Negli ultimi giorni si moltiplicano in tutta Italia le segnalazioni di impianti a marchio Eni con il cartello “fuori servizio” esposto. Una situazione che, al di là del disagio immediato per gli automobilisti, rappresenta un segnale chiaro di una rete distributiva sempre più sotto stress.
Per chi opera nel settore, il fenomeno non è affatto casuale. Al contrario, è il risultato di due dinamiche che si stanno intrecciando in modo sempre più evidente: strategie commerciali aggressive e limiti strutturali della logistica.
Il primo elemento riguarda proprio la politica commerciale adottata da Eni. In una fase caratterizzata da caro petrolio e da un forte aumento dei prezzi internazionali, il gruppo sembra aver scelto di non adeguare completamente i propri listini ai livelli di mercato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: prezzi alla pompa sensibilmente più bassi rispetto alla media delle altre compagnie.
I dati della rilevazione di Staffetta Quotidiana elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 20mila impiant su dati Osservaprezzi MISE lo confermano in modo inequivocabile. Sulla benzina self Eni si attesta a 1,640 euro al litro, contro una media delle compagnie di 1,711 euro. Sul gasolio self il divario è ancora più marcato: 1,888 euro al litro contro una media di 1,977 euro, con punte che arrivano fino a 15 centesimi rispetto ad altri marchi.
Non si tratta di normali oscillazioni di mercato, ma di una strategia commerciale aggressiva che sta spostando in modo significativo i volumi di vendita.
Il meccanismo è semplice e ben noto ai gestori: gli automobilisti si dirigono dove il prezzo è più conveniente. Questo genera picchi improvvisi di domanda su determinati impianti, in particolare quelli più competitivi sul prezzo.
Ed è qui che entra in gioco il secondo elemento: la logistica. La rete distributiva è strutturata su volumi medi storici e su cicli di rifornimento programmati. Quando la domanda si concentra improvvisamente su una parte della rete, questi equilibri saltano.
Il risultato è quello che molti gestori stanno vivendo in questi giorni: serbatoi che si svuotano rapidamente e impianti costretti a fermarsi in attesa del rifornimento. Da qui il moltiplicarsi dei cartelli “fuori servizio”.
Siamo quindi di fronte a un sistema che mostra evidenti segni di affaticamento. Da un lato, scelte commerciali che attraggono volumi; dall’altro, una struttura logistica che non è in grado di reggere questi picchi nel breve periodo.
Il dato più preoccupante, però, è un altro: il mercato non è più allineato. Da una parte operatori che seguono l’andamento dei mercati internazionali e adeguano i prezzi di conseguenza. Dall’altra chi sceglie di non farlo completamente, generando una distorsione competitiva evidente.
In un settore già caratterizzato da margini estremamente ridotti, questa dinamica rischia di produrre effetti rilevanti. Non solo sul piano operativo, con una rete che fatica a reggere l’urto della domanda, ma anche sul piano concorrenziale, con uno spostamento dei volumi che può mettere in difficoltà intere aree del sistema distributivo.
Mentre gli automobilisti inseguono il prezzo più basso, il settore carburanti si trova così a fare i conti con una verità sempre più evidente: la rete è fragile e ogni squilibrio rischia di amplificarsi rapidamente.
Per i gestori, che si trovano ogni giorno a fronteggiare clienti, carenze di prodotto e tensioni operative, non è più solo una questione di prezzi. È una questione di tenuta del sistema.


Abbiamo capito chi ha fatto il furbo in italia? Altrimenti vuol dire che al comando, forse, abbiamo gente poco preparata.