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Il prezzo massimo dell’ipocrisia

C’è un limite a tutto. E no, non è il prezzo massimo. È il limite della decenza.

Una compagnia petrolifera continua a spedire contestazioni come se fossero bollettini di guerra, accusando i gestori di aver “violato” l’ accordo del 2021. Un accordo vecchio, scaduto, superato. Un accordo che la stessa compagnia si rifiuta ostinatamente di rinnovare dal 2023, ma che improvvisamente diventa sacro quando serve a colpire chi prova a non affondare.

È una scena grottesca: da un lato una multinazionale che congela i margini da anni, dall’altro gestori lasciati soli a fronteggiare costi impazziti, bollette fuori controllo, lavoro sempre più caro, manutenzioni obbligatorie, tasse che non aspettano. In mezzo, una PEC che arriva puntuale a spiegarti che il problema sei tu. Sempre tu.

La compagnia parla di “prezzo massimo” come se fosse una verità rivelata. Peccato che si dimentichi – sistematicamente, comodamente – di tutto il resto. Dimentica che quell’accordo parla anche di formazione del prezzo. Dimentica che parla di intangibilità del margine. Dimentica che un margine fermo al 2021, nel 2025, non è una regola: è una condanna.

Ma la memoria selettiva è una grande alleata di chi non vede oltre il proprio naso. Si cita l’articolo che conviene, si straccia il contesto, si finge che il mondo non sia cambiato. E quando qualcuno osa adeguare i prezzi esaurendo le scorte di giacenza per non lavorare in perdita, ecco che scatta la contestazione. Fredda, burocratica, arrogante e stupida.

Nel frattempo gli impianti chiudono. Non per scelta. Non per capriccio. Chiudono perché non si può lavorare in perdita all’infinito. Chiudono perché non si vive di circolari interne. Chiudono perché senza un accordo economico aggiornato non c’è sostenibilità, c’è solo logoramento.

Eppure, incredibilmente, la compagnia sembra stupita. Come se quelle serrande abbassate fossero un evento atmosferico, una sfortuna, una coincidenza. Mai una riflessione, mai un’assunzione di responsabilità. Solo un continuo scaricare sui gestori il peso di decisioni prese altrove.

Le associazioni di categoria lo hanno scritto, detto, ripetuto. Hanno denunciato lo squilibrio contrattuale, le imposizioni unilaterali, il diritto sacrosanto a difendere il margine minimo. Nessuna risposta. Nessun confronto. Solo silenzio. Poi, puntuale, arriva un’altra contestazione.

A questo punto diciamolo chiaramente: non è più un problema tecnico, né contrattuale. È una scelta politica e aziendale. È l’idea che il gestore debba assorbire tutto, pagare tutto, subire tutto. E se non ce la fa, peggio per lui.

Ma attenzione: perché mentre si gioca con i protocolli, mentre si brandisce il “prezzo massimo” come una clava, si sta distruggendo la rete dal basso. Si sta spegnendo il territorio. Si sta svuotando di senso il lavoro di migliaia di persone.

Si possono continuare a mandare PEC. Si possono scrivere altre cento contestazioni. Ma la realtà è più ostinata della burocrazia: senza margine non c’è impianto, senza impianto non c’è rete, senza rete non c’è business.

E allora sì, forse il prezzo massimo è stato superato.
Ma non dal gestore.
Dalla vergogna.

La stessa vergogna di chi ti cerca per offrirti una grande opportunità: lavorare con un margine fermo a quattro anni fa, costi alle stelle, accordi scaduti e nessuna certezza sul futuro.
Altro che sogno americano: qui è volontariato forzato con insegna gialla.

Prima di “diventare gestore”, forse sarebbe più onesto spiegare perché chi lo è già sta chiudendo.

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