La presenza della ‘ndrangheta calabrese al Nord

Le analisi di Gratteri e Pignatone

Staffetta Quotidiana – Negli stessi giorni in cui è uscito il libro “Complici e colpevoli. Come il Nord ha aperto le porte alla ‘ndrangheta”, autori Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, da sempre in prima linea contro le cosche mafiose, e Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti in materia e docente di storia della criminalità, sabato sullo stesso argomento è uscito su Repubblica un commento dal titolo “Guerra alle cosche, il fronte si sposta al Nord” di Giuseppe Pignatone, ex procuratore della Repubblica di Reggio Calabria e di Roma, che prende spunto da tre operazioni delle direzioni distrettuali di Milano, Firenze e Reggio Calabria che hanno portato al ritrovamento di quasi 1.000 chilogrammi di cocaina nei porti di Gioia Tauro e di Livorno, all’arresto di 104 persone e al sequestro di beni immobili e di aziende.

Una presenza, per Pignatone visibile soprattutto in Lombardia e per Gratteri e Nicaso anche in Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che poggia in ogni caso, come prima fonte economica, sul traffico di stupefacenti e sull’attività edilizia e dei lavori pubblici, ma anche sullo smaltimento illegale dei rifiuti, con il Veneto tra le destinazioni principali di quelli del Centro-Sud. Nessuna menzione invece, sia nel libro che nel commento, delle frodi petrolifere, salvo un cenno, nel capitolo del libro sulla Lombardia (pag. 105), ai distributori di benzina e autolavaggi tra i settori su cui i clan prosperano. Su come sia stato possibile avviare e intrecciare questi legami, nel libro l’elemento di forza viene individuato nella capacità di intrecciare legami diretti con qualsiasi tipo di interlocutore, soprattutto in molte frange della cosiddetta società civile. Reazioni vischiose che hanno consentito di radicarsi anche in territori che pensavano di essere refrattari al condizionamento mafioso.

Mentre per Pignatone un punto fondamentale sta anche nella disponibilità di operatori economici e commerciali e di professionisti a entrare in affari con le cosche, offrendo “facce pulite” dietro cui nascondere la loro presenza. E in più c’è stata quella che Monica Massari, docente di sociologia all’Università di Milano, citata nel libro, definisce una oggettiva e colpevole sottovalutazione di alcuni segnali, la resistenza culturale ad ammettere l’esistenza di insediamenti mafiosi in territori considerati sani e di “razza pura” (vedi Valle d’Aosta), nonchè l’assenza di vigilanza delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Fino al punto di arrivare a negarne la presenza. Un fenomeno del quale in sostanza si è fatto di tutto per minimizzare la portata, per considerarlo alla stregua di un virus e di una malattia senza farsene carico, ignorando le responsabilità della società civile locale. Con la finanziarizzazione dell’economia che oggi rende sempre più difficile distinguere tra capitali illegali e legali.

Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana

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claudio
claudio
1 mese fa

Sacrosante parole, ha ragione il Signor Pignatone quando chiede di stare attenti alle infiltrazioni mafiose, però con la LEGGE SULLA PRIVACY, si è impossibilitati ad ottenere informazioni. Pertanto queste cose sono ad esclusivo compito delle istituzioni.