Cinque grandi Paesi europei – Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria – chiedono all’Unione europea un intervento straordinario per affrontare l’aumento dei prezzi energetici causato dalla crisi in Medio Oriente.
L’obiettivo è chiaro: trovare nuove risorse per sostenere cittadini e imprese, in un contesto in cui i governi nazionali stanno già sostenendo costi molto elevati per contenere i prezzi, a partire dal taglio delle accise. I governi europei sono oggi alla ricerca di fondi per finanziare gli aiuti agli automobilisti e a tutti coloro che stanno subendo gli effetti della crisi energetica.
Il problema è duplice: da un lato gli interventi sono estremamente costosi – basti pensare che il taglio delle accise in Italia vale circa mezzo miliardo di euro al mese – dall’altro lo spazio fiscale è sempre più limitato. La Commissione europea ha già chiarito che non esistono margini ampi per nuovi scostamenti e che eventuali misure dovranno essere temporanee e mirate.
In questo contesto si inserisce la lettera inviata dai cinque ministri dell’Economia, tra cui Giancarlo Giorgetti, al commissario europeo Wopke Hoekstra.
La richiesta è quella di introdurre uno strumento europeo che consenta di intercettare parte dei profitti generati dall’aumento dei prezzi energetici e redistribuirli a favore di cittadini e imprese.
“È importante garantire che tale onere sia distribuito equamente”, sottolineano i ministri, indicando la necessità di una risposta comune a livello UE.
Il punto centrale della proposta riguarda l’individuazione dei cosiddetti “extraprofitti”.
Secondo l’impostazione dei cinque Paesi, questi non si troverebbero tanto nella fase di estrazione del petrolio – spesso collocata fuori dai confini europei – quanto nella parte finale della filiera: raffinazione e distribuzione. È proprio qui che si concentrerebbe la quota più significativa dei margini aggiuntivi generati dalla crisi.
Un’analisi semplificata del prezzo alla pompa aiuta a comprendere meglio: circa metà del prezzo del gasolio è legata alla materia prima, mentre una quota simile deriva dalla raffinazione e dalla distribuzione, oltre alle componenti fiscali.
Ed è proprio su questa “seconda metà” che si concentra l’attenzione dei governi europei.
Alcune stime indicano che, nell’Unione europea, i profitti nella parte finale della filiera – tra raffinerie e distribuzione – sarebbero aumentati di circa 2,2 miliardi di euro nel solo mese di marzo. Se questa tendenza dovesse proseguire, si ipotizza un incremento complessivo fino a 28 miliardi entro la fine del 2026. Numeri che rafforzano la richiesta di un intervento redistributivo a livello europeo.
La proposta richiama quanto già fatto nel 2022, quando l’UE introdusse un contributo di solidarietà sugli extraprofitti nel settore energetico durante la crisi legata alla guerra in Ucraina.
Questa volta, però, l’obiettivo è costruire uno strumento più solido dal punto di vista giuridico, più mirato e soprattutto applicabile su scala europea, includendo anche i profitti realizzati all’estero dalle grandi multinazionali.
Dal lato opposto, le aziende del settore mettono in guardia sui possibili effetti negativi. Secondo gli operatori, interventi troppo incisivi potrebbero alterare gli equilibri del mercato, in particolare in un contesto in cui l’Europa è fortemente dipendente dalle importazioni di gasolio.
Il timore è che eventuali limitazioni o tassazioni possano ridurre l’attrattività del mercato europeo, con il rischio che parte delle forniture venga dirottata verso altri mercati. In altre parole, il rischio è quello di “mettere sabbia nel motore” di un sistema già sotto pressione.
In Italia, UNEM ha espresso “stupore e sconcerto” per la proposta, sottolineando come non sia opportuno introdurre ulteriori elementi di instabilità in un settore impegnato a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.
Il confronto aperto a livello europeo mette di fronte due esigenze contrapposte: da un lato la necessità di redistribuire gli effetti della crisi e sostenere cittadini e imprese, dall’altro il rischio di compromettere l’equilibrio di un mercato già fragile.
La decisione finale spetterà alla Commissione europea, chiamata a trovare un punto di equilibrio tra equità sociale e sostenibilità del sistema energetico.

