Insegne spente durante la notte, impianti senza carburante e richiesta di intervento del Prefetto. I gestori Eni della provincia di Bergamo dicono basta alle continue interruzioni delle forniture. Una protesta che potrebbe essere soltanto l’inizio di una mobilitazione più ampia contro le conseguenze di un’iniziativa commerciale che sta scaricando sui gestori tutte le proprie contraddizioni.
Doveva essere l’iniziativa capace di alleggerire il costo dei carburanti per gli automobilisti. E invece, a poche settimane dalla sua introduzione, il Price Cap di Eni sta mostrando tutti i suoi limiti: distributori senza carburante, gestori esasperati, clienti costretti a cercare altrove benzina e gasolio e una logistica che non riesce a sostenere le conseguenze delle scelte della stessa compagnia.
Adesso, però, i gestori cominciano a dire basta. E la protesta parte da Bergamo, dove dal 26 ottobre le insegne luminose degli impianti Eni verranno spente durante le ore notturne, fino al superamento dell’emergenza. La decisione è stata assunta durante l’assemblea straordinaria del 22 ottobre, organizzata presso Confcommercio Bergamo, alla quale hanno partecipato anche gestori dell’area milanese.
Una protesta simbolica, ma dal significato chiarissimo: non si può pretendere che un gestore garantisca un servizio quando è la stessa compagnia petrolifera a non garantirgli il carburante necessario per lavorare.
Secondo quanto denunciato, decine di distributori della provincia bergamasca hanno subito ripetute interruzioni delle forniture, rimanendo senza prodotto anche per un’intera giornata alla settimana. Una situazione che Renato Mora, presidente del Gruppo Benzinai Confcommercio Bergamo, ha definito paradossale: il Price Cap ha fatto aumentare le vendite, soprattutto di gasolio, ma la logistica Eni non è riuscita a tenere il passo.
Eppure, tutto questo era prevedibile. Se si decide di abbassare sensibilmente i prezzi rispetto alla concorrenza, è inevitabile che la domanda aumenti. Quello che appare incomprensibile è come una compagnia delle dimensioni di Eni possa aver avviato un’operazione di questa portata senza riuscire a garantire un adeguato sistema di approvvigionamento.
Ma dietro ogni distributore rimasto a secco c’è soprattutto una persona. C’è un gestore che continua a pagare dipendenti, bollette, assicurazioni e spese di gestione anche quando le pompe sono ferme. C’è chi deve spiegare ogni giorno ai propri clienti perché non può rifornirli, chi perde incassi, chi vede allontanarsi automobilisti fidelizzati in anni di lavoro. E c’è anche chi, dopo aver già subito le conseguenze economiche del Price Cap sulle giacenze di carburante acquistate a prezzi superiori, oggi si ritrova nell’assurda situazione di non avere più nemmeno il prodotto da vendere.
Prima il danno economico sulle giacenze, poi quello derivante dalle mancate vendite. E il conto, ancora una volta, viene presentato ai gestori.
Per questo l’assemblea bergamasca ha deciso di coinvolgere il Prefetto Luca Rotondi, chiedendo un intervento delle istituzioni. Figisc Confcommercio Bergamo raccoglierà inoltre i dati relativi alle interruzioni delle forniture per documentare le dimensioni di un problema che ormai non riguarda soltanto i rapporti tra compagnia e gestori, ma coinvolge cittadini, imprese e servizi essenziali.
La vicenda riapre inevitabilmente anche una questione più generale. Il Price Cap introdotto autonomamente da alcune compagnie, con il sostegno politico del Governo, ha creato evidenti squilibri nel mercato, favorendo spostamenti della domanda che la rete distributiva non era preparata a sostenere. Ben diverso sarebbe stato un intervento pubblico, come quello proposto dalle associazioni di categoria FAIB e FEGICA, capace di garantire condizioni uguali per tutti gli operatori e di tutelare anche gli interessi dei gestori.
Perché il punto è proprio questo: uno Stato dovrebbe stabilire regole uguali per tutti, non affidare a iniziative commerciali di singole compagnie il compito di affrontare un problema che riguarda l’intera collettività. Diversamente, il rischio è quello di trasformare un intervento presentato come una misura a favore dei cittadini in un’operazione che altera gli equilibri del mercato e penalizza proprio chi quotidianamente garantisce il servizio.
E mentre Eni continua a promuovere la trasformazione della propria rete in luoghi dove trovare servizi sempre più diversificati, viene quasi spontaneo ricordare il celebre slogan di Enilive: «Ci puoi fare anche benzina». Peccato che oggi, in molti impianti, non ci si possa fare più nemmeno quella.
La protesta di Bergamo potrebbe rappresentare soltanto l’inizio. Perché il malessere è molto più diffuso e riguarda gestori che da settimane denunciano ordini tagliati, consegne annullate e continui disservizi. Persone che non chiedono privilegi, ma semplicemente di poter lavorare e vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Dal 26 ottobre a Bergamo si spengono le insegne Eni. Ma il rischio più grande è che, continuando di questo passo, a spegnersi definitivamente siano le gestioni.
E quando un gestore decide di abbandonare un’attività alla quale ha dedicato anni della propria vita, non basta certo riaccendere un’insegna luminosa per cancellare il danno.

