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Se crisi c'è

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di GCA Staffetta Quotidiana - Il governo e chi per lui (Berlusconi, Tremonti, Sacconi e Saglia) farebbero bene a non prendere sotto gamba e sottovalutare la nota congiunta diffusa lunedì mattina da Faib, Fegica e Figisc (v. Staffetta 12/07). Se è vero che i gestori carburanti sono l'anello debole della catena petrolifera, il loro appello o monito che dir si voglia non potrebbe riflettere un disagio più profondo e una sofferenza che investe di fatto l'intero “petrolio Italia”? Dopo tutto si tratta di oltre 20.000 piccole imprese, nella maggior parte a carattere famigliare, che lavorano a stretto contatto con il territorio, un'antenna molto sensibile nel cogliere gli umori della gente e i cambiamenti dei costumi. Certo una corporazione, preoccupata di difendere in prima istanza i propri interessi, ma una categoria che in lunghi anni di battaglie, vertenze e confronti con il governo e gli altri attori del settore ha sviluppato una forte capacità di analisi e di giudizio su cosa sta accadendo e maturando nel mercato petrolifero e non solo in quello dei carburanti. E che dalla lettura dei messaggi contradditori che arrivano in varie forme dai naviganti colgono l'incapacità, l'impotenza e l'ignavia del governo e di chi per lui a realizzare la necessità di una sterzata forte per rimettere in corsa questo settore tuttora fortemente strategico per l'economia italiana.

Un'operazione che non può essere limitata, rilevano, ai punti e agli aspetti elencati nel protocollo di lavoro del 21 aprile, ma dovrebbe investire in primo luogo il tema della crisi della raffinazione, causata dalla nuova mappa dei consumi spostata sempre più verso oriente che mette a rischio di sopravvivenza diversi impianti anche in Italia; del riassetto dell'industria petrolifera, dove c'è in primo luogo da capire il destino dell'Eni (tuttora market e price leader) e, a seguire, il grado di tenuta e di impegno delle altre compagnie e il ruolo dei nuovi entranti (a fianco o in sostituzione di Esso, Shell, Total, Api, Erg, Kupit e Tamoil); del futuro dei retisti, da anni utilizzati dalle compagnie come strumento di razionalizzazione delle proprie reti e di alleggerimento dei costi fissi e come tali gratificati fin qui da pingui margini di convenzionamento; della collocazione della logistica, comparto alle prese anch'esso con problemi di ridondanza e di cui non è stato mai chiarito il grado di autonomia e/o di contrappeso nei confronti degli altri attori a monte e a valle della filiera; del futuro dei grossisti, anch'essi alle prese con problemi di ridondanza e utilizzati dalle compagnie, al pari dei retisti, in operazioni di razionalizzazione, a corrente alternata, della loro presenza e del loro impegno sul mercato extra-rete.Temi che al momento, a giudicare dalle penalizzazioni e distorsioni fiscali e ambientali che, come De Vita, Ferrari Aggradi e Jacorossi non si stancano di denunciare, continuano ad essere diffuse a pioggia sul settore, non pare che al governo e a chi per lui importi granché, la priorità essendo data in maniera ossessiva a quella dei prezzi dei carburanti e all'eliminazione dello “stacco Italia”.

E qui entrano in gioco i gestori che di questa priorità rischiano di diventare le vittime sacrificali. Come denuncia appunto la nota congiunta di Faib, Fegica e Figisc. Che parla di impegni non mantenuti, tra cui quelli, peraltro non citati, del “bonus fiscale” in scadenza a fine anno e della destinazione del “fondo indennizzi”. E di iniziative che li penalizzerebbero ulteriormente sul piano dei rapporti contrattuali con le compagnie e sul fronte dei prezzi. Scaricando su di loro i costi delle contraddizioni del sistema. Senza possibilità di difesa dalle discriminazioni che vengono messe in atto nei loro confronti a cominciare da quelle legate alle nuove modalità di pricing sulla rete Agip. Una misura ormai colma, con il Governo che si limita a tappare i buchi, dove i gestori non sembrano più disposti a fare da pompieri. Questione di vita o di morte.

Se crisi c'è, è il loro ragionamento, non è giusto che siano solo loro a pagarla. Se crisi c'è, la priorità deve essere data a come risolverla, a come rilanciare gli investimenti, che oggi latitano, a quali condizioni salvaguardare i livelli di occupazione, laddove si arriverà a chiudere impianti, a come ripartire tra tutti il conto della razionalizzazione e/o della ristrutturazione, anche su quelli che pensano di disimpegnarsi passando il cerino acceso ai nuovi entranti. Se crisi c'è, bisogna preoccuparsi di cosa costoro, siano essi russi, cinesi, africani o latino-americani, si propongono di fare e con quali mezzi. Se crisi c'è, è questo il senso della nota congiunta, è questo il tema da mettere al primo posto del tavolo della riforma. Prima di ottobre.

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Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana

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