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Carburanti, la verità dei gestori: mai come questa volta c’è una speculazione che nessuno vuole vedere

Il balzo delle quotazioni petrolifere si è tradotto, come sempre, in un aumento immediato dei prezzi alla pompa. Un riflesso quasi automatico. Ma stavolta, insieme ai rincari, sono arrivati anche i contingentamenti “a macchia di leopardo” sulle basi di carico e incrementi improvvisi – in alcuni casi raddoppiati – rispetto al delta sul Platts .

Di fronte a questo scenario, le associazioni dei gestori hanno fatto ciò che era doveroso: denunciare pubblicamente l speculazione e chiedere l’intervento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, del Garante per la sorveglianza dei prezzi e della Guardia di Finanza.

Apriti cielo. Le compagnie petrolifere si sono sentite “accusate”. Offese. Addirittura in alcuni casi tradite. E ci vuole una bella dose di coraggio..

La foglia di fico usata per coprire l’evidente speculazion ancora una volta è stato il“Platts”. È diventato il paravento dietro cui si giustifica ogni rincaro. Ma la domanda è semplice: il prodotto che oggi ed ieri vengono venduti sugli impianti è stato davvero acquistato al Platts già aumentato per effetto della guerra? Oppure si tratta di scorte comprate settimane prima, a condizioni diverse?

Chi decide il Platts? Chi lo utilizza? E soprattutto: quanti litri effettivamente venduti oggi sono stati acquistati ai valori che vengono evocati per giustificare i rincari?

Sono domande legittime. Eppure a finire sempre sotto i riflettori sono sempre e solo i gestori, cosi come in passato quando si doveva coprire il ripristino delle accise da chi aveva promesso di eliminarle.

La Guardia di Finanza, infatti, è già in giro a controllare i prezzi sugli impianti. Ma i gestori fanno i prezzi? No.

La proprietà del prodotto e dell’impianto, nella stragrande maggioranza dei casi, è delle compagnie. Sono loro a determinare i listini. E allora perché la narrazione pubblica continua a cercare i “furbetti” tra chi sta dietro una pompa di benzina?

È già successo. Quando il governo guidato da Mario Monti intervenne sulle accise, la polemica esplose e il leader della Lega, Matteo Salvini, parlò di “furbetti”. Per mesi i gestori sono stati messi alla gogna. In quel frangente, si è forse letto un comunicato delle grandi compagnie – da Eni a Q8, fino a Tamoil – a difesa dei propri impianti? Silenzio.

Se il mercato è libero, allora lo si dica chiaramente: le compagnie fanno i prezzi in autonomia, in base alle loro strategie industriali e finanziarie. Non c’è nulla di illegale nel dirlo. Certo non è comodo e non fa comodo.

Ma non ci si può nascondere dietro formule tecniche quando conviene e poi lasciare che siano i gestori a incassare rabbia, controlli e sospetti. Perché la speculazione, se c’è, non nasce certo dalla colonnina di un impianto di provincia.

E’ giusto che le compagnie petrolifere facciano finalmente vedere il loro vero volto che poi è  quello che  hanno dichiarato apertamente, ovvero, il carburante non è più il loro core business. Puntano – con risultati altamente fallimentari – sulla ristorazione, sui servizi, su modelli ibridi di stazione. È legittimo. Ma allora si abbia il coraggio di dirlo fino in fondo: la benzina è diventata uno strumento finanziario e solo poi commerciale, non più un semplice prodotto industriale strategico di importanza sociale per il nostro paese. 

E in questo scenario i gestori restano l’anello debole della catena schiacciati, appunto, dalle politiche fallimentari dei cosiddetti servizi aggiuntivi e della narrazione del nuovo core business, da un settore libero ad ogni speculazione e speculatore, alla mancanza di regole chieste da oltre un ventennio.

I gestori sono stati per trent’anni quelli che hanno spiegato – spesso tra insulti e sospetti – che il prezzo alla pompa non dipende semplicemente dal Brent o dal greggio, ma da meccanismi complessi dei mercati dei prodotti finiti.

Oggi chiedono solo trasparenza e regole certe in un settore che nelle difficoltà mostra tutti i suoi limiti.

Se c’è speculazione, la si cerchi dove nasce davvero. Non tra chi lavora dodici ore al giorno dietro un erogatore con margini da fame o contratti illeciti, ma nei livelli alti della filiera, dove si decidono approvvigionamenti, strategie e margini.

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