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La vendita della rete Esso in Italia: prospettive e dubbi sollevati da Forbes

Come analizzato da Antonio Sarcina in un articolo pubblicato su Forbes (“Esso, 425 milioni per un castello di carta: il caso che spaventa banche e lavoratori”), l’operazione che ha portato alla cessione della rete italiana di Esso solleva numerosi interrogativi. Secondo Sarcina, la vendita da parte di Eg Group di circa 1.200 stazioni di servizio a un consorzio di famiglie imprenditoriali italiane (Pad Multienergy, Vega Carburanti, Toil, Dilella Invest e Giap) per 425 milioni di euro «non è un’operazione di rilancio industriale, ma piuttosto un brillante esercizio di ingegneria finanziaria».

Eg Group, ricorda Sarcina, è «il prodotto per eccellenza dell’epoca dei tassi a zero». Costruito a colpi di acquisizioni a leva, oggi il gruppo si trova con oltre 5,3 miliardi di dollari di debito, quasi cinque volte l’Ebitda. La priorità del management è ormai il deleveraging, tanto che, come ha dichiarato Zuber Issa al Financial Times, «la priorità è ridurre il debito».

L’analisi sottolinea come la cessione italiana poggi su fondamenta deboli: «Dal gennaio 2026 le Esso Card, che generano fra il 20 e il 25% dei volumi complessivi della rete, passeranno a Q8». Ciò significa che «un quarto del fatturato atteso evaporerà dall’oggi al domani».

In queste condizioni «molti impianti non riusciranno a coprire i costi fissi, saranno costretti a chiudere e i costi delle bonifiche ambientali ricadranno inevitabilmente sugli acquirenti».

Sul fronte interno, le reazioni non si sono fatte attendere: Faib e Fegica hanno parlato di «Le due più importanti sigle sindacali del settore, Faib e Fegica, parlano di rischi concreti di migliaia di licenziamenti e di un colpo durissimo per l’intero comparto».

Anche le banche osservano con preoccupazione: di fronte a un business plan che appare «più vicino alla narrativa che alla realtà», il timore è che ci si ritrovi con «una nuova generazione di crediti deteriorati nei bilanci bancari».

Sarcina richiama inoltre l’attenzione sulla natura del consorzio acquirente, formato da operatori regionali con interessi differenti. Più che creare un campione nazionale, secondo l’autore «rischiano di trasformare la rete in uno spezzatino di feudi locali, con governance frammentata e poche sinergie reali».

Per Eg Group la vendita rappresenta «un’uscita che consente loro di alleggerire un debito ormai ingestibile e di guadagnare tempo in vista della quotazione americana».

Per l’Italia, invece, «quello che viene presentato come un successo nazionale potrebbe trasformarsi in un boomerang per i compratori, un incubo per le banche e una tragedia sociale per i lavoratori».

In condlusione l’operazione sembra “lontana dall’essere un’operazione di ritorno strategico, il dossier Eg rischia di entrare nei manuali non come esempio da seguire, ma come monito: un caso lampante di come non si dovrebbe mai fare m&a.”

Esso, 425 milioni per un castello di carta: il caso che spaventa banche e lavoratori

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