In questi giorni, grazie all’iniziativa del comune di Valle Castellana (Teramo), dove il Comune gestisce direttamente il distributore di carburanti per garantire un servizio a rischio scomparsa e che, riesce a mantenere dei costi accessibili, sta passando su molti giornali una notizia che, inevitabilmente, attira l’attenzione: in alcuni piccoli Comuni italiani sono le stesse amministrazioni locali a gestire direttamente il distributore di carburante e, guarda caso, benzina e gasolio costano meno.
Il racconto è semplice e funziona benissimo: il Comune non deve guadagnare, applica un ricarico minimo o addirittura nullo e il cittadino risparmia.
Tutto giusto.
Ma forse sarebbe utile raccontare anche il resto della storia.
Partiamo da una cosa che va detta chiaramente: queste amministrazioni hanno fatto bene a intervenire laddove il distributore privato aveva chiuso o rischiava di scomparire. In un piccolo paese, soprattutto nelle zone interne, perdere l’unica stazione di servizio significa costringere le persone a percorrere chilometri anche solo per fare benzina. In questi casi mantenere aperto un impianto significa garantire un servizio al territorio.
Quindi nessuna critica ai Comuni. Anzi.
Quello che ci interessa è il ragionamento che sta nascendo intorno a queste esperienze.
A Force, in provincia di Ascoli Piceno, per esempio, il Comune gestisce il distributore dal 2016 e applica un ricarico di circa 7 centesimi al litro che, secondo quanto dichiarato dal sindaco, serve a coprire manutenzione e costi di gestione. Il Comune non guadagna.
A Pollica, nel Salernitano, il concetto è ancora più netto. Il Comune gestisce un distributore per natanti e il sindaco lo ha spiegato con una semplicità disarmante: acquistiamo a ottanta e vendiamo a ottanta.
Ricarico zero.
E qui, da gente che di distributori vive tutti i giorni, una domanda viene quasi spontanea.
Ma allora vogliamo finalmente parlare seriamente di come si forma il prezzo di un litro di carburante?
Perché se eliminando alcuni passaggi e rinunciando al guadagno si riesce a vendere a prezzi sensibilmente inferiori, forse sarebbe interessante capire quanto margine esiste realmente lungo la filiera.
E soprattutto dove rimane.
Perché una cosa deve essere chiarissima: quel grande margine non è certamente quello del gestore che vedete ogni mattina dietro il bancone o sul piazzale.
I gestori lavorano da anni con pochi centesimi al litro, dai quali devono pagare personale, contributi, utenze e tutto ciò che serve per tenere aperta un’attività.
Se quindi vogliamo utilizzare l’esempio dei distributori comunali per aprire una discussione sul caro carburanti, benissimo.
Apriamola fino in fondo.
Chiediamoci quanto guadagnano le compagnie. Chiediamoci quanto incidono i diversi passaggi commerciali. Chiediamoci se, soprattutto nei momenti di forte volatilità dei mercati, non si creino anche extraprofitti lungo la filiera.
E magari facciamoci una domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata quasi una bestemmia economica: se il carburante è ancora un bene essenziale per famiglie e imprese, perché non tornare almeno a ragionare su una qualche forma di prezzo amministrato?
Perché l’alternativa non può essere semplicemente trasformare i Comuni in benzinai.
C’è poi un’altra parte della storia che nei titoli dei giornali trova decisamente meno spazio.
Il distributore comunale qualcuno lo deve pagare.
A Castignano il Comune, secondo quanto riportato dalla stampa, ha acquistato il distributore, sostituito le pompe e rinnovato i serbatoi investendo circa 160 mila euro.
A Ripatransone si parla di un nuovo impianto costato circa 408 mila euro.
Sono investimenti assolutamente legittimi, ma quei soldi da qualche parte arrivano.
E arrivano, direttamente o indirettamente, dalla collettività.
Quindi il cittadino che oggi vede qualche centesimo in meno sul totem del distributore comunale ha certamente un risparmio quando mette la pistola nel serbatoio. Ma una parte del costo di quel distributore l’ha già sostenuta, o comunque viene sostenuta dalla fiscalità pubblica.
E non finisce con la costruzione dell’impianto.
Chiunque abbia gestito una stazione di servizio sa perfettamente che i costi cominciano proprio dopo.
C’è l’energia elettrica. Ci sono le commissioni sulle carte di credito e sui bancomat. C’è la gestione del contante. Ci sono assicurazioni, controlli, verifiche, adempimenti amministrativi e ambientali.
Poi si rompe una pompa.
Poi bisogna sostituire un erogatore.
Poi arriva una manutenzione straordinaria.
Poi magari bisogna intervenire sui serbatoi.
E prima o poi arriva anche il momento in cui quell’impianto dovrà essere rinnovato oppure dismesso. E se dovessero emergere problematiche ambientali, potrebbero esserci verifiche, interventi e, nei casi previsti, anche costi importanti di bonifica.
Quando il distributore è privato questi costi gravano sull’impresa.
Quando il distributore è pubblico non spariscono per magia. Semplicemente li paga qualcun altro. E quel qualcun altro, alla fine, siamo sempre noi cittadini.
Questo non significa che l’operazione non convenga.
Può convenire eccome, soprattutto quando consente di mantenere un servizio essenziale in territori dove altrimenti non esisterebbe più.
Ma almeno raccontiamola per quello che è.
Perché confrontare semplicemente il prezzo scritto sul totem di un distributore comunale con quello di un distributore privato significa confrontare due cose molto diverse.
Il privato deve sostenere tutti i costi attraverso quello che incassa e, permetteteci l’eresia, alla fine dovrebbe anche guadagnare qualcosa. Perché chi lavora dovrebbe avere il diritto di ricavare un reddito dal proprio lavoro.
Il Comune può invece decidere che quel servizio abbia una funzione sociale e che quindi una parte dei costi venga sostenuta attraverso risorse pubbliche.
Legittimo. Ma è un altro modello.
Ed è proprio per questo che la vicenda dei distributori comunali, anziché diventare l’ennesima occasione per dire “guardate quanto costa meno la benzina se non ci guadagna nessuno”, dovrebbe servire per fare una riflessione molto più seria.
Quanto costa realmente portare un litro di carburante dalla raffineria al serbatoio dell’automobilista? Quanto rimane lungo la filiera? Quanto guadagna la compagnia? Quanto il retista? E quanto, alla fine, rimane davvero al gestore?
Mettiamo questi numeri sul tavolo.
Poi magari scopriremo che il problema del caro carburanti non è il benzinaio che guadagna pochi centesimi al litro.
E forse scopriremo anche che tra lasciare completamente il prezzo alle dinamiche del mercato e mettere un distributore comunale in ogni paese esiste una terza possibilità: stabilire regole più forti sulla formazione dei prezzi e garantire un margine corretto a ogni anello della filiera.
Compreso quello che ogni giorno apre il distributore, paga i dipendenti e ci mette la faccia davanti all’automobilista arrabbiato.
Perché il distributore comunale può essere un’ottima soluzione dove serve.
Ma attenzione a chiamare “risparmio” soltanto quello che vediamo sul display della pompa.
I costi non spariscono. Cambia soltanto chi li paga.
