Le parole scritte da una gestrice nella chat dei gestori Eni raccontano quello che i comunicati ufficiali non possono raccontare: la fatica di chi si è trovato a scegliere tra aderire immediatamente al price cap e perdere migliaia di euro sulle giacenze, oppure resistere qualche giorno, affrontando clienti, critiche e incomprensioni, per difendere il diritto a non rimetterci e fallire e sopratutto non perdere la propria diginità.
Ci sono messaggi che scorrono velocemente nelle chat e dopo pochi minuti vengono sommersi da decine di altri. E poi ce ne sono alcuni che meritano di essere fermati, riletti e soprattutto raccontati, perché in poche righe riescono a spiegare un momento, un mestiere molto meglio di tante analisi economiche e di molti comunicati ufficiali.
È successo con le parole scritte da una gestrice nella chat più importante dei gestori Eni. Parole rivolte soprattutto a quei colleghi che, davanti al price cap deciso dalla compagnia, hanno scelto di non abbassare immediatamente il prezzo, ma di attendere il tempo necessario per smaltire almeno una parte delle giacenze acquistate alle precedenti condizioni salvaguardando quel piccolo margine ma dalla grande dignità.
«Buongiorno gestori, mi rivolgo a chi ancora non ha calato, a chi ha resistito, a chi dovrà resistere ancora, a chi ieri sul piazzale ha faticato e giustamente si è dovuto giustificare e ha dovuto difendersi da cattive illazioni: vi stimo e mi stimo. Anche oggi sarà una giornata molto dura, non mi sarei per nulla alzata da letto con questa prospettiva, ma aver incrociato lo sguardo dei miei figli mi ha rimesso subito in asse il cervello: i giusti ideali, gli abusi di potere e i tiri mancini vanno combattuti. Quindi forza e coraggio, si va».
Sono parole semplici, scritte di getto alle 6 del mattino prima di iniziare un’altra giornata lunga e difficile, ma dentro c’è tutto. C’è la rabbia, c’è la stanchezza, c’è la consapevolezza di dover affrontare ancora una volta il piazzale e spiegare ai clienti una decisione che, vista da fuori, può sembrare incomprensibile. E soprattutto c’è quella frase, «vi stimo e mi stimo», che racconta la volontà di non sentirsi in colpa per aver scelto di difendere la propria attività.
Per comprendere fino in fondo quelle parole bisogna però provare a guardare il price cap dalla parte di un gestore. Per il consumatore la questione appare inevitabilmente semplice: Eni annuncia una riduzione importante dei prezzi, il prezzo alla pompa scende e finalmente si risparmia qualcosa su benzina e gasolio. Ma una stazione di servizio non è soltanto il numero illuminato sul totem. Sotto quel piazzale ci sono cisterne contenenti decine di migliaia di litri di prodotto che qualcuno ha già acquistato e pagato e che per la quale seppur misero ci dovrebbe essere ancora un guadagno.
Molti gestori avevano effettuato importanti carichi proprio nei giorni precedenti, anche in relazione alle variazioni dello sconto sulle accise. Quando è arrivata l’iniziativa del price cap si sono quindi trovati davanti a una scelta drammatica nella sua semplicità: aderire immediatamente e svalutare pesantemente il prodotto già presente nelle cisterne oppure attendere qualche giorno, consumare le giacenze acquistate alle precedenti condizioni e soltanto successivamente applicare il nuovo prezzo.
Secondo i conteggi effettuati da diverse gestioni, l’adesione immediata avrebbe potuto significare perdite sulle giacenze nell’ordine di 5.000, 6.000 e in alcuni casi persino 7.000 euro, a fronte di un contributo aziendale indicato in circa 1.500 euro. Per una grande azienda possono sembrare numeri relativamente piccoli. Per una stazione di servizio sono soldi veri, quelli con cui si pagano gli stipendi, i contributi, le bollette e le scadenze che continuano ad arrivare indipendentemente dal prezzo scritto sul totem.
È per questo che una parte dei gestori ha deciso di resistere e di esaurire prima le proprie giacenze. Non per fare la guerra alla compagnia sempre pronta a fare ricadere le proprie frettolose ed incaute scelte sull’anello più debole, ma nemmeno al consumatore , ma semplicemente perché una piccola impresa non può permettersi di cancellare in poche ore migliaia di euro dal proprio conto economico e comportarsi come se nulla fosse accaduto.
Il problema è che il cliente tutto questo spesso non lo sa. Ha ascoltato il telegiornale, ha letto che Eni ha introdotto il price cap, arriva alla stazione di servizio e vede un prezzo diverso da quello che si aspettava. A quel punto davanti a sé non trova chi ha deciso la politica commerciale, non trova chi ha costruito la promozione non torva chi ha fatto utili stratosferici e nemmeno chi ne ha stabilito tempi e condizioni perchè evidentemente se lo può permettere. Trova il gestore che guadagna lordi 3,5 centesimi al litro.
È lui che deve spiegare perché il prezzo non è ancora sceso, è lui che deve raccontare cosa significa avere migliaia di litri acquistati alle precedenti condizioni, è lui che deve sopportare l’accusa di chi pensa che quei centesimi in più finiscano nelle sue tasche. Ed è proprio per questo che il passaggio scritto dalla gestrice, quando parla dei colleghi che sul piazzale hanno dovuto «giustificarsi» e «difendersi da cattive illazioni», pesa così tanto. Perché racconta una condizione che i gestori conoscono fin troppo bene: le decisioni vengono prese altrove, ma davanti al cliente a metterci la faccia sono sempre loro.
E allora bisognerebbe chiedersi cosa rappresentino davvero 5.000 o 7.000 euro per un gestore. Non stiamo parlando di una categoria che arriva a questa vicenda dopo anni di margini abbondanti. Stiamo parlando di imprese che da tempo vedono crescere i costi di gestione, mentre aumenta anche il peso della moneta elettronica e delle commissioni necessarie semplicemente per incassare ciò che viene venduto.
E mentre tutto intorno ai gestori è cambiato, il loro riferimento economico continua sostanzialmente a essere quello stabilito con l’Accordo del 7 luglio 2021, la cui parte economica Eni non ha ancora voluto rinnovare. Evidentemente per una parte degli italiani che le sono vicini quella solidarietà non conta..
Sono trascorsi più di cinque anni durante i quali praticamente ogni costo necessario per tenere aperta una stazione di servizio è aumentato. Nel frattempo il prezzo dei carburanti è cresciuto, il valore delle transazioni elettroniche è aumentato e con esso il peso delle commissioni bancarie, mentre il gestore continua a essere remunerato attraverso pochi centesimi per ogni litro venduto.
È dentro questa realtà che bisogna collocare la scelta di chi ha deciso di attendere prima di aderire al price cap. Chiedere a una gestione già economicamente compressa di assorbire improvvisamente altri 5.000, 6.000 o 7.000 euro di svalutazione significa chiedere a quella piccola impresa uno sforzo che può diventare insostenibile per non dire mortifero. E un contributo di 1.500 euro, davanti a perdite di quella dimensione, inevitabilmente lascia scoperta una parte importante del danno.
Per questo sarebbe profondamente ingiusto raccontare quei gestori semplicemente come quelli che “non hanno abbassato il prezzo”. Dietro quella scelta c’erano persone che stavano cercando di proteggere il proprio lavoro, i propri dipendenti e le proprie famiglie. Persone che sapevano benissimo che avrebbero perso clienti per qualche giorno, che avrebbero dovuto spiegarsi e che qualcuno le avrebbe giudicate senza conoscere ciò che stava accadendo sotto quel piazzale.
Quando quella gestrice scrive che non avrebbe voluto alzarsi dal letto sapendo quale giornata l’aspettava, ma che incrociare lo sguardo dei propri figli le ha “rimesso in asse il cervello”, smettiamo improvvisamente di parlare soltanto di carburanti, price cap, giacenze e margini. Cominciamo a parlare di persone.
Chiunque abbia una piccola attività conosce quella sensazione. Ci sono giornate nelle quali sei stanco prima ancora di iniziare, perché sai che dovrai discutere, spiegare e difendere decisioni che magari non avresti mai voluto prendere. Poi guardi ciò che hai costruito, guardi la tua famiglia e capisci che non stai difendendo qualche centesimo sul prezzo di un litro di carburante. Stai difendendo il tuo lavoro e tutto quello che quel lavoro rappresenta nella tua vita.
Una grande compagnia dispone di strumenti industriali, commerciali e finanziari enormemente diversi da quelli di una piccola gestione. Il gestore ha il proprio conto corrente, le proprie fideiussioni, gli stipendi da pagare e pochi centesimi per litro con i quali deve riuscire a tenere insieme tutto. Se un’iniziativa nasce per sostenere il Paese e i consumatori, allora è giusto pretendere che quella solidarietà arrivi fino all’ultimo metro della filiera e non si fermi prima del piazzale.
Quelle poche parole scritte in una chat dicono qualcosa che va molto oltre questi trenta giorni di price cap. Dopo anni nei quali ai gestori è stato chiesto di adattarsi a nuove regole, nuovi sistemi, nuovi strumenti digitali, nuove modalità di pagamento e nuovi costi, forse è arrivato il momento di ricordare che adattarsi non significa dover accettare qualsiasi conseguenza economica in silenzio.
«Vi stimo e mi stimo» significa anche questo: non devo vergognarmi perché sto cercando di difendere la sostenibilità della mia impresa. Non sto chiedendo privilegi, non sto chiedendo regali e non sto combattendo contro il consumatore. Sto semplicemente chiedendo che una decisione presa sopra la mia testa non cancelli in poche ore migliaia di euro del mio lavoro.
Quelle parole dovrebbe leggerle Eni, ma dovrebbero leggerle anche le organizzazioni sindacali e chiunque abbia responsabilità sul futuro di questa rete. Perché il price cap prima o poi finirà, le giacenze verranno smaltite e i prezzi cambieranno ancora, ma resterà una domanda che questa vicenda ha reso ancora più urgente: quanto può continuare a resistere una categoria alla quale viene chiesto di assorbire costi sempre nuovi con una remunerazione economica ancora sostanzialmente ancorata al luglio del 2021?
Dietro ogni stazione di servizio ci sono persone che ogni mattina alzano una serranda, accendono i gestionali e ricominciano. Qualche volta lo fanno con entusiasmo, altre volte semplicemente perché sanno che qualcuno conta su di loro. E magari, prima di uscire di casa, fanno esattamente quello che ha fatto questa gestrice: guardano i propri figli, stringono i denti e decidono che vale ancora la pena combattere per quello che hanno costruito.
«Forza e coraggio, si va». E sì, si va. Ma dopo tanti anni sarebbe anche ora che qualcuno iniziasse seriamente a venire incontro a chi continua ad andare avanti quasi soltanto con la propria forza, la propria dignità e il proprio coraggio.

Comprendo bene tanto di rispetto alla dignità della signora.
Mi dispiace che la prossima bolletta per tutto quel venduto di prodotto sarà molto salata a causa dell’aumento dell”,energia
Quindi tutta quella fatica se la riprendono siamo come al solito sotto dittatura ci impongono !!!