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Cesare Cursi: caro - benzina, i rimedi per il caso Italia

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Il prezzo del carburante alla pompa sembra ai più non coincidere con le variazioni dei prezzi sui mercati internazionali del greggio. Timore fondato, forse più psicologico che reale, che però non sembra essere tipico solo del mercato italiano. A livello europeo la situazione non cambia, anche se il prezzo medio dei carburanti praticato in Italia accusa una stacco storico che deve essere recuperato. Ne parla il sen. Cesare Cursi, presidente della Commissione permanente Industria, Commercio e Turismo di Palazzo Madama.
Domanda. La Commissione da Lei presieduta ha da tempo avviato un'indagine conoscitiva sulla dinamica dei prezzi dei carburanti. A che punto è?
Risposta. Siamo alla fase finale, in sede di relazione conclusiva. Abbiamo innanzitutto cercato di capire fino in fondo i delicati meccanismi del rapporto fra il prezzo del greggio al barile e quello finale al cliente. Nelle numerose audizioni svoltesi sono state raccolte utili informazioni e spunti di riflessione che ci hanno permesso di avere una visione oggettiva del sistema, che ora è necessario tradurre in alcune mirate ma significative proposte di intervento. Ci è sembrato, inoltre, estremamente importante un continuo confronto con il Ministero dello Sviluppo economico, al fine di delineare di comune accordo le misure più efficaci per la tutela dei consumatori.
D. Contenuti in linea con quelli degli altri Paesi europei?
R. Filiera comune, ma con risultati diversi. I dati acquisiti negli ultimi mesi dimostrano che, per quanto riguarda il prezzo comparato dei carburanti per autotrazione l'Italia da tempo si colloca in fondo alla graduatoria dei Paesi dell'Unione europea: di più, il cosiddetto «stacco», pari a circa 3,5 centesimi al litro, ossia il divario esistente tra il prezzo medio dei carburanti in Italia e quello degli altri Paesi europei, continua a mantenere un valore negativo e in costante crescita.
D. Come si spiega?
R. I petrolieri spiegano tale situazione adducendo molteplici motivazioni, peraltro condivisibili. In primo luogo circa 1,1 centesimo di euro è da imputare alle maggiori inefficienze del sistema di distribuzione dei carburanti, cioè alla scarsa diffusione di impianti self-service che in Italia non supera il 30 per cento, mentre nella quasi totalità dell'Europa si avvicina al 90 per cento. A questo si aggiunga un centesimo dovuto alle differenze strutturali tra il nostro Paese e l'Europa riferite alla maggiore numerosità e capillarità della rete dei punti vendita, 25 mila contro circa 13 mila in Francia e 15 mila in Germania; ciò limita fortemente l'erogato medio annuo di ogni punto vendita. Altri 0,8 centesimi di euro sono da imputare all'assenza della componente «non oil», presente in Italia in circa il 12 per cento della rete di vendita rispetto al 97 per cento della Germania, e alla rigidità di orari e turni di apertura pari mediamente a 10 ore in Italia rispetto alle 14 della Francia. Da ultimo, ulteriori 0,6 centesimi al litro sarebbero ° da addebitare alla scarsa diffusione della vendita del carburante attraverso gli ipermercati; in Francia questo supera il 60 per cento del venduto.
D. Non è questa è la tesi dei produttori che non sono disinteressati?
R. Il punto di vista delle Associazioni dei consumatori, molto attente al  caro-prezzi,  è  pressoché uguale  sull'esiguità degli impianti esistenti presso i centri commerciali, ma attribuisce grande rilievo alla scarsa concorrenza tra le le compagnie petrolifere e le «pompe bianche», non a marchio delle compagnie maggiori, oltre ad un inadeguato sistema di pubblicizzazione dei prezzi. L'elevato numero di impianti evidenzia come negli Stati europei il risparmio, in termini di minor costo del carburante al dettaglio, è controbilanciato da un maggior esborso complessivo per il cliente a causa dei chilometri da percorrere in più per raggiungere distributori più lontani. Le aree interne e rurali subiscono prezzi molto più alti delle zone commerciali.
D. Rialzi e ribassi del petrolio sui mercati internazionali si riflettono con gli stessi tempi sul prezzo al minuto?
R. Un'analisi del Ministero dello Sviluppo economico sull'andamento del prezzo del petrolio Brent a barile, sia benzina che gasolio, e del prezzo alla pompa, mostra una sostanziale uniformità di movimenti al rialzo e al ribasso tra i due fenomeni che non fa presagire per l'Italia oscure manovre speculative. Lo stesso emerge dall'indagine dell'Autorità garante. Dai dati forniti si nota che il «prezzo Italia» si adegua, quasi alla stessa velocità sia in crescita che in diminuzione, alla dinamica delle quotazioni Platt's, che è l'indice corretto da usare in quanto rappresenta l'effettivo costo della materia prima, dipendente dall'andamento dei prodotti raffinati e non, come si crede, dalla quotazione del greggio. Il «quasi» si riferisce al fatto che in ribasso la curva dei prezzi al dettaglio non è proprio perfettamente «sincronizzata» alla curva relativa alla quotazione Platt's, a dimostrazione che il prezzo al dettaglio scende più lentamente di quello all'ingrosso, anche se l'entità delloscostamento non è da porsi, di norma, nei termini allarmistici percepiti dai consumatori. Altri recenti studi altrettanto autorevoli come quelli della Banca d'Italia, negano l'esistenza di asimmetrie tra variazioni delle quotazioni del greggio e dei prezzi dei carburanti.
D. Non è troppo alta la componente fiscale nel nostro Paese?
R. Sembra strano ma anche in questo l'Italia non è il fanalino di coda a livello comunitario. Analizzando il peso dell'incidenza fiscale, spesso intesa come principale causa della crescita dei prezzi, si evidenzia come sul prezzo totale della benzina è mediamente in linea con il valore europeo ponendo l'Italia addirittura tra i Paesi più virtuosi in Europa. Considerato il particolare momento di crisi dell'economia, il Governo sembra escludere potenziali margini di intervento per sterilizzare, per esempio, l'Iva sugli aumenti, il che renderebbe più competitivo il prezzo alla pompa. Ciononostante si può affermare che fiscalmente non siamo penalizzati rispetto al resto d'Europa.
D. I profitti delle compagnie petrolifere sono in continua crescita. Ciò non indica un proporzionale svantaggio per i consumatori?
R. Non c'è dubbio che il nostro mercato sia caratterizzato da uno scarso numero di contendenti che non giova alla concorrenza. Tuttavia dalla documentazione acquisita si è constatato che negli ultimi anni il margine lordo delle compagnie, calcolato sulla base del prezzo industriale e al netto quindi delle imposte, ha continuato a crescere ma che non si traduce affatto in un'equivalente crescita dei profitti delle compagnie, poiché va depurato da una serie di costi rigidi, prima che si arrivi alla determinazione del margine netto d'impresa. I principali, che variano da azienda ad azienda, sono: remunerazione del gestore, circa 4,5 centesimi al litro; costi della distribuzione primaria e secondaria; commercializzazione; gli ammortamenti e oneri finanziari.
D. Da tempo si parla di riforma radicale del settore. Avverrà dopo la nomina del nuovo ministro per lo Sviluppo economico?
R. Non c'è dubbio. Per rendere più efficiente il mercato e per ridurre il divario tra «prezzo Italia» e «prezzo Europa» è necessario procedere fin da subito a riforme strutturali del settore. Una delle prime misure da adottare, se si considera, come detto, che in Italia vi sono 24 mila distributori rispetto ai 16 mila della Germania e ai 14 mila della Francia, dovrebbe essere la riduzione del numero delle stazioni di servizio, favorendone la chiusura o l'accorpamento con una politica di incentivi economici e di ammortizzatori sociali. Inoltre sarebbe opportuno estendere il più possibile i self-services e facilitare l'apertura di distributori senza gestori, come in altri Paesi. Si potrebbero liberalizzare gli orari di apertura dei distributori e agevolare l'esercizio di attività non olì, come la vendita di alimenti e bevande, tabacchi, giornali e altro. Per rimuovere gli ostacoli esistenti per ottenere le autorizzazioni, è auspicabile che gli enti locali, competenti in materia, applichino in Italia la «direttiva Bolkestein» sui servizi, di recente esaminata anche dalla Commissione Industria.
D. Ritiene che questi elementi possano invertire il trend al rialzo dei prezzi?
R. Non da soli, ma insieme ad altri accorgimenti. Incentiverei l'uso della carta di credito eliminando le onerose commissioni fisse e la scarsa trasparenza sui prezzi al pubblico. Per rimuovere la confusione sull'esposizione del prezzo ritengo necessario fissarlo settimanalmente e non giornalmente, ed esporre solo quello praticato dal gestore eliminando gli sconti spesso ingannevoli e l'indicazione dei millesimi. Sarebbe auspicabile approfondire le ipotesi di sterilizzare l'Iva e di escludere speculazioni finanziarie sui titoli petroliferi, tipo futures, che per poter essere negoziati facilmente in Borsa presentano una fortissima alcatorietà.
D. Tende ad escludere un fenomeno speculativo dietro alla forte oscillazione dei prezzi del petrolio?
R. È la conclusione cui sono arrivato dopo mesi di studio del fenomeno. Mi piacerebbe che venisse confermata nella relazione finale dell'indagine conoscitiva che proporrò a giorni alla Commissione Industria. Non c'è dubbio che esiste un'anomalia italiana di un mercato in cui, a parità di altre condizioni con quello europeo, sono presenti vari fattori di inefficienza, anche gravi, che vengono scaricati nelle tasche dei consumatori. Tendo, però, ad escludere l'esistenza di specifiche azioni speculative create per consentire ingiustificate azioni di arricchimento da parte degli attori in gioco. Il mio impegno sarà quello di contribuire a rammodernare quanto prima un sistema che sconta gli errori del passato e che necessita di un cambiamento.

Fonte: Specchio Economico

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