Pubblichiamo di seguito, in forma integrale, la lettera che il presidente di Fegica, Roberto Di Vincenzo, ha inviato a Staffetta Quotidiana in risposta all’editoriale dal titolo “Carburanti, esiste ancora una rete?”.
Lettera alla Staffetta
di Roberto Di Vincenzo
Ci scrive il presidente della Fegica, Roberto Di Vincenzo, in risposta all’editoriale di venerdì sulla rete carburanti. Una riflessione sul valore di un’infrastruttura strategica, che deve ridursi di 7-10mila punti vendita, in attesa che vengano sciolti gli ultimi nodi sul ddl di riforma (l’articolo 4 sul sistema sanzionatorio) per arrivare a un testo condiviso che limiti al massimo le incursioni nel corso dell’iter.
Caro direttore, in merito all’editoriale comparso sul suo quotidiano “Carburanti, esiste ancora una rete?”, mi consenta di premettere che, pur comprendendo la ratio delle sue riflessioni, mi permetto di evidenziare che, forse, la domanda che dovremmo porci è un’altra: nel nostro Paese, c’è ancora bisogno di una rete di distribuzione capillare che garantisca la mobilità dei cittadini?
Capisco che sia un po’ demodée affrontare questi argomenti da un punto di vista “sociale” mettendo sotto il tappeto tutta la polvere delle mancate scelte (che comunque pagheremo) che, in decenni, si è accumulata (nell’inerzia totale di chi si è avvicendato alla guida del Paese). Eppure è necessario per definire un quadro.
In un Paese che ha l’ambizione di essere una “potenza industriale”, forse il de minimis della rete di distribuzione dei carburanti è considerato poca cosa: forse perché non merita titoli di importanti quotidiani o approfondimenti da talk show. Ma la contraddizione in termini sta nel fatto che dopo mesi (anni) di totale indifferenza, è sufficiente che un Ministro (disinformato) in cerca di scoop a buon mercato parli di prezzi al pubblico, per scatenare una bagarre (comprese indagini “a tappeto” della GdF). E la falsa notizia, per molti giorni, attiverà una vera e propria campagna mediatica.
Come se i prezzi fossero il fine ultimo della comunicazione. La sola componente ad interessare i cittadini (ai quali sono date poche e saltuarie indicazioni sulla loro formazione) e non il complesso dei capillari servizi, della qualità dei carburanti e la facilità di accesso ai rifornimenti. Un Universo virtuale nel quale, troppo spesso, si perde di vista il “generale” per rifugiarsi nel più comodo (e meno conflittuale) “particolare”.
Invece, a mio parere, dovrebbe essere sempre valutato attentamente cosa mettere al primo posto: la regolare mobilità o il solo profitto (comunque lo si raggiunga), anche a discapito della prestazione?
La risposta per chi, come il sottoscritto, è “vecchio” di questo settore, è agevole: il profitto non può essere un fine impiegato per aumentare l’accumulazione di denaro, ma una risorsa da investire (in parte) per produrre, insieme a ricchezza, anche occupazione stabile e garanzie sociali.
Questi sono i fondamentali che fanno di una sommatoria di vuote, generiche, ridondanti e liturgiche espressioni con le quali ci si riempie la bocca, uno Stato.
Il nostro settore è la cartina di tornasole della complessa storia – industriale e post-industriale del Paese – attraverso la quale può essere filtrata la storia. È come scavare a Roma, per le vie del centro storico, e rendersi conto che ci sono più città: una edificata sull’altra a testimoniare – mute – le successive sedimentazioni della civiltà, fino ad arrivare ai giorni nostri. Non per caso né per un incidente del destino (o della storia) ma per nostra precisa scelta e responsabilità.
L’impero romano sarebbe sopravvissuto se non fossero “calati” i barbari? Sui resti delle costruzioni romane si trovano quelli medievali e, via via, per strati successivi, le città che abitiamo e che, con indifferenza, poco si curano di quanto è accaduto.
Un vecchio Ministro delle Finanze ricordava che siamo “nani che vivono sulle spalle dei giganti”, fornendo con questa affermazione una visione plastica della nostra superficialità!
In altre parole, una rete serve: è indispensabile e necessaria se pensata a favore dei cittadini e non delle conventicole di speculatori. Cosa accadrebbe se chiudessero tutti gli uffici postali? Se la corrente elettrica (o il gas) venissero erogati solo nei grandi centri dove l’investimento (?) è più remunerativo? E cosa risponderebbero i sindaci dei piccoli comuni se venissero tolti – senza alcuna ratio – i punti di approvvigionamento alle loro comunità lontane dal fragore (e dai ricavi) delle megalopoli? E i cittadini come giudicherebbero questa vera e propria spoliazione?
Ma, intanto, c’è chi pensa che non sia rilevante il loro giudizio.
Il tutto condito da una (in)sana demagogia che mette sempre al primo posto l’equivoco dei prezzi (ma solo quelli praticati al distributore), quasi fosse un feticcio su cui scaricare le tensioni (sociali), per non dover affrontare i problemi reali. Cosa lo genera.
Abbiamo consentito, tutti, una revisione storica (ed economica) in nome di un “mercato” che è poco più di una parodia (e che è servito a qualcuno per fare carriera) ed i cui equilibri non sono stati, mai, veramente indagati: quello che è certo è che la qualità della prestazione è scesa; l’offerta rarefatta ed i margini dei Gestori compressi fino a non remunerare l’attività. Il tutto in nome di un mercato che viene valutato non attraverso indagini puntuali, ma piegato all’interesse del momento. Alla convenienza del contingente. Al profitto di pochi ed agguerriti speculatori che continuano ad acquistare “pezzi” di rete anche immaginando un mercato in contrazione (per via delle normative comunitarie).
La fase distributiva del nostro settore è la più controllata del mondo anche se la marea di dati che si accumula non fornisce alcuno spunto per una riflessione di sistema: il tutto alimentando l’equivoco che la distribuzione finale possa determinare un disequilibrio del mercato.
Puntando l’attenzione su questa tema, spesso non ci si rende neppure conto di quanto ciò suoni ridicolo: ma l’obiettivo non è la ricerca delle soluzioni ma distrarre dai veri “malanni” che il nostro settore ha, per mancanza di cure e di attenzioni che si sposano perfettamente con l’arroganza di certi operatori – grandi e piccoli – insofferenti alle regole (che sono il cuore di uno Stato di diritto). Con questo presente e senza fare le scelte – dolorose ma necessarie – è davvero difficile immaginare che ci sia posto, nel futuro, di una rete al servizio dei cittadini.
Di una rete, per tornare al suo interrogativo, c’è bisogno: di una rete però “dimagrita” di 7-10mila impianti, favorendo l’uscita di Gestori (e anche di molti titolari) che ormai sono rimasti inermi sentinelle dell’ultimo litro in attesa di essere “congedati” a favore di una macchina (semi)intelligente e, magari, di un “contratto senza diritti” che rappresenta la sintesi moderna di un neo-feudalesimo d’accatto e che si limita ad ipotizzare l’utilizzo di servitori della gleba. In nome dell’efficienza (?). In nome del mero profitto.
Una rete dimagrita, ammodernata, efficiente, controllata, per il servizio alla mobilità che svolge ma nella quale prestino la loro attività lavoratori che abbiano la stessa dignità che si chiede, fingendo sdegno, nelle occasioni ufficiali che diventano la parodia di sedute di autocoscienza: un lavacro della cattiva coscienza. Questa potrebbe essere la rete del futuro: funzionale al bisogno di mobilità dei cittadini.
Bisognerebbe chiedere come mai gli impianti – anche quelli marginali (ma non quelli di servizio alle piccole comunità) – non si chiudono ma passano di mano a prezzi folli; come mai il costo delle bonifiche dei suoli deve essere trasferito alla collettività; come mai il margine del Gestori (poco meno di 3,5 centesimi per litro) sembra essere il vero problema mentre, a monte, si erogano con facilità decine di euro ogni mille litri; come mai tutta la costruzione del castello (a partire dall’Osservatorio che non ha alcun potere di interdizione o segnalazione) ha come unico obiettivo quello di demolire la figura dei Gestori ma che non riesce a controllare, ad esempio, le vendite effettuate a ridosso del Platts; come si fa ad ignorare che il tema è proprio quello delle regole? Di quelle regole che tutti dicono di essere pronti a rispettare ma, nei comportamenti, tutti studiano come aggirarle. Per “qualche spicciolo” in più.
È possibile continuare a pensare che sia la Magistratura a surrogare l’autonomia della contrattazione e l’applicazione delle norme richiamando, sempre più spesso, tutti al rispetto delle leggi volute dal Parlamento?
Questa è la riprova del fallimento di qualsiasi strategia attuata da quel pezzo di settore che si fonda sull’intolleranza e sulla “conventio ad excludendum” per tenere fuori un’intera Categoria.
La riprova è la lunga trattativa con la controparte dei Gestori nella quale – udite, udite – qualcuno (per carità di Patria ometto nome e ruolo) ha sostenuto che per gli impianti self-service post pagamento si dovrebbero applicare i contratti di appalto.
Ecco, direttore, di questa rete – così immaginata da chi, comodamente seduto, gioca con report e matite colorate, senza rendersi conto che sta maneggiando, con superficialità anche la vita ed il futuro di migliaia di famiglie – non ne abbiamo bisogno. Non interessa ad alcuno avere un esercito di “senza terra” privo della capacità di pensare o di parlare (se non vuole essere allontanato dall’impianto).
Abbiamo bisogno, tutti, di una rete vera che metta al primo posto la sostenibilità, la remunerazione della filiera e la soddisfazione di chi, ogni giorno, rappresenta il “marchio” che è esposto sulla bandiera e che è riconosciuto – dai più – come un pezzo dell’Azienda (e non perché porta la divisa che l’Azienda gli ha imposto di indossare). Il resto è solo demagogia di bassa lega e mistificazione della realtà.
Ammoniva Brecht rivolto all’imbianchino “generale” (Hitler): “l’uomo fa di tutto, può volare e può uccidere, ma ha un difetto: può pensare”.
E questa risorsa non può essere impedita da comportamenti coercitivi.

E dopo questo bel discorso, interessante, descrizione dei problemi serio e puntuale, condivisibile mi resta una domanda :adesso cosa cazzo dobbiamo fare ?Aspettare che calino i Barbari e sperare Quello che ha generato questa situazione è frutto di anni di inattività sindacale e accanimento contro i gestori ,colpevolizzati di tutti CHI dovrebbe formare una rete vera ?,Chi dovrebbe fare e gestire le regole per fare una rete ,che è stata volutamente rotta per consentire certe situazioni CI ricordiamo i Comitati di colore ?che hanno rotto la rete unitaria,lo scontone che ha messo reti contro reti ,le P BIANCHE dalle quali le compagnie hanno imparato Purtroppo errori che pagheranno i gestori e solo loro QUANDOqualchediceva che bisognava muoversi contro lo strapotere delle compagnie con scioperi e tutte le forme di lotta veniva deriso, ci si rimetteva un giorno di lavoro 20euro OGGI TUTTO L IMPIANTO SALUTI