfruttamento di povera gente che impegna tutte le sue risorse e tutta la forza lavoro per chi ha come unico disegno quello di portarli al fallimento, considerato che il contratto di associazione in partecipazione risulta essere illegale.

Abbiamo quindi intrapreso la strada legale seguita già da altri che hanno già ottenuto riconoscimenti giudiziari della propria posizione e che hanno messo in evidenza le prepotenze, le sopraffazioni e le ingiustizie dell’Eni  che ha ideato un’enorme rete di raggiri.

Il nostro impianto è chiuso da circa tre anni. L’Eni ci ha denunciato attraverso un procedimento di urgenza (art 700) dopo un anno e mezzo, che ancora alla data odierna non vede risoluzione.

Nello scorso  ottobre 2012 abbiamo ricevuto una comunicazione da uno studio legale di Crotone dalla quale abbiamo appreso che il giudice si sarebbe pronunciato in favore di Eni rete in data aprile 2012, riconoscendo tutte le loro ragioni e disponendo il sequestro dell’impianto,ma  il nostro legale non ha nessuna contezza di tale sentenza. Pochi giorni dopo abbiamo appreso che , nonostante l’ampia  scadenza dei termini per procedere al sequestro dell’impianto, l’Eni ha richiesto allo stesso Giudice una proroga dei termini, anche se ciò risulta essere illegale. La situazione è diventata, quindi, rocambolesca.

In data ottobre 2012 Ci siamo recati all’udienza fissata dal giudice per sentire le parti e, oltre alla chiara ed inequivocabile sfrontatezza e baldanza di chi sa di appartenere ad un’azienda così potente da poterla fare in barba anche al giudice, abbiamo appreso l’ennesima necessità dello stesso  di prendere tempo e nessuna spiegazione circa la mancata notifica ai legali della sentenza di aprile 2012

A fine Novembre avremmo dovuto sapere qualcosa, ma ad oggi tutto tace.

Io oggi sono un uomo di 50 anni a cui è stato tolto tutto e che grida giustizia senza essere ascoltato da nessuno. Non ho più un lavoro e, in un periodo di grave congiuntura economica, non ho alcuna speranza di trovarne.

Non mi sono mai macchiato di alcuna scorrettezza nei confronti di un’azienda che, inspiegabilmente mi ha voltato le spalle, senza nessun riconoscimento per anni di duro lavoro al servizio di qualcosa in cui credevo molto. Mi ritrovo, inspiegabilmente, coperto di denunce e debiti che non potrò mai pagare perché mi è stata tolta la possibilità di guadagnare  e, soprattutto, mi ritrovo a chiedermi in cosa dobbiamo ancora credere noi cittadini truffati da un sistema marcio e corrotto e da un colosso economico rispetto al quale non rappresentiamo niente.

Mi rendo soltanto conto di non avere altro da perdere e di essere disponibile a dare il mio contributo affinchè venga definitivamente smascherato un sistema di truffa legalizzata che, considerate le ultime vicende, gode di  pieno sostegno altolocato. Tutto quello che ho scritto è suffragato da prove documentarie che testimoniano la mia assoluta fedeltà all’azienda e la sua volontaria e gratuita truffa nei miei confronti.

Spero ancora che quelli che sono i veri vertici dell’azienda non siano al corrente di quanto operato dai loro rappresentanti di zona e che qualcuno apra definitivamente gli occhi su un sistema di raggiri, insidie ed estorsioni messo in atto da chi continua a ricoprire incarichi di responsabilità.

Mi auguro di trovare finalmente qualcuno disposto ad ascoltarmi e a vederci chiaro e che si faccia arbitro imparziale ed equo tra i diritti di un comune cittadino e le angherie messe in atto da un colosso economico che non ha bisogno di chiedere aiuto a nessuno. Mi auguro di trovare qualcuno disposto ad indagare ea capire cosa c’è veramente dietro tutto ciò, chi sono quei loschi figuri che si arricchiscono alle spalle degli associati e da  chi sono manovrati, per far si che finalmente abbia fine la baldanza con cui spesso mi sono sentito dire “ …. Parla pure, tanto noi siamo l’Eni e a te non darà ascolto nessuno…”

Campana Pietro Domenico


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