La morale suation del Governo e l’iniziativa “spintanea” delle petrolifere hanno senza dubbio avuto due meriti che vanno riconosciuti. Il primo, naturalmente, è quello di avere dimostrato una ipotesi di cui erano già convinti tantissimi italiani: i prezzi dei carburanti erano troppo alti e abbassarli si poteva e doveva. Il secondo, un pochino più per addetti ai lavori, è che parlare di price cap, cioè di un tetto ai prezzi, pure in regime di mercato, non è più una eresia.
Quel che ne è seguito, tuttavia, ha reso chiaro a tutti quanti i limiti della impostazione volontaristica. La settimana trascorsa ha mostrato una lunga lista di effetti distorti e non certo voluti: automobilisti alla ricerca e poi in fila presso i distributori con lo “sconto”; metà dei distributori con il prezzo “buono” ma spesso senza prodotto da vendere per i limiti del sistema della logistica; l’altra metà che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti con il prezzo “cattivo”, si tengono il prodotto invenduto. Eppoi proteste di ogni tipo: retisti indipendenti e pompe bianche che lamentano la distorsione del mercato, ma anche autotrasportatori, agricoltori, pescatori.
Infine, appena all’ottavo giorno di price cap dei trenta annunciati, il tetto, almeno sul gasolio, salta via come un tappo di bottiglia. E a nulla valgono spiegazioni e giustificazioni che a niente e a nessuno importano: agli automobilisti, come all’inflazione fuori controllo. Una cosa è fuori di dubbio: i prezzi dei carburanti debbono per forza essere contenuti. Lo si deve a chi fa’ il pieno e ancora di più ai fondamentali dell’economia del Paese.
Un tetto, un vero price cap, introdotto per via legislativa, con una struttura temporanea, proporzionata, trasparente, fondata su parametri oggettivi e idonea a preservare sia l’approvvigionamento sia il funzionamento concorrenziale del mercato, è la strada maestra.

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