Riportiamo la nota del presidente di Asnali Energia, Ferruccio Schiavello, sull’analisi del piano presentato a Oil&nonOli da Faib, Fegica e Figisc con l’auspicio di una chiusura di 10.000 punti vendita in tre anni, con l’obbiettivo di portare l’attuale livello medio di erogato di 1.367.000 litri arrivando a 3-4 milioni di litri.
Non è più possibile assistere passivamente a proposte e a richieste irricevibili! Non è più possibile parlare in nome e per conto di una categoria senza che la stessa categoria abbia espresso chiaramente un indirizzo. Non è più possibile fare studi (probabilmente anche costosi) senza conoscere fattivamente, concretamente, l’attività quotidiana sul territorio dei benzinai e le realtà del singolo punto vendita, da più piccolo situato in capo ad una sperduta montagna, al più grande posizionato all’entrata di una grande città.
Non ci trova d’accordo e, purtroppo, dobbiamo dirlo pubblicamente. Quello che appare da questo “studio” non è altro che l’illegalità si annida in quei poveri gestori che erogano meno di 600 mila litri. Sembrerebbe che chiudere diecimila punti vendita sarebbe il giusto farmaco per curare tutte le malattie di un settore che ha subito, ribadisco subito, una liberalizzazione selvaggia e senza alcuna regola.
Non si può essere così ottusi da non capire che il problema non sono i 10.000 Punti Vendita che erogano meno di 600.000 litri ma, al contrario, i nuovi punti vendita che stanno nascendo anno dopo anno.
Al contrario mi viene da pensare, anche facilmente, che chiudere punti vendita, oggi, non è altro che un regalo alla criminalità e all’illegalità.
Basta poco per capire che per ogni posizione chiusa la stessa sarà nuovamente occupata da persone senza scrupoli e assolutamente pronti a fare solo i propri interessi sfruttando le maglie larghe della burocrazia per navigare nell’illegalità.
Basta poco per capire che mentre le grandi compagnie abbandonano il mercato, vedi Shell, Total, Erg, Esso , alcuni personaggi investono fior di quattrini per fare nuovi impianti. Nel momento in cui Eni decarbonifica, abbandona il petrolio, non investe più sulla rete dei carburanti tradizionali, alcuni soggetti investono senza alcuna “APPARENTE” strategia commerciale in controtendenza al mercato in forte diminuzione.
Oggi un punto vendita situato in un piccolo paese che ha un basso erogato è SIMBOLO DI LEGALITA’, baluardo di un servizio che aiuta quel territorio a non essere desertificato. Rappresenta reddito per quel gestore che da decenni con duro lavoro a portato avanti la propria famiglia, riuscendo anche a mandare all’università i propri figli.
Lo studio e la proposta di Faib, Fegica e Figisc è tra l’altro “INCOSTITUZIONALE” in quanto limiterebbe e vincolerebbe la libertà imprenditoriale delle aziende già presenti sul mercato e di quanti vorrebbero entrarci.
Non può uno Stato Democratico e Costituzionale che recepisce norme Europee fissare e stabilire norme che “OBBLIGANO” altri soggetti a limitare la capacità imprenditoriale ed economica.
Volendo estendere al massimo sarebbe come dire ad una qualunque azienda quanti dipendenti avere o quanti negozi aprire. E’ l’imprenditore, in quanto tale per definizione, a stabilire il proprio assetto e nessuno può entrare nel merito di tale decisione economica/organizzativa.
Non si può fare uno “studio” sulla rete distributiva paragonando il nostro paese, L’ Italia, ad altri Paesi europei come Germania, Regno Unito, Francia ecc. ecc., siamo fortemente diversi per mentalità, logistica, infrastrutture. L’Italia ha ben 7903 Comuni sparsi sul tutto il territorio nazionale di cui oltre 2/3 inferiori a 5000 abitanti. Una realtà e una “forza” non riscontrabile in nessuna altra parte dell’Europa. Quindi razionalizzare 10.000 punti vendita significa abbandonare interi territori, desertificando e aumentando in buona sostanza i costi di chi deve fare rifornimento costretto a spostamenti di decine di chilometri.
Non si può fare uno “studio” sulla rete di vendita esistente in Italia che si scontra con norme edilizie e urbanistiche restrittive e con una burocrazia ai massimi livelli che non attrae investimenti.
Oggi il vero problema non è razionalizzare chiudendo attività economiche di poveri padri di famiglia che, al contrario, andrebbero tutelate per il lavoro e il servizio che svolgono ma, trovare soluzioni che superino l’attuale situazione di debolezza economica e contrattuale del gestore. Serve coraggio, servono accordi innovativi sia per il gestore (che deve avere la giusta e sacrosanta remunerazione per il proprio lavoro e per le responsabilità che si assume) che per la compagnia petrolifera o retista. Basta sparare proposte che non trovano attuazione sul territorio! Serve dialogo, condivisione e unità di intenti tra tutti gli attori della rete. Solo questo ci può aiutare a trovare soluzioni per un gestore del futuro. Ma probabilmente per chi vuole mantenere posizioni di favore e alquanto scomodo riconoscerlo.

