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Carburanti, il governo richiama le compagnie: “Prezzi più bassi subito quando cala il greggio”

È stato un vero e proprio richiamo alla responsabilità quello lanciato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, alle principali compagnie petrolifere. Un incontro che, secondo quanto riferito da uno dei partecipanti, si è configurato come una “chiamata alle armi per tenere bassi i prezzi”, con l’invito esplicito a evitare speculazioni e aumenti ingiustificati.

Il messaggio è chiaro: quando le quotazioni del greggio scendono, il calo deve riflettersi immediatamente anche sui prezzi alla pompa. All’incontro hanno preso parte i direttori dei settori mobilità e raffinazione, a conferma della centralità del tema per tutta la filiera energetica.

Urso ha aperto il confronto rivendicando l’efficacia delle misure adottate dal governo, a partire dal Decreto Trasparenza del gennaio 2023, che – secondo il ministro – ha contribuito a contenere i prezzi dei carburanti. “Se confrontiamo i dati della Commissione europea – ha sottolineato – l’aumento registrato in Italia, nello stesso periodo segnato dalla guerra, è stato più contenuto rispetto a Germania, Francia e Spagna”.

A ciò si aggiunge il taglio delle accise, che secondo il governo ha rafforzato l’impatto delle politiche adottate, rendendo l’Italia “più avveduta, previdente ed efficace” nel contesto internazionale. Proprio per questo, il ministro ha spiegato di aver convocato le quattro principali compagnie “per richiamarle alla loro responsabilità”.

Il tema resta particolarmente sensibile, soprattutto alla luce dell’ennesimo record del gasolio speciale in autostrada, arrivato fino a 3,2 euro al litro. Da qui la richiesta dell’esecutivo: la riduzione dei costi delle materie prime, petrolio e gas, deve tradursi rapidamente in un alleggerimento dei prezzi per consumatori e imprese.

Resta però da capire se e come le compagnie si adegueranno. Il settore dei carburanti è infatti un mercato liberalizzato e una parte rilevante della produzione nazionale è destinata all’export.

Secondo i dati dell’Unione energie per la mobilità, l’industria italiana della raffinazione – con oltre 67 milioni di tonnellate di produzione – non rischia carenze grazie alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Se il greggio proveniente dal Medio Oriente è in calo, aumentano infatti le forniture dalla Libia, storico partner dell’Italia, che da sola copre il 24% delle importazioni.

Quote rilevanti arrivano anche da Azerbaigian e Kazakistan, mentre è totalmente assente la Russia, a seguito delle sanzioni internazionali. Nel complesso, il sistema produttivo nazionale risulta autosufficiente per quasi tutti i carburanti, con l’unica eccezione del jet fuel, che deve essere importato per circa la metà del fabbisogno.

Anche il saldo commerciale resta positivo: l’Italia esporta più benzina e gasolio di quanti ne importi. Un dato che, se da un lato testimonia la solidità del settore, dall’altro solleva interrogativi sui benefici per i consumatori interni.

Secondo gli operatori, tuttavia, gran parte dei prodotti esportati ha caratteristiche diverse da quelle richieste dal mercato europeo più “sostenibile” e non sottrae quindi risorse al consumo nazionale. Al contrario, l’ottimizzazione dei processi produttivi resa possibile anche dall’export contribuirebbe a contenere i costi e, di conseguenza, a mantenere più competitivi i prezzi alla pompa.

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