“Il Platts è rotto”: il padre del pricing petrolifero mette in crisi i benchmark globali

Il sistema che determina il prezzo del petrolio mondiale è davvero così solido come siamo abituati a pensare? O sta mostrando crepe sempre più evidenti proprio nel momento di massima tensione dei mercati energetici?

L’intervista realizzata da Azzurra Pacces di Staffetta Quotidiana, che pubblichiamo integralmente, entra nel cuore di una questione cruciale ma spesso poco compresa anche dagli operatori: il funzionamento dei benchmark petroliferi e, in particolare, del sistema Platts su cui si basa gran parte del pricing globale.

A rendere questo contributo particolarmente rilevante è la voce dell’intervistato: Jorge Montepeque, considerato uno dei principali architetti del meccanismo “Market on Close”, cioè proprio quel sistema che oggi viene messo in discussione. Quando una figura di questo livello afferma senza mezzi termini che “il Platts è rotto”, non si tratta di una provocazione, ma di un segnale che non può essere ignorato.

Le tensioni registrate sul benchmark Dubai, le anomalie nei differenziali, le modifiche metodologiche e il progressivo restringimento del bacino dei greggi consegnabili non sono più episodi isolati. Al contrario, sembrano indicare una fragilità strutturale del sistema di formazione dei prezzi, con possibili ripercussioni che vanno ben oltre il singolo benchmark e investono l’intero equilibrio del mercato petrolifero internazionale.

Il valore di questa intervista sta proprio qui: nel mettere in luce, con chiarezza e senza filtri, i limiti di un modello che per anni è stato considerato il riferimento indiscusso del settore. E nel suggerire che potremmo essere di fronte non a un semplice aggiustamento tecnico, ma a un possibile cambio di paradigma.

In un momento in cui il prezzo dell’energia incide direttamente su economia, inflazione e dinamiche geopolitiche, comprendere come si formano questi prezzi diventa fondamentale. Anche perché, come emerge dalle parole di Montepeque, le distorsioni nei benchmark non sono solo un problema tecnico: sono un fattore che può amplificare squilibri, tensioni e costi lungo tutta la filiera. Tensioni che probabilmente già si vedono nei listini di questi giorni. 

Montepeque, “il Platts è rotto”

Così il padre del “market on close” sulla crisi dei benchmark petroliferi

“Il Platts è rotto”. La frase di Jorge Montepeque — tra gli architetti del sistema Market on Close su cui si basa gran parte del pricing petrolifero globale — segna un punto di rottura nel dibattito sui benchmark. Non si tratta di una critica marginale, ma di una messa in discussione radicale del meccanismo che da anni determina il prezzo del greggio, a partire dal Dubai, riferimento chiave per i flussi verso l’Asia.

Le recenti scelte metodologiche di S&P Global Platts, inclusa la sospensione dell’aggiustamento negativo sul Murban, arrivano dopo settimane di forti tensioni sul mercato: un bacino di greggi consegnabili sempre più ristretto, differenziali fuori scala e un crescente disallineamento rispetto agli altri benchmark internazionali.

In questo contesto, la crisi del Dubai non appare più come un’anomalia tecnica, ma come il possibile segnale di una fragilità più ampia. Dalla tenuta del Brent fino al ruolo del dollaro nel commercio petrolifero, il sistema mostra crepe che vanno ben oltre il singolo benchmark.

In questa intervista, Montepeque spiega perché — a suo avviso — il problema non è solo il Dubai. E perché il mercato potrebbe essere più vicino di quanto si pensi a un cambio di paradigma.

Platts ha sospeso l’aggiustamento negativo di qualità sul Murban per preservare la deliverability. Il benchmark Dubai è sotto stress strutturale?

Nel tempo sono stati commessi diversi errori. Anche il ripensamento sulla metodologia del Murban deriva da uno sbaglio precedente: quando hanno introdotto quel differenziale negativo, era un errore. Ora stanno semplicemente correggendo qualcosa fatto mesi fa. Non è la prima volta che succede.

L’intervento di oggi è anche il risultato delle forti pressioni delle raffinerie e, più in generale, dei consumatori, che hanno chiamato Platts per lamentare l’enorme disallineamento tra il prezzo del Dubai e gli altri benchmark.

In teoria, il Dubai dovrebbe scambiare a premio rispetto a Brent o WTI. Ma lo spread è diventato eccessivamente ampio. Questo perché Platts ha commesso un errore all’inizio del mese, quando ha vietato la consegna dei greggi del Golfo Persico.

Con un bacino di greggi consegnabili sempre più ristretto e con le attuali interruzioni, il Dubai può ancora essere considerato un benchmark credibile per i greggi acidi del Medio Oriente?

No, non credo. Serve un reset, oppure un nuovo meccanismo, o ancora l’ingresso di un altro price reporting agency.

Noi, come editori (Montepeque è publisher di The Officials), abbiamo delle idee, ma servirebbe il supporto dell’industria. E non siamo gli unici: qualcun altro deve intervenire. Il disallineamento è molto serio.

Il Brent potrebbe subire lo stesso tipo di stress che stiamo vedendo oggi sul Dubai? Quali sarebbero i segnali precoci?

I segnali precoci sarebbero movimenti anomali nei differenziali di valore relativo, guadagni o perdite eccessive rispetto agli spread tra altri greggi.

Non voglio trasformare tutto in una critica a Platts, ma anche sul Brent hanno fatto un errore quando hanno incluso il Midland.

Se il presidente degli Stati Uniti vietasse le esportazioni di Midland o introducesse una tassa all’export, il Brent subirebbe un effetto a catena. E non è strutturalmente preparato a reggerlo, proprio a causa di una scelta metodologica sbagliata fatta anni fa.

Quello che stiamo vedendo oggi — stress sui benchmark, flussi interrotti, divergenze di prezzo — è parte di una frammentazione strutturale del mercato petrolifero globale?

Il mercato petrolifero è già segmentato in tre grandi aree: Americhe, Europa e Asia. È l’Asia quella sotto maggiore pressione. Ma non al punto da giustificare premi di 60 dollari: quello è l’effetto di un errore di Platts. È un errore del Platts.

Si parla sempre più spesso, soprattutto tra i grandi Paesi emergenti, di ridurre la dipendenza dal dollaro nel commercio petrolifero. Questa crisi può accelerare il passaggio a sistemi alternativi?

Il tema del dollaro è in discussione da tempo: quali alternative abbiamo? Euro? Una valuta dei Brics? L’oro? Sono dibattiti aperti.

In questo momento, però, i banchieri centrali sono concentrati sulla guerra e sulle sue implicazioni. Dopo il conflitto, il tema del potere finanziario degli Stati Uniti tornerà centrale.

Gli Stati Uniti sanzionano molti Paesi che acquistano petrolio iraniano o russo. Paesi come Giappone e Corea, molto esposti al dollaro e allineati alle sanzioni americane, sono oggi sotto forte pressione.

La cosa migliore che un Paese possa fare è ridurre la propria esposizione al sistema statunitense — e questo significa ridurre la dipendenza dal dollaro. È troppo rischioso: è diventato uno strumento geopolitico.

Se il pricing del petrolio diventasse sia frammentato per benchmark sia meno centrato sul dollaro, quale potrebbe essere l’alternativa al sistema Platts?

Ci sono due livelli: quello che penso io e quello che pensa il mercato. Il mercato oggi guarda al Brent come alternativa. È quello che sento.

Io penso invece che sia necessario costruire un benchmark al di fuori di Platts, con un altro publisher, che rifletta realmente il prezzo dei greggi acidi mediorientali.

È sorprendente sentirlo da lei, che è considerato il “padre” del Market on Close, il meccanismo che oggi prezza il petrolio nel mondo.

Il Platts è rotto.

State lavorando a qualcosa di alternativo al Market on Close?

Sì, ho idee e concetti robusti su cosa fare. Devono essere soluzioni solide e indipendenti. Ma serve il supporto dell’industria. Perché se pubblicassi oggi la soluzione, Platts la copierebbe. E non voglio aiutarli.

Per gentile concessione di Staffetta Quotidiana 

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Six
Six
5 giorni fa

Finalmente si capiscono tante ma tante cose….