Logistica a parte, chi presidia il 'petrolio Italia'?

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aleesandro ProiettiStaffetta Quotidiana - In attesa del naturale realizzarsi della transizione energetica
Alessandro Proietti
Considerazioni aggiuntive del presidente di Assoindipendenti, Alessandro Proietti, alle riflessioni avanzate una settimana fa sulle pagine della Staffetta ( leggi qui ). Con i media come ultima speranza.

Condividendone il contenuto, l' editoriale di una settimana fa della Staffetta “Frodi, chi presidia la logistica”, merita alcune considerazioni aggiuntive. Sia detto per inciso, e comunque in una logica diversa dal rischio dell'illegalità, la previsione di una logistica che sarebbe diventata un elemento determinante nella evoluzione del mercato, l'avevo già sostenuto nel 2008 con un implicito invito rivolto alla imprenditoria privata, rete ed extra rete, a bilanciare la naturale tendenza verso volumi sempre maggiori con iniziative nell'area della logistica, se non altro per conoscerne a fondo i meccanismi a vantaggio di quasi certe future esigenze e/o opportunità. Tra l'altro oggi avrei aggiunto che presidiare la logistica non vuol dire soltanto guardare a depositi costieri o interni e a pipeline, ma anche ai trasporti via terra, come ci suggerisce l'esperienza corrente di una consistente attività svolta da aziende di oltre confine.

Se l'invito di allora è stato finora ignorato non deve stupire perché la cultura dominante della imprenditoria privata e pubblica porta a privilegiare gli elementi “software” del business, quelli meno “manpower intensive”, a più alto valore aggiunto, relegando in seconda linea gli elementi “hardware” fatti di investimenti in strutture ed in know-how. Magari tra qualche decennio qualcuno rilancerà la filosofia del business veramente integrato con un più equilibrato rapporto tra “hardware” e “software”, ma per il momento è così.

Se la domanda “Chi presidia la logistica” è centrata sulle esperienze più recenti, mi chiedo se non sarebbe il caso di estendere il concetto di presidio cambiandola in “Chi presidia il Petrolio Italia ?”, sempre che si voglia continuare a pensare che un “petrolio Italia” ancora esista. C'è infatti da chiedersi se l'idea del presidio, che vuol significare proteggere qualcosa che possa avere un valore per il futuro, sia appropriata in una situazione dove già oggi non sembra interessare a nessuno, dove le major sono in fuga, dove gli operatori “sistemici” aprono le porte a new-comers di improvvisate quanto incerte origini, dove tutti sembrano arrendersi alla ineluttabilità di un futuro che li vede perdenti, dove sembra prevalere il “si salvi chi può”, rigorosamente ognuno per proprio conto. E' triste, può non piacere, ma la domanda è appropriata.

Senza troppi giri di parole, l'editoriale denuncia l'assenza di Eni, nel suo ruolo di market leader, nel presidio della logistica. Sono d'accordo, ma attenzione al rischio di colpevolizzare Eni oltre misura, fornendo così un alibi per tutti gli altri, cioè a tutti gli addetti ai lavori che spesso anche nel ruolo di semplici spettatori hanno reso possibile lo sviluppo del fenomeno della illegalità nella dimensione che conosciamo. Se è vero che il presidente dell'UP, Claudio Spinaci, ha sempre preso una posizione molto forte contro l'illegalità, non sono convinto che le società petrolifere, ma anche in singoli retisti, extra-retisti, gestori, le Istituzioni, il Mise, il Mef, l'Antitrust, il/i Governo/i, più in generale la politica, abbiano fatto tutto quello che forse sarebbe stato possibile, soprattutto riguardo al fattore tempo.

Si è detto “abbiamo lavorato su leggi e nuove regole”: è noto, è apprezzato, ma visti i risultati ed il tempo impiegato è difficile che ci si possa sentire soddisfatti. Nell'editoriale si sostiene che si tratta spesso degli stessi soggetti che ritroviamo nelle cronache della illegalità, ma questo apparentemente vale anche per quella parte del campo che la combatte: sempre gli stessi che vincono, sempre gli stessi che perdono. Che sia per caso arrivato il momento di cambiare la strategia? Perché non si è voluto neppure tentare, magari anche solo su base temporanea, la strada del “reverse charge” che pure aveva una storia di qualche successo in altri mercati?

A proposito di assenze, di aree non presidiate, vogliamo parlare dei media? Quotidiani nazionali, radio, televisione davvero ritengono che non sia un loro dovere informare i cittadini di questo Paese del furto di due-tre-quattro-forse-di-più miliardi di euro l'anno ai danni dell' Erario quando lo Stato non sa dove andare a trovare le coperture finanziarie per i tanti progetti cari ai nostri politici? Informare la gente comune di quello che sta accadendo in questo mercato, perché forse questo costringerebbe le Istituzioni a dare al problema dell'illegalità la dovuta priorità, oltre ad essere un dovere civile non potrebbe diventare lo scoop del secolo? Oppure, come mi fu fatto notare tempo addietro, meglio lasciar perdere perché si tratta di un argomento scivoloso che potrebbe essere percepito contro l'interesse del consumatore che deve pagare un prezzo più alto perché diversamente fa un danno al Paese, a se stesso, e perchè contribuisce a finanziare la malavita organizzata e non?

Finora dell'illegalità nella distribuzione carburanti i media nazionali hanno detto e scritto solo su base occasionale, in genere solo cronaca che è rimasta tale e mai spunto per inchieste più approfondite. D'altra parte sembra proprio che l'argomento illegalità in generale non interessi. Lo dimostrerebbe la molto relativa attenzione, per frequenza ed approfondimento, che viene dedicata al problema della evasione fiscale “totale Italia”, oltre i 100 miliardi di euro l'anno (ca. 1.700 € /cittadino-anno), dei quali poco meno di 40 miliardi si riferiscono alla evasione dell'Iva che con il 25% della totale evasione nella Eu mette l'Italia in testa alla poco onorevole classifica.

Si potrà obiettare che la comunicazione è un business come un altro, che opera in un certo mercato che non può sottrarsi alla legge della domanda e dell'offerta. Purtroppo i vari palinsesti dei vari programmi in televisione, il mezzo di comunicazione per eccellenza, ci porterebbero a concludere che la domanda è fatta di cronaca strillata e poi dimenticata, di Xfactor, Master Chef, Ballando con le Stelle,Talk Show, del Grande Fratello Vip, dei Criminal Minds, Gomorra, ecc. anche se proprio in Gomorra 2 si è parlato dell'illegalità nel mercato carburanti e neppure in forma subliminale.

Se oggi i media si interessano di “oil” è a senso unico a tutto favore di una transizione energetica che ne vorrebbe una fine anticipata ignorando i vantaggi di una alternativa riconducibile al principio della neutralità tecnologica. La fine dell'era dell'energia da fonti fossili è all'orizzonte, ma accelerarla nei modi che in Europa ed in Italia si vorrebbe è quasi certamente un errore quando le alternative sono ancora molto incerte aldilà della facile cultura riconducibile ai social media. Questo è un argomento che merita di essere trattato a parte e che cito solo a dimostrazione della necessità di un presidio a tutto campo che va oltre quello della logistica.

Se siamo convinti che la “vita” residua del “petrolio Italia” sia da proteggere nell'interesse del Paese prima ancora di quello degli operatori del settore non c'è dubbio che un presidio sia necessario e dal momento che le “sentinelle” storiche del mercato non ci sono più o non sono in grado di opporsi alle forze che lo insidiano, proprio perché è in gioco l'interesse del Paese, la responsabilità di organizzare questo presidio è solo della coppia Politica e Governo/i. Il dubbio che vogliano, possano e sappiano svolgere questo ruolo è forte. Perché non hanno le competenze, le risorse, né sembrano cercarle, ma forse il problema è nella cultura della politica che è quella di conquistare il potere, di difenderlo, curandosi meno della sua buona gestione che sembra essere nella virtù di pochi. E allora? Non c'è speranza?

La speranza si chiama “Informazione e Comunicazione”, quindi il mondo dei Media. La politica e quindi i Governi hanno il loro “tallone di Achille” nella sensibilità ai mutevoli umori della gente, degli elettori: l'esperienza di questi ultimi anni lo dimostra ampiamente. I politici e i Governi sono consapevoli che non possono permettersi il lusso di andare contro i sentimenti semplici della gente ed io non voglio credere che possa esserci anche un solo Italiano “informato” disponibile a farla passare liscia a chi non è impegnato a combattere una evasione fiscale totale oltre 100 miliardi/anno.

Se il mondo dei media decidesse di farsi carico di informare la gente, gli elettori, sul problema della apparente incapacità delle Istituzioni nel contrastare l'illegalità oltre a fare una opera meritoria nei confronti del Paese, realizzerebbe anche un test rivolto a conoscere la posizione dei cittadini di fronte al problema della illegalità, una specie di referendum perché tra legalità e illegalità non ci possono essere posizioni intermedie, allontanando il dubbio che ci possa essere qualche interpretazione troppo personale in merito ai loro rispettivi confini.

I Media come ultima speranza? Per l'esperienza che stiamo facendo da qualche tempo a questa parte. ritengo di sì. Non impediranno alle major di abbandonare il campo o di rinunciare alla leadership, ma forse faranno capire alle Istituzioni che occorre presidiare questo settore industriale e commerciale in modo che sia assicurato il suo apporto agli interessi del Paese in questa fase di transizione energetica fino al suo naturale realizzarsi. La lotta all'illegalità richiede oggi un presidio speciale, ma a sua volta può diventare uno strumento per un presidio di salvaguardia per tutto il sistema del “petrolio Italia”. E' infatti più agevole catturare l'attenzione delle persone se si parla di soldi, di sprechi enormi consumati magari anche solo dalla disattenzione, che tentare di convincerle che la salvezza del pianeta non passa solo attraverso la scomparsa delle auto diesel.

Coinvolgere i Media nei problemi del settore non sarà comunque facile perché c'è molto lavoro da fare e lavoro vuol dire tempo (che deve essere breve), risorse, costi da sostenere. Ho un solo timore, quello di un “petrolio Italia”, che ha perso fiducia in se stesso, che non ha più voglia di lottare. Se fosse così, parlare di presidio della logistica come di ogni altra attività, sarebbe solo inutile.

Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana 


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