L’idea annunciata in Friuli Venezia Giulia di aprire distributori pubblici di carburante, gestiti dalla società a controllo regionale FVG Energia, non è una proposta innovativa: è una scelta profondamente sbagliata nel metodo e nel merito. A presentarla è l’assessore regionale ad Ambiente ed Energia Fabio Scoccimarro, intervenuto a Sveglia Trieste, delineando un progetto di 4–5 distributori “regionali” aperti anche nei fine settimana, con benzina, gasolio, GPL, ricariche elettriche e in prospettiva persino idrogeno.
Dietro l’enfasi comunicativa, però, emerge una visione preoccupante per superficialità. Si propone di affrontare problemi strutturali – prezzi elevati, desertificazione dei servizi, difficoltà economiche della rete carburanti – con uno strumento che non incide sulle cause e rischia anzi di aggravare le distorsioni esistenti.
Il prezzo dei carburanti non dipende dal numero di distributori né dagli orari di apertura. Dipende da accise, IVA, costi energetici e scelte fiscali nazionali. Nessuna pompa pubblica potrà modificare questi fattori. Parlare di “controllo dei prezzi” attraverso pochi impianti regionali significa alimentare un’illusione: non si governa un mercato complesso con una vetrina simbolica.
Ancora più grave è l’impostazione economica dichiarata. FVG Energia, pur essendo una società per azioni, riceverebbe il mandato di “non fare utili” e puntare al pareggio di bilancio, offrendo servizi che il mercato privato non garantisce perché “non sostenibili”. È una contraddizione evidente: ciò che non è sostenibile economicamente non diventa sostenibile per decreto, tantomeno se gestito da una struttura pubblica, con costi e rigidità superiori a quelli dei privati. Se quelle attività generano perdite, le perdite non scompaiono: si trasferiscono sui contribuenti.
C’è poi un profilo di concorrenza che non può essere ignorato. In una regione dove centinaia di gestori lottano per sopravvivere, schiacciati da margini ridotti e adempimenti crescenti, la scelta di far entrare il pubblico come operatore diretto appare come una concorrenza istituzionale sleale, finanziata e protetta, che non risolve i problemi della rete ma ne colpisce i soggetti più fragili.
Il richiamo al “servizio al cittadino” non basta a giustificare un’operazione che manca di una seria analisi costi-benefici e che sembra concepita più per mostrare un intervento che per produrre risultati misurabili. La politica energetica richiede scelte difficili, riforme fiscali, semplificazione normativa e una strategia coerente sulla transizione. Non scorciatoie simboliche.
Dopo anni di annunci sulla riforma della rete carburanti – ancora incompiuta – l’idea dei distributori pubblici appare come un ulteriore rinvio del confronto vero. Non servono nuove pompe, servono regole chiare, sostenibili e uguali per tutti. E soprattutto serve la consapevolezza che il compito delle istituzioni non è sostituirsi al mercato quando questo è in difficoltà, ma rimuovere le cause che lo rendono inefficiente.
In questo quadro, la proposta non suscita ironia ma indignazione: perché rischia di sprecare risorse pubbliche, di illudere i cittadini e di colpire un settore già in crisi, senza affrontare nessuno dei nodi che contano davvero.
