Sta facendo molto discutere — dentro e fuori la categoria — l’articolo pubblicato dal Corriere di Torino il 21 luglio, dal titolo: “In pensione mai. La storia di Giuseppe Bagnolesi, benzinaio a 80 anni: ‘Mi sveglio all’alba, la mia vita è il lavoro’”.
Il pezzo racconta la storia di Giuseppe Bagnolesi, storico gestore di un impianto autostradale sulla Torino-Milano, che alla soglia degli 81 anni continua a lavorare con passione, sostenendo di non voler andare mai in pensione. Un esempio – secondo il tono dell’articolo – di dedizione al lavoro, di attaccamento al mestiere, quasi di vocazione.
Ma tra gli addetti ai lavori, non tutti sono d’accordo con questa narrazione idilliaca. Anzi, in molti la stanno leggendo con una certa perplessità.
Il motivo? È semplice: quella di Bagnolesi è una realtà molto personale e probabilmente parecchio distante dalla gestione ordinaria di un impianto carburanti “di rete”, cioè urbano o extraurbano. Il benzinaio in questione è gestore di un’area di servizio autostradale, una tipologia di attività regolata diversamente, in termini proprio di attività abbastanza lontana da quella che affrontano quotidianamente i gestori comuni che magari da soli sono costretti a gestire un impianto con orari e incombenze quotidiane difficili da gestire.
Non vogliamo certo dire che una attività sia meglio dell’altra. Ma sappiamo perfettamente che per i gestori “stradali”, tra costi fissi crescenti, commissioni sui pagamenti elettronici, margini sempre più risicati e burocrazia asfissiante, difficilmente si potrebbero permettere di “non andare mai in pensione”. Spesso, al contrario, la fatica vera è resistere fino all’età pensionabile.
Quella del “benzinaio eterno” è, senza dubbio, una storia personale affascinante. Tuttavia — a nostro avviso — non è affatto rappresentativa della condizione media di un gestore carburanti in Italia. Anzi, rischia di risultare fuorviante, soprattutto in un momento in cui il settore attraversa una crisi profonda.
Le rivendicazioni sulla sostenibilità economica del mestiere, dai margini sempre più risicati all’eterna promessa mai mantenuta di una riforma della rete, sono oggi al centro di un dibattito nazionale sempre più urgente. E non si tratta solo di numeri o tecnicismi: se le cose non cambieranno in tempi brevi, questo mestiere rischia di diventare soltanto un lontano ricordo.
Raccontare con onestà le storie della categoria è fondamentale. Ma per farlo, è necessario distinguere tra eccezioni e regola, tra romanticismo e realtà. E magari, dare voce anche a quei gestori che ogni giorno lottano non per restare al lavoro, ma per non chiudere del tutto.

