Intanto e’ confermato: dal prossimo 1° gennaio, agli impianti esso verranno sottratte le vendite della company card.
Nonostante equivoci veri o presunti, come recita una delle massime più azzeccate del giornalismo, non c’è maggiore conferma di una notizia, che darne la smentita.
La richiesta di smentita e precisazione alla stampa di settore, con allegato comunicato stampa diffuso nella giornata del 15 da EG Italia, in ordine alla questione Esso Card sollevata da Faib e Fegica, contiene l’autorevole e informata conferma della “notizia”: dal 1° gennaio prossimo, a tutti gli impianti a marchio Esso verranno sottratte le vendite finora effettuate a mezzo la nota e storica “company card”.
Diversamente -si legge in una nota congiunta delle Organizzazioni di categoria dei Gestori- non avrebbero senso le “condivise preoccupazioni dei gestori” e una sorta di richiesta d’aiuto dell’azienda che si attende “proposte di iniziative a sostegno”.
Tuttavia, anche solo dalla “gestione” di una apparentemente marginale vicenda -prosegue il comunicato sindacale- emergono interrogativi che fanno almeno dubitare di una conduzione lineare e leale dei rapporti, anche contrattuali, in essere.
EG Italia, quindi sapeva. Da quanto? E perché lo ha taciuto ai propri Gestori che con la Esso Card transano mediamente il 20% delle proprie vendite?
Ma poi c’è da chiedersi: i cinque soggetti che, riuniti in “consorzio”, hanno annunciato pubblicamente l’acquisto della rete EG Italia, erano stati, a loro volta, informati?
Le domande, come la necessità di avere chiarimenti, si moltiplicano e rimangono senza risposte.
Non le ottengono i sindacati dei lavoratori impiegati in azienda, a cui va tutta la nostra solidarietà e giustamente sono preoccupati di conoscere i termini del progetto industriale e delle garanzie finalizzate alla conservazione dei posti di lavoro.
Non le ottengono i primi mezzi di informazione che -dopo la reazione “nazionalista” entusiasta per aver “riportato in Italia la proprietà della Esso” (sigh!)- ora provano a guardare dentro una operazione che vale, tra l’altro, oltre 400 milioni di euro ed una fetta rilevante di quota mercato.
In questo senso, pretendere di mettere sullo stesso piano questo tipo di operazioni con l’acquisto di IP da parte della Socar appare almeno ingenuo: al netto delle garanzie che anche in questo caso dovranno essere pretese per confermare (non per cercare di crearle ex novo) relazioni sindacali stabili e una contrattazione già codificata e vigente, tutto si può dire tranne che questa non abbia tutti i connotati di una operazione strutturata ed industriale.
Eppure, quel che pure appare incomprensibile e anche più allarmante -concludono Faib e Fegica- è il silenzio e l’apparente disinteresse del Settore, in primo luogo della parte industriale, e del Ministero che ha il compito di governare i processi -non assistervi- in funzione di una politica industriale ed energetica di cui il Paese e la collettività hanno disperato bisogno.

Vicenda fantozziana, imbarazzante. Il settore ormai è smantellato del tutto e in rovina.