Il downstream ha bisogno di interventi rapidi e concreti

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Alessandro Gilotti, neo presidente dell’Unione Petrolifera, analizza il turbolento scenario petrolifero nazionale, dalla raffinazione alla rete, e indica i provvedimenti più urgenti per evitare un ulteriore indebolimento di un settore strategico. La ristrutturazione della rete deve trasformare il punto vendita in un negozio dove comperare non solo benzina, ma “un litro di latte alle 11 di sera e giornali e sigarette con cornetto e cappuccino alle sei del mattino".

Lei succede al presidente De Vita che ha tenuto il timone dell’associazione per sedici anni con  grande abilità, preferendo il lavoro lungo, diplomatico ai colpi di scena o agli scontri, cosa muterà per il salto generazionale e la diversa formazione che lei riassume?

Ognuno ha il proprio approccio e il proprio carattere, ma l’impegno sarà lo stesso del mio predecessore, ossia quello di difendere e sostenere le ragioni di un’industria essenziale e strategica per il paese, che troppo spesso è vista con sospetto e pregiudizio che penso non siano giustificati. Sono convinto che il nostro settore, che già oggi impiega, tra diretto e indotto, circa 170.000 lavoratori, possa dare un contributo decisivo nel rilanciare investimenti e occupazione. Il petrolio per molti anni resterà ancora una fonte di energia insostituibile nei trasporti e pertanto andrebbe considerato con più attenzione, tenendo ben presente che si tratta di un’industria tecnologicamente all’avanguardia, molto distante dall’idea errata che in molti si sono fatti. 

La sua nomina a presidente dell’Unione Petrolifera cade in periodo in cui il settore è afflitto da varie turbolenze: calo dei consumi, crisi della raffinazione, riforma della logistica, necessità di ristrutturare la rete, la scelta di alcune compagnie di abbandonare il downstream…da dove bisogna iniziare?

L’elenco sarebbe anche più lungo e ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. È indubbio che il downstream petrolifero attraversa un momento di profonda trasformazione con consumi che sono tornati ai livelli di 20 anni fa. La domanda persa in questi anni non credo si recupererà tanto presto. Anche gli ultimi dati relativi ai consumi petroliferi di giugno evidenziano un ulteriore arretramento superiore all’8%. Negli ultimi dodici mesi abbiamo perso altri 2,5 milioni di tonnellate. Ciò pone un serio problema a livello raffinazione, perché non è più possibile mantenere gli attuali assetti industriali e continuare a fare investimenti che potrebbero non vedere mai un ritorno. Servono interventi rapidi e concreti, considerato che non è un problema solo italiano ma europeo. Al momento, però, non si è andati oltre impegni generici. Intanto il tempo passa e la concorrenza dei raffinatori extra-Ue si fa sempre più agguerrita, grazie a una serie di vantaggi competitivi dovuti essenzialmente a un’asimmetria dal lato delle regole, soprattutto in campo ambientale. Si corre seriamente il rischio di una progressiva deindustrializzazione del nostro paese in settori strategici, qual è quello della lavorazione e trasformazione del petrolio, per affidarci totalmente alle forniture straniere anche per quanto riguarda i prodotti finiti con rischi notevoli per la sicurezza degli approvvigionamenti.  

Quanto alla logistica, l’attuale assetto presenta caratteristiche di complessità e di specificità non comparabile con altri sistemi a “rete” quali possono essere l’energia elettrica e il gas e in altri settori l’acqua, le telecomunicazioni, i trasporti su rotaia. Siamo ben disposti verso  un’ evoluzione normativa che però non introduca nuovi oneri e tenga conto della specificità del nostro settore. Per portare un esempio, in Italia c’è flusso di cabotaggio (il 30-40%) praticamente assente nel resto d’Europa.

Sulla rete di distribuzione, invece, si era partiti bene qualche anno fa, ma poi le cose sono cambiate, soprattutto perché i privati hanno chiuso meno impianti. Le procedure per aprire un punto vendita sono diventate giustamente estremamente semplici e ciò ha favorito in particolare le cosiddette pompe bianche che sono molto cresciute negli ultimi anni utilizzando un modello di impianto essenziale e ad alto erogato. Un modello che non può certo essere la soluzione per il servizio distributivo a livello nazionale, ma che ha fornito un utile stimolo al mercato. La razionalizzazione della rete ordinaria necessaria per competere adeguatamente invece è stata molto lenta, anche per le molte resistenze a livello locale, con continue deroghe alla chiusura degli impianti ritenuti incompatibili e il risultato è stato un aumento del loro numero e un conseguente calo dell’erogato medio. Il punto è che dovremmo rendere cogenti le norme per attuare una seria razionalizzazione del nostro sistema distributivo che permetta un taglio di 5.000-7.000 impianti nell’arco di due-tre anni, naturalmente con gli opportuni ammortizzatori sociali, peraltro già esistenti, come il Fondo indennizzi finanziato direttamente dal settore, che va opportunamente potenziato.

Le chiusure sono l’unico modo di riformare il downstream?

È una parte della soluzione, dal momento che i consumi diminuiscono e non accennano a riprendere e quindi si tratta di trasformare il settore in linea con le nuove esigenze. Non possiamo più permetterci di mantenere una struttura industriale e distributiva sovradimensionata, con costi di gestione che sono più alti rispetto a quelli dei nostri principali Stati europei. Dobbiamo fare i conti con un quadro normativo complicato e frammentario, che ogni giorno introduce nuovi oneri e che rende difficile fare impresa in Italia. È questo il motivo che spinge molti operatori a cedere le loro attività o a trasferirla altrove e ciò accade non solo nel nostro settore. È un problema di strategia industriale, difficile da definire anche per l’assenza di una politica che sappia fare scelte coraggiose, anche se impopolari.

Perché  tutti i soggetti interessati alla ristrutturazione dovrebbero essere d’accordo a chiudere 5000-7000 impianti?

È una questione di sopravvivenza. Così come è oggi la situazione non è più sostenibile. È meglio governare il fenomeno o lasciare che il sistema trovi da solo un nuovo equilibrio? Ovviamente siamo preoccupati del futuro delle migliaia di persone che ci lavorano e pertanto pensiamo che sia meglio governarlo. A livello europeo siamo il paese dove è più facile fare rifornimento. Abbiamo un punto vendita ogni 8 km rispetto ai 15-20 di Germania e Regno Unito e agli oltre 30 della Francia che annullano qualsiasi risparmio. Paesi in cui la razionalizzazione è stata un processo molto rapido e non certo indolore, con risultati discutibili anche e soprattutto per il consumatore finale, cosa che ho potuto constatare direttamente avendo lavorato molti anni all’estero.

Aumentare le distanze tra i punti di rifornimento costa tempo e km di percorrenza, perché i consumatori dovrebbero condividere una riduzione del numero degli impianti? In alcune aree non ci sono rischi di desertificazione?

La nostra idea, come ho detto, è quella di rendere più efficiente e sostenibile la nostra rete con una riduzione del numero dei punti vendita. Tenendo ben presenti le peculiarità del nostro paese sia da un punto di vista orografico che delle preferenze dei consumatori, che eviti il rischio di desertificazione, si potrebbero ridurre i costi e di conseguenza ciò che resta dello stacco verso l’Europa.

Non sarebbe meglio decidere di chiudere subito gli impianti incompatibili?

Quando parlo di norme cogenti intendo dire misure che impediscano, come in passato, di derogare alla legislazione nazionale per interessi di carattere locale. A tale proposito, voglio ricordare che nel 2001 venne varato un decreto, dall’allora Ministro dell’Industria, Antonio Marzano, che fissava tutta una serie di criteri in materia di incompatibilità cui le Regioni avrebbero dovuto dare applicazione, ai quali in realtà non è mai stato dato seguito. Sono passati 12 anni e il problema è ancora lo stesso. Se veramente si vuole ridare dignità al settore occorre mettere da parte il proprio interesse personale e pensare un po’ più a quello generale. Come settore abbiamo lanciato, in tempi non sospetti, una nostra proposta che tra l’altro è in linea con quanto indicato dall’Antitrust. Siamo pronti a fare la nostra parte per rendere più efficiente il sistema.

Altre attività commerciali chiudono per colpa della crisi, ma non ci sono interventi di sostegno, perché  chiedete l’intervento per le stazioni di servizio?

Non chiediamo nessun sostegno dal momento che il Fondo indennizzi è finanziato dagli operatori stessi. Lo Stato non ci deve mettere un euro. Ciò che chiediamo al Governo è solo un quadro normativo chiaro che faciliti le dismissioni e il recupero dei siti anche per altri fini commerciali o sociali. Non è possibile che in Italia per ottenere un permesso servano diversi anni, se bastano, mentre nel resto d’Europa non si va oltre un anno. Ripeto, non chiediamo aiuti di Stato, ma uno Stato che ci aiuti con norme chiare e semplici.

Nella sua relazione all’assemblea dell’UP, lei ha parlato di “resistenze alla piena automazione e allo sviluppo del non oil”. Di sviluppo del non oil si parla da sempre, ma credo che nessuno  dei soggetti interessati si sia mai impegnato seriamente. Lei crede allo sviluppo delle attività non oil? Non pensa che una maggiore introduzione del post pay potrebbe contribuire a incentivarle?

Le aziende hanno cercato, per quanto possibile, di sviluppare le cosiddette attività collaterali ma anche in questo caso ci sono state molte resistenze a livello locale, basti pensare ai tabacchi o ai generi di monopolio che rimangono contingentati. Credo che dovremmo uscire da questo modo di ragionare e cominciare a pensare che il punto vendita è un negozio dove non si vende più solo benzina (servita o self service) con orari e turni ormai anacronistici per le nuove abitudini dei consumatori. Dobbiamo diventare più europei anche in questo. Il punto vendita deve diventare un luogo dove comprare anche un litro di latte alle undici di sera o magari il giornale e le sigarette alle sei di mattina insieme a cornetto e cappuccino. Solo così si potranno, non solo salvare, ma creare nuovi posti di lavoro.

L’intervista è stata rilasciata il 20 luglio 2013

Per gentile concessione dell'area stampa di Oil&nonOil


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