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Le scelte anarchiche di un settore senza strategia

La recente maxi sanzione inflitta dall’Antitrust alle compagnie petrolifere per il presunto cartello sui biocarburanti ha scatenato un acceso dibattito nel settore della distribuzione carburanti, tra accuse, difese e polemiche politiche. Di seguito pubblichiamo a lettera di Roberto Di Vincenzo (Fegica) al direttore della Staffetta Quotidiana sulla maxi multa Antitrust alle compagnie petrolifere. Il presidente Fegica denuncia un sistema in cui la politica reagisce agli eventi invece di governarli, in cui la “trasparenza dei prezzi” diventa un feticcio e dove ogni minima variazione al distributore viene trasformata in un caso nazionale, mentre si ignorano le vere cause economiche e strutturali che incidono sul prezzo finale.

Caro direttore, convengo con la sua analisi. E non c’entra il fatto che assumendo una posizione – magari dissonante – si sia immediatamente etichettati come “complici” delle aziende petrolifere. Questo, come avrebbe detto Camilleri, è una “farfanteria”. Una menzogna. Ma, come dire, la storia si ripete (anche se gli accadimenti, la seconda volta, assumono le caratteristiche di una farsa).

Trovo, invece, che lei sia stato molto misurato nella scelta dei termini: il sostantivo confusione nasconde, nelle pieghe, la definizione di “scelte anarchiche” (e suicide) che il settore fa da tempo: un mercato (?) lasciato in balia di se stesso, senza regole (e senza prospettive), dove a farla da padrona è la fake news di giornata piuttosto che una visione – come dire – strategica.

Tutto lo sforzo del settore (e della politica mal consigliata sul comparto) è concentrato sull’accadimento contingente, senza mai un “colpo d’ala” ma solo qualche piccolo titolo che non riesce più neppure ad essere sensazionalistico: il prezzo al pubblico aumenta di un millesimo e tutti mobilitati – GdF compresa – a reprimere i “profittatori”, senza nemmeno avere la fantasia di guardare dentro le proprie tasche. In fondo a chi dovrebbe interessare l’essenza del problema (e non la comunicazione derivante)?

Bisogna essere, nella migliore delle ipotesi, degli “incauti” per non riconoscere che il settore è “permeabile”. D’altra parte è sufficiente andare sul sito del Mimit per avere il report delle quotazioni settimanili dei prodotti, con l’evidenza del costo della materia prima e delle quotazioni, o fare un abbonamento alla rivista della McGraw Hill per avere il prezzo del prodotto finito nel Mediterraneo.

È la vera ipocrisia del Platts, della quale tutti sono a conoscenza ma nessuno è in grado di intervenire, nascondendosi dietro la mancanza di strumenti di “benchmark” affidabili.

Gli stessi ultimi Governi – da oltre 10 anni a questa parte – ci hanno spiegato che i prezzi devono essere trasparenti (per questo è stato varato l’Osservatorio Prezzi che deve essere aggiornato ad ogni variazione) a tutela dei consumatori. Ottimo, e in Europa (e forse nel mondo) non c’è un Paese nel quale i prezzi siano più “trasparenti” e controllati. Da qui a dire – periodicamente – che ciò costituisce la precondizione per lo scambio di informazioni sensibili, ce ne passa. Infine, tutti sanno che l’obbligo dell’introduzione dei biocarburanti ne ha fatto lievitare – nel tempo – i prezzi. Con un costo che è stato sopportato dai consumatori: se ci si deve stracciare le vesti, allora si proceda nella stessa direzione per le addizionali sull’energia elettrica, sul metano e così via.

Per carità, se c’è bisogno di enfatizzare per distogliere lo sguardo da altri problemi, tutto può essere legittimo e legittimato; ma costruire il “nuovo mostro” dopo quello della fine del 1999 (annullato dal Consiglio di Stato) sembra un po’ troppo.

Domani mattina, se fosse questo il metodo, qualcuno potrebbe sostenere che il costo del lavoro – in alcune produzioni/distribuzioni caratterizzante per il prezzo finale – non possa essere inserito nei contratti collettivi e, magari, che gli oneri sui dazi americani non possano (o debbano) implementare i prezzi al pubblico.

Dobbiamo tutti renderci conto che viviamo la realtà così com’è e non in quella che immaginiamo (o sogniamo), con i prati verdi ed i cieli azzurri.

Ed il comparto petrolifero dovrebbe fare la sua parte, senza nascondersi dietro il destino cinico e baro. Tutto in attesa delle decisioni della giustizia amministrativa che potrebbe riportare il “gioco dell’Oca” al via. E, allora, chi potrà dire di aver vinto?

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