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Sul settore pesa un`evasione del dieci per cento

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controlli-carburante-finanzNon è solo il contrabbando dalla Libia a colpire il mercato dei prodotti petroliferi del nostro Paese. Dalla Romania e dalla Slovenia arrivano infatti carburanti importati in Italia da organizzazioni criminali e poi rivenduti sottocosto frodando Stato. Un sistema, questo, che si fonda su diversi tipi di truffe.

La più ricorrente è il mancato versamento dell'Iva. Il prodotto è fatto transitare attraverso società di comodo che dichiarano di essere esportatrici abituali di carburanti al di fuori dell'Unione europea e che al momento di presentare la dichiarazione dei redditi spariscono nel nulla. Con false "lettere di intento" all'Agenzia delle entrate, l'esportatore abituale autocertiflca la maturazione di un credito Iva su carburanti apparentemente trasferiti in Paesi extracomunitari, e poi utilizza questo credito inesistente per acquistare e rivendere in Italia, a prezzi inferiori a quelli di mercato, benzina e gasolio in esenzione d'Iva.

È un'attività illegale di dimensioni molto più grandi delle importazioni clandestine dalla Libia che, come spiega il presidente dell'Unione petrolifera, Claudio Spinaci «colpisce un mercato già in calo e molto competitivo, i cui margini vanno sempre più restringendosi». Su 31 miliardi di litri di carburanti venduti ogni anno nel nostro Paese, il gettito fiscale ammonta a 3540 miliardi di euro. Il 10 per cento di questa somma - tra 3,5 e 4 miliardi - si stima sia sottratta da organizzazioni criminali che, alimentando la guerra dei prezzi, riescono a mettere in ginocchio gli operatori che lavorano nel rispetto della legge.

Soltanto a Venezia la Guardia di Finanza ha scoperto una maxi-evasione su 400 milioni di litri di gasolio. E inchieste analoghe sono in corso in altre città. In questo quadro di illegalità diffusa si registra anche la proliferazione delle "pompe bianche" seguita alla liberalizzazione dei distributori: imprese prive di marchio che operano in modo autonomo dalle grandi reti. Dieci anni fa le pompe bianche erano all'incirca duemila. Oggi la Fegica Cisl (Federazione gestori impianti di carburanti e affini) ne stima il triplo. Dei circa 22mila distributori di benzina presenti in Italia, 12mila appartengono a società indipendenti, la metà delle quali mantiene con le grandi compagnie petrolifere contratti di convenzionamento con fornitura in esclusiva del carburante ed esposizione del marchio. I restanti 6mila sono invece impianti senza logo, che si approvvigionano dove il mercato offre maggiore convenienza.

Le pompe bianche, ci spiega l'ex top manager di una grande azienda del settore, hanno un vantaggio finanziario importante: acquistano il prodotto dalle raffinerie o dai depositi, pagandolo all'incirca dopo trenta giorni, per rivenderlo alla pompa in una settimana. La liquidità derivante dallo scarto temporale tra incasso ed esborso è investita nella costruzione di nuove stazioni di servizio. Per le organizzazioni che gestiscono le vendite di frodo, le pompe bianche costituiscono il canale di sbocco preferenziale. «Quando l'imposta di fabbricazione su un litro di benzina arriva a superare un euro, si finisce per attivare interessi criminali», spiega Roberto di Vincenzo, presidente di Fegica Cisl, «per di più il settore non è retto da regole precise. Un gestore che non tiene in regola il libro Utf (l'Ufficio tecnico di finanza dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, ndr) prende 250 euro di multa». Risulta poi curioso come, in un mercato in contrazione, siano in atto fenomeni tipici dei mercati in crescita. «In Italia sono in funzione una quarantina di depositi fiscali di prodotti petroliferi, ma mi risulta che siano state presentate circa 150 domande per aprirne di nuovi», aggiunge Di Vincenzo. Evidentemente il mercato è saturo solo per alcuni.

Per contrastare l'illegalità è stato costituito un tavolo tecnico al ministero dell'Economia, con Guardia di Finanza, Agenzia delle entrate, Agenzia delle dogane e Unione petrolifera, i cui lavori hanno dato i primi risultati. Claudio Spinaci spiega che, per migliorare i controlli, ora l'esportatore abituale è obbligato a indicare nella "lettera di intento" il valore della mercé acquistata in esenzione d'Iva. Ed è anche aumentata la prevenzione sui furti di petrolio dagli oleodotti, fenomeno noto in Paesi produttori come la Nigeria, ma che da qualche anno affligge anche l'Italia. Nel 2016 sono stati registrati a livello nazionale 136 "attacchi" a pipeline petrolifere, di cui 52 andati a segno. L'anno precedente ne erano riusciti 158, su un totale di 175.

Fonte: L'espresso

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