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Quando il bilancio dice “utile” ma il gestore non guadagna

L’analisi del bilancio di una società tipo che gestisce un impianto di distribuzione carburanti sotto le insegne di una delle maggiori compagnie petrolifere restituisce, ancora una volta, un quadro che merita di essere letto con grande attenzione. I numeri, presi isolatamente, sembrano raccontare una gestione in equilibrio: fatturato complessivo buono e utile di bilancio accettabile. Ma è solo andando oltre la superficie del dato contabile che emerge la reale condizione economica della gestione.

Analizzando nel merito il bilancio, si osserva come la struttura dei costi sia fortemente rigida. Gran parte dei ricavi è assorbita dagli acquisti, dai costi di gestione dei servizi, dai canoni e dalle spese operative necessarie a garantire l’apertura quotidiana dell’impianto e dell’attività di bar. Il margine che rimane, al netto di questi costi, appare già contenuto prima ancora di considerare un elemento fondamentale: il lavoro dei soci.

La società opera in un contesto anomalo nel settore. Per la parte petrolifera il rapporto con la compagnia è regolato da un contratto di appalto, mentre l’attività non oil è rappresentata dal bar . Un modello che, sulla carta, dovrebbe garantire un’integrazione dei ricavi, ma che nei fatti genera un carico operativo elevato a fronte di margini estremamente compressi.

Il punto centrale dell’analisi di bilancio riguarda proprio il lavoro dei due soci. I titolari sono presenti quotidianamente sull’ impianto, svolgono attività operative, gestionali e amministrative, coordinano il personale e rispondono direttamente di tutti gli obblighi contrattuali e normativi. Tuttavia, nelle società di persone questo lavoro non viene contabilizzato come costo. Il bilancio, quindi, mostra un utile che esiste solo perché il lavoro dei soci viene dato per scontato e non valorizzato economicamente.

L’utile fiscale complessivo, viene altamente compresso. Nella maggioranza dei casi a ciascuno spetta un reddito lordo di poco superiore ai 31 mila euro annui. Su questo importo gravano integralmente i contributi previdenziali INPS della Gestione Commercianti e la tassazione IRPEF. Il risultato finale è un reddito netto che si colloca intorno ai 15 mila euro annui per ciascun socio, pari a poco più di 1.200 euro al mese. Un compenso che risulta del tutto inadeguato se rapportato alle ore di lavoro effettivamente svolte, alle responsabilità assunte e al rischio imprenditoriale.

L’analisi economica mostra inoltre un dato ancora più significativo. Se il lavoro dei soci venisse valorizzato come un costo reale, anche solo in misura prudenziale, il bilancio chiuderebbe in perdita. Questo significa che l’equilibrio economico della gestione non è garantito dalla redditività dell’attività, ma esclusivamente dall’auto-sfruttamento dei titolari. L’utile di bilancio, quindi, non rappresenta la reale capacità dell’impresa di generare reddito, ma maschera una fragilità strutturale.

Questo quadro diventa ancora più critico se si guarda alla natura dei rapporti contrattuali. Per quanto riguarda il contratto di appalto petrolifero, ci si trova di fronte a uno schema che presenta evidenti profili di non conformità rispetto alle regole del settore. Non a caso, lo stesso modello contrattuale è stato oggetto di una pronuncia del Tribunale di Torino, che ne ha messo in discussione l’impostazione e la corretta qualificazione giuridica.

Non meno problematico è il contratto del bar, che nella sostanza assume le caratteristiche di un rapporto di franchising, ma con obblighi ancora più stringenti rispetto ai franchising tradizionali. Nel nostro caso il gestore è vincolato a standard operativi, commerciali e organizzativi rigidi, senza una reale autonomia e senza un adeguato riconoscimento economico. Anche in questo caso, il rischio d’impresa resta interamente in capo al gestore, mentre i margini sono definiti a monte.

Alla luce di questi elementi, appare sempre più evidente che il modello studiato e imposto da una delle maggiori compagnie petrolifere sta producendo gravi danni economici a chi opera come appaltatore per la parte carburanti e come gestore dell’attività bar. L’implosione economica è inevitabile quando questi due elementi si uniscono. Non si tratta di singoli casi. Il numero di impianti chiusi sotto lo stesso brand è in costante aumento e, secondo stime approssimative, solo circa il 10% di questaq tipologia di impianti riesce, con estrema difficoltà, a restare economicamente in piedi.

Per questo motivo è fondamentale non farsi ingannare da una lettura superficiale dei numeri di bilancio. Occorre entrare nel merito dei conti, dei contratti e dell’organizzazione del lavoro, con il supporto di competenze specifiche. In questo contesto, il ruolo di esperti del settore, del sindacato, diventa decisivo per aiutare i gestori – o i futuri, impropriamente definiti, “manager” – a comprendere la reale portata dei dati economici, a tutelare i propri diritti e a riportare il confronto su un terreno di concreta sostenibilità.

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